Termini, il progetto da 45 milioni cambia volto: gli architetti chiedono rispetto per la piazza

Piazza dei Cinquecento ancora nei cantieri: l’Ordine degli architetti chiede al Comune di salvare il progetto originario di Termini
Di Alessandra Monti
Stazione Termini, Roma
Stazione Termini, Roma

A Roma Termini il grande cantiere di piazza dei Cinquecento resta uno dei simboli più discussi dell’eredità giubilare: teloni, transenne, aree usurate e un progetto che, per l’Ordine degli architetti di Roma, avrebbe ormai preso una direzione diversa da quella premiata dal concorso internazionale.

Piazza dei Cinquecento e il maxi intervento da 45 milioni: perché il nodo riguarda tutta Roma

Il caso Termini non è solo una vicenda romana. Riguarda il Lazio, perché la stazione è la principale porta ferroviaria della Capitale e uno snodo quotidiano per pendolari, studenti, lavoratori, turisti e passeggeri in arrivo da ogni provincia. Da Frosinone, Latina, Viterbo, Rieti e dalla stessa area metropolitana, migliaia di persone passano ogni giorno da piazza dei Cinquecento. Per molti, il primo impatto con Roma coincide proprio con quello spazio oggi ancora segnato dai cantieri.

I lavori vengono indicati in chiusura entro l’estate. A portarli avanti è Anas, nel quadro degli interventi collegati al Giubileo 2025. Il calendario, però, pesa già sul giudizio pubblico: siamo nel 2026 e la piazza resta in parte nascosta da recinzioni e coperture di cantiere, con alcune porzioni dell’area già visibilmente consumate prima ancora della piena restituzione alla città.

Il tema più delicato non riguarda soltanto i tempi. Il vicepresidente dell’Ordine degli architetti di Roma, Lorenzo Busnengo, in una intervista al Corriere della Sera, parla di un progetto “completamente diverso” rispetto a quello risultato vincitore. Una frase destinata ad aprire un confronto serio, perché sposta l’attenzione dal disagio quotidiano alla qualità dell’opera pubblica. Non basta chiudere i cantieri. La domanda diventa un’altra: quale piazza verrà consegnata a Roma?

Dal concorso internazionale alla realizzazione: il rischio di perdere l’idea iniziale

La trasformazione di piazza dei Cinquecento nasceva con un’impostazione ambiziosa. La gara internazionale, bandita nel 2020 da GS Rail con FS Sistemi Urbani e Comune di Roma, era stata vinta nel 2021 da un gruppo composto da It’s, TVK, Artelia, Net engineering, Latitude Platform e Rustici. Un percorso pensato per dare qualità architettonica a uno degli spazi più importanti della Capitale.

In gioco ci sono circa 45 milioni di euro, con fondi giubilari e risorse del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Numeri consistenti, legati a un intervento considerato il più rilevante del pacchetto giubilare. La posta non era soltanto sistemare una piazza degradata. L’obiettivo era restituire ordine, identità e funzione a un luogo attraversato ogni giorno da flussi enormi.

Il progetto originario puntava a ricostruire il senso di piazza dei Cinquecento come spazio pubblico, non come semplice area di transito. L’idea era tenere insieme accessibilità, accoglienza, sostenibilità ambientale, gestione dei flussi e rapporto con la storia urbana della Capitale. Un lavoro di cucitura, capace di trasformare un’area confusa in un ingresso riconoscibile, leggibile e più vivibile.

Ora l’allarme degli architetti riguarda proprio questo passaggio. Quando un’opera pubblica viene modificata in modo profondo durante la fase esecutiva, il rischio è che il risultato finale perda coerenza. Si conserva il cantiere, si spende il denaro, si completano le lavorazioni, ma si smarrisce la visione che aveva motivato la scelta iniziale.

L’appello al Comune: non trasformare Termini in un’occasione mancata

L’Ordine degli architetti chiede al Comune di Roma attenzione e rispetto dell’idea progettuale originaria. Il messaggio è netto: piazza dei Cinquecento rappresenta un’occasione storica e non può diventare l’ennesimo intervento pubblico nato con grandi aspettative e arrivato al traguardo con un volto diverso.

Busnengo definisce Termini “la porta d’ingresso di Roma”, ma oggi la descrive come un “non-luogo”. È una formula dura, che colpisce perché molti cittadini la riconoscono nella propria esperienza quotidiana: percorsi frammentati, spazi poco accoglienti, aree di passaggio dominate più dalla necessità di attraversare che dal piacere di sostare. Una stazione può essere efficiente anche se la piazza davanti resta fragile, ma una capitale non può permettersi di accogliere milioni di persone con un luogo privo di forma urbana.

La questione riguarda anche il metodo. Il concorso di progettazione viene indicato dagli architetti come lo strumento più serio per alzare la qualità delle trasformazioni urbane. Serve a scegliere idee, competenze, visioni tecniche e soluzioni capaci di reggere nel tempo. Se poi, nella fase esecutiva, il progetto viene stravolto, il meccanismo perde forza e credibilità.

Roma conosce bene questo rischio. Le opere pubbliche spesso nascono da intenzioni forti e poi finiscono rallentate da varianti, adattamenti, ritardi, compromessi e cantieri prolungati. Piazza dei Cinquecento, per posizione e investimento economico, può diventare un modello positivo oppure un nuovo caso da discutere per anni.

La piazza di Termini come banco di prova per il futuro delle opere pubbliche

Il nodo Termini arriva in un momento in cui Roma sta provando a cambiare volto con interventi legati al Giubileo, alla mobilità, alla rigenerazione urbana e alla riqualificazione di aree complesse. Per questo l’appello degli architetti non resta confinato ai confini della stazione. Tocca un tema più ampio: la capacità della Capitale di portare a termine opere pubbliche senza perdere qualità durante il percorso.

Una piazza davanti alla stazione centrale non è un dettaglio estetico. È infrastruttura urbana, spazio civico, luogo di accesso, biglietto da visita e punto di orientamento. Deve funzionare per chi arriva con una valigia, per chi prende un autobus, per chi attraversa l’area a piedi, per chi lavora in zona, per chi usa Termini come nodo di scambio quotidiano.

Il completamento entro l’estate potrà ridurre i disagi materiali, ma non basterà a chiudere il dibattito se l’opera consegnata non risponderà all’idea nata dal concorso. Il vero esame sarà visibile quando teloni e transenne verranno rimossi. Solo allora si capirà se piazza dei Cinquecento avrà recuperato dignità urbana o se Roma si troverà davanti a una sistemazione parziale, costosa e poco fedele alla promessa iniziale.

 
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