Io non ci sto. Non ci sto a far finta di niente, a girare la testa dall’altra parte, a fingere che sia normale ciò che normale non è. Perché c’è un’aberrazione che si consuma ogni giorno nei tribunali italiani, dietro le porte ovattate degli uffici dei giudici tutelari, e nessuno ne parla. Nessuno alza la voce. E allora la alzo io.
Quando chi cura diventa sospetto
Immaginate una donna. Chiamiamola Maria. Ha settant’anni, una mente che si è spenta a poco a poco come una candela al vento, e non riconosce più il volto dei suoi figli. C’è qualcuno, però, che ogni mattina la lava, la veste, le compra le medicine, la porta dal medico, le tiene la mano quando piange senza sapere perché. Questo qualcuno è l’amministratore di sostegno. Non un parente avido, né un erede in agguato: una persona che ha accettato il peso di vegliare su una vita fragile. Lo Stato gli ha affidato Maria. E come lo ripaga, lo Stato? La morte di Maria arriva, come arriva per tutti. E in quel momento — proprio in quel momento — il giudice tutelare compie il suo gesto più miserabile: chiede agli eredi di approvare il rendiconto dell’amministratore.
Agli eredi. Capite? A quegli stessi figli che, quando Maria era viva, non si facevano vedere. Che non telefonavano. Che non si sporcavano le mani con le sue miserie umane e con le notti insonni. Quegli eredi che ricomparivano soltanto all’odore dell’eredità, come avvoltoi sopra una carcassa, ora vengono eletti dal magistrato a giudici dell’uomo che ha fatto il loro dovere al posto loro. È un capovolgimento osceno. È mettere il ladro a sorvegliare l’onesto. È chiedere a chi non c’era di sentenziare su chi c’era sempre.
La paura dei giudici tutelari e il peso scaricato sugli altri
E perché lo fa, il giudice? Per coraggio? No. Per giustizia? Nemmeno. Lo fa per paura. Per paura delle responsabilità. Perché scaricare sugli eredi l’approvazione del conto significa togliersi un fastidio dalle spalle, lavarsi le mani come un Pilato in toga. Il giudice tutelare dovrebbe essere l’alleato del più debole, lo scudo del beneficiario e il compagno di chi lo amministra. Dovrebbe dire: «Vai, ti copro io, lo Stato è con te». Invece sospetta. Diffida. Tratta l’amministratore come un imputato in attesa di sentenza, come un sospettato di chissà quale furto. La sfiducia è il marchio di questo sistema. E la sfiducia, signori miei, è una forma di vigliaccheria.
Mi si dirà: ma esistono anche gli amministratori disonesti. Certo che esistono. Su mille persone che si alzano la notte per portare un bicchiere d’acqua, ce ne saranno quattro che rubano, che approfittano, che tradiscono la fiducia riposta in loro. Non lo nego, non l’ho mai negato. Ma da quando, in un Paese civile, si punisce la moltitudine per la colpa di pochi? Abusus non tollit usum, insegnavano i giuristi: l’abuso non cancella l’uso, e il fatto che qualcuno si serva male di uno strumento non rende quello strumento un delitto. Se quattro amministratori delinquono, la contromisura non può essere la persecuzione di tutti coloro che sostengono chi ha bisogno di sostegno. Si colpisca il colpevole, lo si persegua, lo si radii, ma non si trasformi l’onesto in sospettato per la colpa del disonesto.
Già il diritto romano aveva compreso ciò che oggi pare smarrito: «satius esse impunitum relinqui facinus nocentis quam innocentem damnari», meglio lasciare impunito il delitto di un colpevole che condannare un innocente (Ulpiano, Digesto, 48.19.5). E Quintiliano, tratteggiando il maestro ideale, ammoniva che la sua autorità non dovesse mai farsi tristis, cupa, arcigna, sospettosa (Institutio oratoria, II, 2). È esattamente quella, l’auctoritas tristis, che troppi giudici tutelari esercitano: un’autorità triste, che diffida per principio e che nel dubbio sceglie sempre di sospettare invece di sostenere.
