“L’imprudenza” di Enrico Pellegrini: il romanzo che trasforma una colpa in destino

Recensione de “L’imprudenza” di Enrico Pellegrini: amore, legge, ambizione e fallimento in un romanzo intenso, ironico e doloroso
Di Francesco Vergovich
Enrico Pellegrini, L'imprudenza
Enrico Pellegrini (screenshot Rai Cultura)

L’imprudenza, nuovo romanzo di Enrico Pellegrini pubblicato da La nave di Teseo, è un libro che parte da una parola giuridica e arriva molto lontano: dentro l’amore, dentro l’ambizione, dentro quella zona della vita in cui un gesto sembra ancora innocente e invece ha già cominciato a produrre conseguenze. Il titolo richiama l’articolo 43 del Codice penale, la colpa che nasce da negligenza, imprudenza o imperizia, ma il romanzo non resta mai chiuso nella formula del diritto. La usa come detonatore narrativo, come chiave per interrogare una storia in cui nessuno appare mai soltanto vittima, colpevole, amante, imputato, genio o fallito. Ognuno porta addosso il proprio frammento di verità, spesso non quello più comodo.

Un romanzo nato da una lunga combustione

Sapere che L’imprudenza arriva da circa venticinque anni di riscritture aiuta a capirne la forma. Non perché il libro sembri costruito a freddo, anzi: la sua forza sta proprio nell’impressione opposta, in quella materia viva che ha avuto bisogno di molti passaggi prima di trovare il passo giusto. Pellegrini non consegna al lettore una trama lineare, ma una struttura mobile, fatta di “lavori”, voci, luoghi e tempi che si inseguono: l’India, Rapallo, Chicago, New York, l’aula di giustizia, la memoria. Ogni capitolo sembra una deposizione, una scena madre, un racconto di origine. Ogni episodio aggiunge una prova e insieme la smentisce, perché la vita dei personaggi non si lascia ridurre alla semplicità di un capo d’accusa.

Al centro c’è Rosso Fiorentino, aspirante scrittore, ragazzo segnato da un incidente, da una perdita e da una cicatrice che è fisica e morale. Intorno a lui si muove una costellazione di figure memorabili: il Maestro, vecchio scrittore in esilio da sé stesso; Sachin, venditore, narratore, amico, creatura comica e malinconica; Don Otto, panettiere dalla solidità quasi mitologica; Federico, pittore adolescente; Franz, signore delle feste e della sopravvivenza sociale; soprattutto Chloé Verdi, la donna che nel romanzo non è mai soltanto oggetto d’amore, ma energia, ferita, intelligenza, rischio, possibilità di futuro.

Chloé e Rosso, amore sotto processo

La storia fra Rosso e Chloé è una delle parti più riuscite del romanzo perché Pellegrini evita l’enfasi sentimentale. Non idealizza il legame, non lo purifica, non lo assolve. Lo mostra nella sua vitalità e nella sua ambiguità. Chloé appare prima in India, giovane, bellissima, già attraversata da qualcosa che non viene spiegato subito. Ha occhi “verde petrolio”, cicatrici, fame di vita, desiderio di riuscire. Rosso la guarda come si guarda una promessa, ma anche come si guarda una possibilità di salvezza. Il problema è che nessuno salva nessuno senza chiedere qualcosa in cambio, anche quando non lo sa.

Nel romanzo l’amore entra in aula. Diventa argomento, strategia, movente, alibi. Il pubblico ministero prova a smontarlo come si smonta una versione dei fatti: se c’era amore, poteva esserci truffa? Se c’era truffa, l’amore era solo una maschera? La domanda più disturbante del libro nasce qui. Pellegrini non chiede al lettore di stabilire semplicemente se Rosso sia colpevole. Gli chiede di guardare quanto spesso, nella vita, le nostre azioni migliori e peggiori nascano dalla stessa sorgente: bisogno di essere amati, desiderio di grandezza, paura di restare nessuno.

La leggerezza che fa più male

L’imprudenza è anche un romanzo molto divertente. Questa è una delle sue qualità più rare. La comicità non smorza il dolore, lo rende più umano. Le scene di Rapallo, con le uniformi dell’esercito indiano vendute come oggetti irresistibili, il rapimento del labrador Arturo, la focaccia esportata come idea imprenditoriale, hanno un’energia da grande commedia narrativa. Pellegrini possiede un talento evidente per il dettaglio fisico, per la battuta improvvisa, per l’immagine che resta impressa. Sachin che guarda in alto come se qualcosa dovesse cadergli in testa, il Maestro con il Drakkar Noir, Don Otto nella panetteria all’alba: sono figure che sembrano nate per restare.

Eppure sotto questa leggerezza scorre una corrente più scura. Il romanzo parla di lutto, di malattia, di fallimento, di vergogna, di classi sociali, di denaro, di sogni trasformati in aziende, di aziende trasformate in disastri. La focaccia, all’inizio quasi un’idea buffa, diventa progetto, società, quotazione, rovina. Il sogno di “fare qualcosa di bello e di grande” si sporca con la finanza, con gli avvocati, con la reputazione, con i documenti, con il bisogno di convincere gli altri che il sogno non sia già diventato un inganno.

