Più libri più liberi, Meloni contro il documento antifascista per chi partecipa alla Fiera: “È censura”

Caso Più libri più liberi: Meloni attacca il documento antifascista chiesto agli editori, la Fiera replica e annuncia verifiche
Di Luigi Sette
Evento culturale a Roma:

Più libri più liberi finisce ancora una volta al centro di una polemica nazionale dopo la richiesta agli editori di sottoscrivere un documento sui valori costituzionali, democratici e antifascisti per partecipare alla fiera. Giorgia Meloni ha attaccato duramente l’iniziativa, definendola un “patentino antifascista” e parlando di censura. L’organizzazione respinge l’accusa e annuncia un ulteriore approfondimento.

Più libri più liberi e documento antifascista, perché è nato il caso

La vicenda ruota attorno a una dichiarazione richiesta agli editori che intendono partecipare alla Fiera nazionale della piccola e media editoria. Il documento prevede l’adesione ai principi costituzionali e democratici, con un richiamo al ripudio dell’ideologia fascista, dei totalitarismi, dell’apologia del fascismo, dell’odio e della discriminazione. Una formula che l’organizzazione ha presentato come cornice istituzionale e non come filtro politico.

La scelta arriva dopo le tensioni maturate nell’edizione precedente, quando la presenza di un editore accusato da autori, editori e operatori culturali di proporre testi legati all’immaginario neofascista aveva provocato proteste, stand coperti, prese di posizione pubbliche e un confronto molto acceso sul ruolo della fiera. Da quella frattura è nata l’esigenza di fissare regole più chiare per l’accesso all’appuntamento romano, con l’obiettivo dichiarato di evitare nuove lacerazioni attorno alla compatibilità di alcuni cataloghi con i valori fondativi della manifestazione.

La questione, però, è uscita rapidamente dal perimetro editoriale. A trasformarla in un caso politico è stato l’intervento di Giorgia Meloni, che ha letto la richiesta come un segnale di esclusione ideologica. La Presidente del Consiglio ha parlato di “patentino antifascista” e ha collegato l’iniziativa a una presunta volontà di cancellare le idee non riconducibili alla sinistra. Parole destinate ad accendere il confronto, perché toccano un nervo sensibile: il rapporto fra libertà editoriale, antifascismo costituzionale e partecipazione a un evento culturale finanziato, sostenuto e riconosciuto nel panorama nazionale.

Meloni attacca la Fiera: il nodo politico della libertà editoriale

La Meloni, nel suo ragionamento, sostiene che chiedere a un editore di firmare un documento di questo tipo per accedere alla fiera rischia di diventare una selezione preventiva. Il termine “censura” viene usato proprio per indicare, nella lettura della premier, un meccanismo capace di separare chi è ammesso da chi non lo è in base a una dichiarazione politica, anche quando il testo richiama valori generali e istituzionali.

Il tema è forte perché il libro, più di altri settori, vive sul principio della libertà di edizione. Gli editori rivendicano da sempre il diritto di pubblicare cataloghi diversi, anche scomodi, discussi, minoritari o lontani dal sentire prevalente. La domanda sollevata dalla polemica è se una fiera possa chiedere un impegno formale contro fascismo, totalitarismi e discriminazioni senza trasformare quella richiesta in una barriera d’ingresso.

Per Meloni il rischio esiste e riguarda in particolare l’uso politico dell’antifascismo. L’accusa non punta solo al singolo modulo, ma alla cultura organizzativa che lo avrebbe generato. La premier denuncia una logica nella quale l’antifascismo diventerebbe, a suo giudizio, uno strumento per delimitare il campo delle idee accettabili. È una lettura che ribalta l’impostazione dell’organizzazione della Fiera e porta il confronto sul terreno della libertà di espressione.

La replica di Più libri più liberi: “Non è censura”

L’organizzazione della Fiera respinge questa interpretazione. La dichiarazione richiesta agli editori viene descritta come un atto di chiarezza e unità, fondato su riferimenti istituzionali e universali. Non un documento di partito, o una selezione culturale e nemmeno un marchio ideologico. L’obiettivo indicato è mettere tutti i partecipanti dentro una cornice comune, coerente con la Costituzione e con il profilo pubblico della manifestazione.

La Fiera riconosce però che il documento non è stato interpretato nel modo auspicato. Da qui la scelta di aprire un ulteriore approfondimento, anche per rispetto istituzionale dopo l’intervento della Presidente del Consiglio. Quindi l’organizzazione non ritira l’impianto valoriale della richiesta, ma ammette la necessità di valutarne forma, effetti e ricezione pubblica.

Più libri più liberi è uno degli eventi culturali più importanti ospitati a Roma e richiama ogni anno editori, autori e lettori da tutto il Paese. Per la piccola e media editoria, esserci significa incontrare pubblico, vendere, costruire relazioni e dare visibilità a cataloghi che spesso faticano a trovare spazio nei grandi circuiti. Proprio per questo, ogni regola di accesso alla fiera diventa materia sensibile.

Roma, editori e politica: perché la polemica non si spegne

Il confronto resta aperto perché le due posizioni partono da due esigenze diverse. Da un lato c’è la richiesta di difendere il pluralismo editoriale e di evitare qualsiasi impressione di controllo preventivo sulle idee. Dall’altro c’è la volontà della Fiera di definire un perimetro valoriale chiaro, dopo un’edizione segnata da proteste e accuse legate alla presenza di cataloghi considerati incompatibili con una manifestazione antifascista.

 
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