Il denaro del beneficiario appartiene alla sua vita, non agli eredi
Ma c’è di più, e qui il sangue mi va alla testa. Questi — per fortuna pochi — magistrati pretendono che l’amministratore risparmi. Che faccia economia. Che lasci il conto in banca bello gonfio. Per chi? Per gli eredi! Come se il denaro di Maria fosse un tesoro da consegnare intatto a chi le sopravvive, e non il pane, le medicine, il calore, la dignità degli ultimi giorni di Maria stessa. Io lo grido: i soldi del beneficiario sono del beneficiario. Vanno spesi per lui, per il suo benessere, per la sua felicità finché un soffio di vita gli resta nel petto. L’amministratore di sostegno non è il custode di un salvadanaio per gli avidi. Non deve impoverire la vita di chi cura per ingrassare il portafoglio di chi aspetta soltanto il funerale. Far risparmiare a danno del vivo per arricchire chi resta è la più crudele delle ingiustizie travestita da prudenza contabile.
E poi — perché le aberrazioni in questo Paese non vengono mai sole — c’è la pretesa del rendiconto dell’indennità di accompagnamento. Ma vi rendete conto? L’indennità di accompagnamento è una somma che lo Stato dà all’invalido non perché la chiuda in un cassetto e ne tenga la ricevuta, ma perché viva. È un riconoscimento, non un prestito da rendicontare centesimo per centesimo. È denaro che esiste per essere consumato nel sollievo di un corpo che soffre. Chiederne il conto come fosse il fondo cassa di un’azienda è non aver capito nulla — nulla — del perché quel denaro esiste. È burocrazia che calpesta la pietà.
Il consenso sanitario non può diventare una condanna per l’amministratore
Manca l’ultima, e forse la più grave. Molti giudici pretendono che sia l’amministratore di sostegno a esprimere il consenso ai trattamenti sanitari. Che decida lui, con la sua firma, della carne e del destino di un altro essere umano. Ma l’amministratore non è il padrone del corpo del beneficiario! Non è il proprietario della sua volontà! L’amministratore è il “veicolo” — come ha precisato un grande giovane Magistrato — delle scelte del beneficiario, la voce di chi non ha più voce, lo strumento che traduce in atto ciò che quella persona vorrebbe se solo potesse dirlo. Caricargli addosso il consenso sanitario come fosse una sua personale decisione è snaturare il suo compito, è trasformare un servitore della volontà altrui in un arbitro della vita altrui. È un peso che non gli compete e che nessuna legge gli ha dato.
Un sistema che confonde prudenza e abbandono
Ecco il quadro. Un sistema che sospetta di chi cura e protegge chi eredita. Che chiede di risparmiare sul vivo per donare al sopravvissuto. Che pretende il conto perfino sulla pietà di Stato. Che scarica su spalle innocenti decisioni che non sono loro. E lo fa, sempre, per la stessa ragione: la paura. La paura di firmare, la paura di assumersi una responsabilità, la paura di stare dalla parte del più debole quando stare dalla parte del più debole costa coraggio.
Ma io non voglio chiudere nel buio. Perché in mezzo a tanta viltà esiste anche chi ha capito. Esiste un Giudice — uno, e mi basta, perché basta una candela per dire che la luce è possibile — che fa diversamente. Non ne dico il nome, tanto chi lo conosce sa perfettamente di chi si parla ed Egli non necessita di pubblicità. È il Magistrato che non sospetta, ma sostiene. Che non scarica, ma protegge i suoi ausiliari. Che non confonde l’amministratore con un imputato né gli eredi con dei giudici. Che ha capito che il suo ruolo è proteggere il fragile finché respira, non amministrare un patrimonio per chi gli sopravvive. Un giudice illuminato in un sistema che troppo spesso preferisce l’ombra.
A Lui dico grazie. Agli altri dico che ci vorrebbe un po’ più di coraggio, ma è una frase inutile: “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”, diceva il grande Alessandro Manzoni. E a tutti gli amministratori di sostegno che ogni giorno tengono una mano e comprano una medicina e ascoltano un pianto senza nome, dico: avete ragione voi. Lo Stato dovrebbe inginocchiarsi davanti a voi, non processarvi. Un giorno, forse, lo capirà.
Io intanto non smetto di scriverlo. Perché c’è un modo solo per combattere la paura dei potenti: non avere paura di dirlo!
Avv. Carlo Affinito