La legge, la scrittura, la colpa

Pellegrini scrive libri e fa l’ avvocato a New York e “L’imprudenza” conosce il linguaggio della legge, i suoi meccanismi, le sue freddezze, la sua necessità di dividere ciò che nella vita resta mescolato. Ma conosce anche il potere opposto della letteratura: non assolvere, non condannare, bensì restituire complessità. Il tribunale ha bisogno di una risposta. Il romanzo, invece, può permettersi una verità più scomoda: spesso la colpa non coincide con il male, e l’innocenza non coincide con la bontà.

In questo senso il libro è profondamente morale, senza mai diventare moralista. Guarda i suoi personaggi nel momento in cui sbagliano, desiderano, manipolano, mentono, sperano, fuggono. Non li schiaccia né li semplifica e Pellegrini sembra interessato alla linea sottile che separa l’audacia dall’errore, l’impresa dalla truffa, l’amore dalla dipendenza, la fedeltà dalla paura. L’imprudenza del titolo non è solo un reato possibile: è una postura esistenziale. È il modo in cui si vive quando si decide di attraversare la vita senza proteggersi abbastanza.

Il Maestro e la grande eredità del romanzo

La figura del Maestro apre il libro con una forza particolare. È un vecchio scrittore che ha dedicato tutto alla letteratura e si ritrova pieno, saturo, incapace di sentire. L’incontro con Chloé, l’India, la tigre bianca, la morte vicina compongono una sequenza potente, quasi una dichiarazione poetica. Il Maestro affida a Rosso una frase che attraversa tutto il romanzo: fare qualcosa di bello e di grande. È una consegna splendida e pericolosa, perché nessuno spiega mai davvero cosa significhi. Può essere un’opera d’arte, un amore, un’impresa, una menzogna ben raccontata, un gesto di coraggio, una rovina costruita con le migliori intenzioni.

Rosso prende quella frase sul serio, forse troppo. Da lì nasce il movimento del romanzo: l’idea che una vita debba giustificarsi attraverso un’opera, un gesto, una prova. È un tema enorme, trattato con una naturalezza sorprendente. Pellegrini racconta la fame di grandezza senza deriderla e senza celebrarla. La mostra nella sua bellezza iniziale e nel suo costo finale. Perché ogni sogno, quando cresce, chiede manutenzione, denaro, alleanze, compromessi. E a volte diventa una macchina più grande di chi l’ha inventato.

Un romanzo sul tempo e sulle forme che cambiano

Il lungo processo di riscrittura da cui nasce L’imprudenza si sente anche nella sua architettura. Il libro sembra portare dentro di sé molte vite precedenti. Ha l’avventura picaresca, la storia d’amore, il romanzo giudiziario, la commedia sociale, il racconto di formazione, il romanzo americano della riuscita e del crollo. Questa mescolanza non appare come esercizio di stile, ma come necessità. La vita di Rosso non può essere narrata da un solo punto di vista, perché la sua verità cambia a seconda di chi la racconta: l’amico, l’amante, l’accusa, la difesa, la memoria, il rimorso.

La scrittura di Pellegrini procede con immagini nette, dialoghi rapidi, scene costruite con grande senso del ritmo. Il romanzo ha una qualità cinematografica, ma non perde mai densità letteraria. I luoghi non sono fondali: l’India è inizio e rivelazione, Rapallo è teatro dell’adolescenza prolungata, Chicago è promessa di riscatto, New York è il luogo dove il sogno diventa sistema. Tutto si muove, tutto cambia statuto. Anche la focaccia, oggetto minimo e quasi domestico, finisce per contenere un’intera idea di mondo.

Perché “L’imprudenza” resta addosso

L’imprudenza colpisce perché parla di un tema che riguarda tutti: cosa succede quando le nostre migliori intenzioni non bastano più a proteggerci dalle conseguenze delle nostre azioni. Pellegrini scrive un romanzo emotivamente forte perché non cerca la commozione facile. La fa arrivare dopo, quando il lettore ha già riso, seguito l’avventura, creduto nel sogno, amato i personaggi, sospettato di loro. Il dolore arriva proprio perché non è annunciato. Entra nella pagina come entra nella vita: mentre si stava facendo altro.

Alla fine, il romanzo lascia una domanda più grande del verdetto. Che cosa resta di una persona quando la sua storia viene ridotta a un fascicolo, a un capo d’imputazione, a una versione processuale? Forse resta ciò che la legge non può contenere del tutto: il modo in cui ha amato, il modo in cui ha fallito, le persone che ha trascinato con sé, quelle che ha provato a salvare, quelle che ha perduto. L’imprudenza è un romanzo sulla colpa, certo. Ma soprattutto è un romanzo sulla vita quando smette di essere governabile. E sulla letteratura come ultimo luogo in cui, anche davanti alla rovina, qualcuno può ancora tentare di capire.

 
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Cultura

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