Mariano Sabatini, con “Mutevoli nascondigli” il thriller entra nei lati più bui dell’animo umano

Recensione di “Mutevoli nascondigli” di Mariano Sabatini, thriller edito da Indomitus con Leo Malinverno tra Roma, potere, delitti e verità nascoste
Di Francesco Vergovich
Mariano Sabatini, Rai Cultura
Mariano Sabatini, Rai Cultura

Mariano Sabatini arriva a Mutevoli nascondigli con una storia professionale importante, che si sente e lascia traccia in ogni pagina. Romano, giornalista, scrittore, autore di programmi televisivi per la Rai e altri network, conduttore radiofonico e commentatore televisivo, Sabatini conosce da dentro il linguaggio dei media, le sue accelerazioni, le sue vanità, i suoi automatismi e le sue zone d’ombra. E non usa questo bagaglio come ornamento biografico, ma come materia narrativa.

Nei suoi romanzi la televisione, i giornali, le redazioni, il successo pubblico e l’ambizione sono luoghi morali, teatri in cui i personaggi si misurano con la tentazione della visibilità e con il prezzo della verità. Dopo i riconoscimenti ottenuti con L’inganno dell’ippocastano e Primo venne Caino, l’autore torna al suo Leo Malinverno con un romanzo edito da Indomitus che conferma una cifra precisa: il giallo come indagine sul delitto, ma anche come radiografia del potere, del rancore, della memoria e della fragilità.

Mutevoli nascondigli, il ritorno di Leo Malinverno in una Roma feroce e riconoscibile

Mutevoli nascondigli si apre con una tensione immediata, fisica, quasi cinematografica. Leo Malinverno, giornalista investigativo già segnato da precedenti vicende, viene braccato dal Tatuatore, figura criminale che torna come un incubo non del tutto archiviato. L’attacco lo riduce in condizioni gravissime e lo costringe a una lenta ricostruzione del corpo e della volontà. Sabatini non si limita a farne l’eroe malconcio che deve rialzarsi per inseguire una nuova pista: lo mette davanti alla propria vulnerabilità, alla perdita di slancio, al dolore che intacca anche il mestiere di raccontare.

Il nuovo caso esplode mentre Malinverno prova a rimettere insieme i pezzi di sé. La decapitazione di Petronio Grigo, scrittore di successo, personaggio mondano e figura tutt’altro che limpida, apre una sequenza di omicidi che trascina il lettore dentro un sistema di relazioni avvelenate. Il mondo letterario, quello televisivo, quello giornalistico e quello criminale si sfiorano, si contaminano, si confondono. È qui che il romanzo trova una delle sue intuizioni più forti: il delitto non nasce mai nel vuoto, ma dentro ambienti saturi di ego, ricatti, dipendenze, frustrazioni, appetiti e segreti custoditi troppo a lungo.

Il thriller come anatomia morale del potere

Sabatini costruisce un noir romano che non vive soltanto di colpi di scena. La suspense c’è, ed è robusta, ma il cuore del libro sta nella capacità di mostrare quanto il male possa cambiare forma e nascondersi in luoghi apparentemente rispettabili. Il titolo, Mutevoli nascondigli è la chiave interpretativa dell’intero romanzo. I nascondigli sono gli appartamenti eleganti, gli studi televisivi, le redazioni, le sale da gioco, i salotti letterari, ma sono soprattutto le pieghe interiori dei personaggi. Ognuno nasconde qualcosa: un’ambizione, una vergogna, una colpa, un desiderio inconfessabile, una ferita mai curata.

Roma, in questo quadro è una città notturna, mobile, spietata, attraversata da poteri opachi e da solitudini private. Sabatini la conosce e la usa con precisione narrativa: la città non resta sullo sfondo, entra nel ritmo della storia, nei quartieri, nei tragitti, nei palazzi, nella distanza tra ciò che appare e ciò che marcisce dietro porte ben chiuse. Il risultato è un romanzo che parla al lettore di oggi perché intercetta una sensazione diffusa: quella di vivere in una società in cui il prestigio pubblico può convivere con la miseria morale, e in cui la verità deve farsi largo tra rumore, spettacolo e convenienza.

Malinverno, un giornalista ferito che non rinuncia alla verità

Leo Malinverno è il punto di forza della serie e anche di questo terzo capitolo. Non è un investigatore freddo, né un superuomo immune alle conseguenze di ciò che vede. È un giornalista che porta sul corpo i segni della violenza e sulla coscienza quelli delle assenze, degli amici perduti, delle occasioni mancate, delle relazioni lasciate in sospeso. La sua convalescenza non è solo un passaggio narrativo, ma una condizione esistenziale. Malinverno deve chiedersi se abbia ancora energia, rabbia e lucidità per tornare nel mondo da cui è stato temporaneamente espulso.

