Michele Mari resta allo Strega dopo le presunte offese a Murgia: si giudica il libro o anche l’autore?

Michele Mari resta al Premio Strega 2026: il caso Murgia apre il nodo opera-autore verso la finale di Roma dell’8 luglio
Di Alessandra Monti
Finalisti Premio Strega 2026, Credits MUSA
Finalisti Premio Strega 2026, Credits MUSA

Michele Mari resta in gara al Premio Strega 2026 con I convitati di pietra. La decisione arriva dopo giorni di tensione nati dalle frasi attribuite allo scrittore su Michela Murgia e dalla reazione di Teresa Ciabatti durante il tour dei finalisti.

Premio Strega 2026, perché Michele Mari resta nella sestina

La gara letteraria più seguita d’Italia non cambia la sua sestina. Il nodo regolamentare ha avuto un peso decisivo: una volta accettata la candidatura, l’opera prosegue il suo percorso e nemmeno l’autore può ritirarla. È una regola che sposta il baricentro dalla figura pubblica dello scrittore al libro, dal giudizio sulla persona alla valutazione del testo.

Il caso riguarda Michele Mari, in testa alla sestina con I convitati di pietra, pubblicato da Einaudi, già vincitore dello Strega Giovani 2026. La vicenda è nata durante uno spostamento del tour dei finalisti, quando allo scrittore sarebbero state attribuite parole offensive su Michela Murgia, scomparsa nel 2023. Teresa Ciabatti, finalista con Donnaregina, avrebbe reagito difendendo l’amica. Mari ha smentito la ricostruzione delle frasi più dure, mentre il dibattito è rapidamente uscito dal perimetro letterario.

La permanenza in gara non chiude la vicenda. La sposta su un piano più ampio: un premio deve valutare soltanto l’opera o può tenere conto anche dei comportamenti pubblici, delle parole, della sensibilità umana di chi scrive? È la domanda che attraversa da anni la cultura, il cinema, la musica, l’editoria. Ogni volta torna con volti diversi, ogni volta produce lo stesso attrito: quanto può essere separato un libro dalla persona che lo ha scritto?

Caso Murgia, il giudizio sul corpo delle donne torna al centro

L’aspetto più delicato della vicenda riguarda il contenuto delle frasi attribuite a Mari. Il riferimento al corpo di Michela Murgia ha colpito molte scrittrici, lettrici e osservatrici perché richiama una forma antica di svalutazione: giudicare una donna partendo dall’aspetto fisico, ridurre una voce pubblica alla sua immagine, trasformare il dissenso in un attacco personale.

Murgia è stata una figura divisiva, amata e contestata, capace di portare nel dibattito italiano temi politici, sociali e culturali con una forza rara. Proprio per questo, le parole pronunciate su di lei assumono un rilievo maggiore. Non riguardano soltanto un episodio di maleducazione o una frase infelice. Tocca la memoria di un’autrice morta da poco, la percezione del rispetto dovuto a chi non può più replicare, il modo in cui il mondo culturale parla delle donne quando pensa di essere al riparo dal giudizio esterno.

Qui si apre una questione scomoda. Se il premio valuta i libri, il pubblico valuta anche i gesti. Se la giuria si muove dentro un regolamento, i lettori si muovono dentro una sensibilità più larga. E oggi quella sensibilità è molto meno disposta a considerare le parole come incidenti marginali, specie quando colpiscono il corpo, la dignità o la storia personale di una donna.

Opera o autore, la domanda che pesa sulla finale di Roma

Lo Strega arriva alla fase finale con una tensione inedita per questa edizione. Il tour dei finalisti prosegue, le tappe continuano, il calendario resta fitto: Selvazzano Dentro, Milano, Saint-Vincent, Verbania, il viaggio in Messico per alcuni candidati, poi Velletri il 7 luglio e la serata decisiva a Roma l’8 luglio.

La domanda destinata ad accompagnare ogni appuntamento è ormai chiara: si vota il romanzo o anche l’autore? La risposta istituzionale indica una strada precisa: il premio riguarda le opere. È una posizione solida sul piano regolamentare, perché impedisce decisioni emotive, rimozioni improvvise e valutazioni esterne alla qualità letteraria. Allo stesso tempo, il caso mostra quanto sia difficile pretendere che la letteratura viva in una stanza chiusa.

Gli scrittori non sono soltanto nomi su una copertina. Presentano libri, parlano nei festival, dialogano con il pubblico, entrano nel discorso civile. Il loro comportamento incide sulla ricezione dell’opera, anche quando non dovrebbe determinarne il valore estetico. Un romanzo può restare grande pure se chi lo ha scritto dice una frase infelice. Però quella frase può cambiare il modo in cui il lettore guarda l’autore, e a volte anche il libro.

La gara continua, il dibattito pure

Michele Mari resta quindi uno dei favoriti. I convitati di pietra era già arrivato alla sestina con un vantaggio importante e con una forte attenzione critica. Il libro, per struttura e tono, appartiene pienamente alla storia letteraria del suo autore: gusto per l’invenzione, ossessione per la lingua, rapporto con il tempo, memoria e morte trattate con un impasto di ironia e inquietudine.

Ora però quel romanzo viaggia con un peso pubblico aggiunto. Non basta più chiedersi chi vincerà lo Strega. La domanda più interessante riguarda il criterio con cui si sceglie un vincitore quando il libro resta in gara, l’autore è sotto osservazione e il pubblico pretende un’etica della parola anche fuori dalla pagina.

Il Premio Strega nasce come premio letterario, non come tribunale morale. Proprio per questo il caso Mari-Murgia è così forte: perché obbliga a distinguere senza fingere che le distinzioni siano semplici. L’opera merita un giudizio autonomo. L’autore, però, non scompare quando chiude il libro. Rimane nella voce, nella postura pubblica, nella responsabilità di chi vive grazie alle parole.

 
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Cultura

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