Il romanzo diventa così anche un libro sul giornalismo, attraverso dinamiche credibili: rivalità tra colleghi, fame di scoop, direttori che misurano le notizie anche in copie vendute, giovani cronisti pronti ad approfittare dello spazio lasciato libero, vecchie redazioni che somigliano a campi di battaglia emotivi. Sabatini sa di cosa scrive. Si sente nella naturalezza dei dialoghi, nella descrizione dei rapporti professionali, nella precisione con cui racconta l’adrenalina della notizia e la sua possibile degenerazione. Malinverno rimane un personaggio affascinante proprio perché non smette di credere nel giornalismo anche quando vede quanto possano essere tossici alcuni suoi ambienti.

Una scrittura nervosa, ricca, capace di alternare violenza e malinconia

La prosa di Sabatini procede con un passo sicuro. Sa accelerare nelle scene d’azione, rallentare nei momenti introspettivi, concedersi affondi satirici e poi tornare alla tensione investigativa. Uno degli aspetti più riusciti del libro è l’equilibrio tra durezza e ironia. Ci sono pagine violente, disturbanti, a tratti persino brutali, ma non gratuite: servono a far emergere la temperatura morale di un mondo in cui il corpo diventa bersaglio, strumento di dominio, prova della sopraffazione.

Accanto alla violenza, però, Sabatini inserisce malinconia, memoria, musica, nostalgia, solitudini domestiche. Malinverno ascolta, ricorda, rimpiange, si irrita, si lascia attraversare da presenze e assenze. Questo gli impedisce di ridursi a una funzione narrativa. È un uomo prima ancora che un protagonista seriale. Intorno a lui si muove una galleria di personaggi tratteggiati con gusto, spesso segnati da tic, ossessioni, linguaggi riconoscibili. Alcuni entrano in scena con forza quasi teatrale; altri si rivelano poco alla volta, come se la trama dovesse strappare loro la maschera.

Letteratura, televisione e malaffare: il romanzo guarda dentro il circo della visibilità

La presenza di uno scrittore celebre come Petronio Grigo permette a Sabatini di allargare il discorso al mondo letterario e mediatico. Il successo editoriale, la fama televisiva, le ospitate, le interviste, le pose pubbliche diventano materiale narrativo e bersaglio di una critica mai moralistica, ma tagliente. Il romanzo si muove dentro un universo in cui la notorietà può diventare una corazza, ma anche una condanna. Chi appare molto spesso nasconde ancora di più.

In questa prospettiva, Mutevoli nascondigli è anche una riflessione sul rapporto tra racconto e manipolazione. I personaggi cercano di controllare la propria immagine, di riscrivere la propria storia, di usare gli altri come strumenti. Il crimine non è solo sangue versato: è anche dominio psicologico, ricatto, costruzione di versioni convenienti della realtà. Sabatini conosce bene i meccanismi della comunicazione e li trasforma in materia narrativa senza appesantire il romanzo. Il lettore resta dentro la storia, ma intanto riconosce molti vizi del presente.

Perché leggere “Mutevoli nascondigli”

Mutevoli nascondigli è un thriller solido, cupo, avvolgente, scritto da un autore che sa tenere insieme mestiere narrativo e profondità di sguardo. Funziona come romanzo d’indagine, perché dissemina indizi, sospetti, svolte e domande. Funziona come noir urbano, perché restituisce una Roma nervosa, elegante e degradata, attraversata da poteri diversi ma spesso comunicanti. Funziona, soprattutto, come romanzo morale, perché costringe il lettore a interrogarsi sulla parte nascosta delle persone, sulla facilità con cui vittime e carnefici possono scambiarsi posto, sull’ambiguità di chi pretende di raccontare la verità senza essere disposto a guardare fino in fondo dentro se stesso.

La forza del libro sta nella sua capacità di non concedere al lettore una posizione comoda. Sabatini non costruisce un mondo diviso tra innocenti e colpevoli in modo netto. Preferisce lavorare sulle zone intermedie, sulle crepe, sulle complicità minori che preparano i grandi disastri. È un romanzo che intrattiene, ma non si esaurisce nell’intrattenimento. Dopo l’ultima pagina resta addosso la sensazione di aver attraversato un’indagine che riguarda i delitti, certo, ma anche i meccanismi con cui le persone provano a salvarsi dal tempo, dalla morte, dalla vergogna e dalla verità.

Con Mutevoli nascondigli, Mariano Sabatini firma un capitolo maturo della saga di Leo Malinverno: un libro teso, sporco quanto basta, ricco di umanità ferita e di sguardo civile. Un thriller che cattura perché promette mistero, ma convince perché racconta qualcosa di più profondo: la paura di essere scoperti proprio nel luogo in cui pensavamo di esserci nascosti meglio.

 
CATEGORIA

Cultura

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista