La penisola contromano, Mario Tozzi ci porta nell’Italia che rischiamo di perdere

Mario Tozzi attraversa l’Italia fuori dalle rotte consuete: geologia, memoria, paesaggio e una dura critica al turismo di consumo
Di Francesco Vergovich
Mario Tozzi
Mario Tozzi

La penisola contromano è un atlante sentimentale e scientifico composto da centoventitré tappe, disposte lungo un itinerario che parte dalla Sardegna, attraversa il Paese dal Sud verso il Nord e termina in Liguria, alla foce del Magra. Mario Tozzi percorre l’Italia scegliendo località, storie e paesaggi rimasti ai margini delle rappresentazioni più consuete. Il suo libro riguarda il viaggio, ma parla soprattutto del nostro modo di abitare il territorio, consumarlo, ricordarlo e trasformarlo. La sua importanza nasce da questa domanda implicita: quanta Italia perdiamo ogni volta che guardiamo un luogo senza comprenderne la struttura, la storia naturale e le ferite?

Un’Italia letta partendo dalle rocce

Lo sguardo di Mario Tozzi nasce dalla geologia. Per lui una città, un’isola, un borgo o una montagna non possono essere compresi limitandosi alle architetture, alle tradizioni e alle vicende umane. Ogni luogo poggia su una materia più antica, conserva le tracce di fenomeni avvenuti milioni di anni fa e continua a dipendere da equilibri fisici che l’uomo può rispettare, alterare oppure ignorare.

Questa prospettiva consente all’autore di accostare elementi solitamente tenuti separati. La forma di una città dialoga con il sottosuolo; un rito religioso conserva il ricordo di una civiltà precedente; una ricetta racconta le risorse disponibili in un territorio; una strada segue una conformazione naturale; un edificio lesionato rivela l’effetto delle onde sismiche; un’antica palude bonificata torna a porre interrogativi sulla biodiversità perduta.

A Barumini, Tozzi osserva le rovine nuragiche e presenta l’ipotesi di un remoto maremoto capace di avere inciso sulla civiltà sarda. A San Clemente, nel cuore di Roma, segue una sorgente nascosta e ricostruisce la presenza di fossi, laghetti e sedimenti alluvionali cancellati dall’urbanizzazione. Sul Pollino contempla gli ultimi pini loricati. A Torino invita a leggere la prima carta geologica conosciuta. Sull’Adamello ritrova le trincee della Grande Guerra riemerse a causa della riduzione dei ghiacci.

La geologia diventa così una forma di memoria. Le rocce non costituiscono uno sfondo immobile: registrano il tempo, condizionano la vita e spesso smentiscono l’illusione umana di potere dominare qualsiasi ambiente.

Il viaggio come educazione dello sguardo

Il nucleo più forte del libro risiede nella distinzione fra guardare e vedere. La velocità contemporanea permette di raggiungere quasi ogni destinazione, fotografarla, pubblicarla e ripartire. Questa facilità di accesso ha ridotto il tempo dedicato alla comprensione. Il luogo viene trasformato in un’immagine da riconoscere, riprodurre e archiviare.

Tozzi propone un movimento più lento, fatto di camminate, soste, deviazioni, conversazioni e osservazioni apparentemente marginali. Una piazza può essere compresa sedendosi per un’ora; un fiume va seguito lungo le rive; una città richiede di essere attraversata a piedi; un’isola deve essere ascoltata anche quando non offre attrazioni organizzate.

Il viaggiatore descritto nel libro non accumula destinazioni. Cerca relazioni. Collega il paesaggio alla cultura materiale, il cibo alla storia economica, le feste popolari alla memoria collettiva, le forme delle montagne alla vita degli abitanti. In questo modo l’Italia diventa una straordinaria pluralità biologica, sociale e culturale. Tozzi usa il termine “sociodiversità” per indicare un Paese nel quale cambiano rapidamente linguaggi, abitudini, colori, vegetazione e forme dell’ospitalità.

Il viaggio “contromano” acquista allora un significato preciso. Significa sottrarsi alle classifiche dei luoghi imperdibili, alla dittatura delle fotografie già viste, ai programmi che promettono di conoscere una città in poche ore. Significa anche accettare l’imprevisto e riconoscere valore a ciò che non possiede ancora una fama internazionale.

Centoventitré racconti brevi costruiscono un unico Paese

La struttura del volume è fondata su capitoli molto brevi, spesso simili a piccoli racconti autonomi. Ogni titolo contiene un verbo: onorare, scoprire, immaginare, ascoltare, assaporare, attraversare, ricordare, proteggere. Il lettore viene invitato a compiere un gesto, non soltanto a raggiungere una destinazione.

Questa scelta dà ritmo alle 360 pagine e consente di alternare registri differenti. Alcune tappe possiedono il tono del racconto di viaggio; altre diventano lezioni di geologia; altre ancora assumono il carattere di una denuncia civile, di una memoria personale o di un appunto gastronomico. Tozzi passa dal barocco siciliano alle launeddas, dai fossili di Bolca alle campane di Agnone, dalle fragole di Nemi alla bora di Trieste, mantenendo una voce sempre riconoscibile.

Il progetto grafico accompagna bene il testo. Le mappe illustrate aprono le sezioni regionali, mentre le cartoline e le fotografie dell’Archivio Storico del Touring Club Italiano mostrano città, coste e campagne prima delle trasformazioni più aggressive. Quelle immagini non svolgono una funzione decorativa. Permettono di misurare quanto il paesaggio italiano sia cambiato e quanto velocemente possano scomparire spazi, attività e relazioni considerate eterne. Le illustrazioni sono firmate da Michele Tranquillini.

La bellezza italiana e la responsabilità di conservarla

Tozzi ama profondamente l’Italia, ma il suo amore non assume mai la forma dell’elogio automatico. Alla bellezza affianca l’abusivismo, il cemento, la privatizzazione delle coste, l’invasione delle automobili, l’erosione delle spiagge, l’abbandono dei fiumi e la sostituzione delle attività locali con servizi destinati esclusivamente ai visitatori.

Il turismo di massa occupa una parte rilevante della riflessione. L’autore contesta i pullman che entrano nei centri storici, i grandi bus panoramici, le crociere, i viaggi organizzati attorno a poche fotografie obbligatorie e la trasformazione delle abitazioni in strutture ricettive. Il problema non viene ricondotto al desiderio di viaggiare. Riguarda il numero di presenze che un luogo può sostenere, la distribuzione dei guadagni e la perdita progressiva della vita residente.

Una città svuotata dei suoi abitanti può continuare a produrre fatturato, ma perde la propria funzione civile. Un’isola ricoperta di resort può attirare visitatori e nello stesso tempo diventare irriconoscibile. Una spiaggia spianata ogni mattina dai trattori può apparire ordinata, pur avendo perso dune, piante pioniere, legni, nidi e animali.

La postfazione, intitolata Un patto per le spiagge italiane, rende esplicita la dimensione politica del volume. Tozzi propone che almeno metà delle spiagge di pregio resti libera, che una parte venga gestita dai Comuni a prezzi accessibili, che le concessioni private siano sottoposte a condizioni rigorose e che sulle coste non vengano più ammesse strutture permanenti. Chiede inoltre che gli allestimenti stagionali vengano rimossi nei mesi invernali, restituendo alle spiagge il loro ciclo naturale. Il viaggio diventa quindi un atto di responsabilità: visitare significa anche domandarsi quale luogo lasceremo a chi arriverà dopo di noi.

Roma e il Lazio visti dall’acqua, dal verde e dal sottosuolo

La sezione dedicata al Lazio è una delle più ricche e personali. Comprende Palestrina, Ventotene, Sabaudia, Nemi, Frascati, Monterano, la Selva Cimina e numerose tappe romane. Roma appare come una città stratificata, attraversata da acque nascoste, antichi vulcani, sedimenti, parchi agricoli e presenze animali capaci di adattarsi al clima urbano.

Nel capitolo dedicato al Tevere, Tozzi invita a percorrerne gli argini in bicicletta dalla diga di Castel Giubileo alla Magliana. Il fiume viene raccontato come un ecosistema vivo, popolato nuovamente da aironi, cormorani, nutrie, germani e martin pescatori. I muraglioni costruiti dopo l’Unità d’Italia hanno protetto Roma dalle alluvioni, ma hanno anche separato i cittadini dall’acqua. Al di sotto del traffico esiste così una città parallela, fatta di rive, animali, pescatori, ciclisti e memorie cinematografiche.

Villa Celimontana offre l’occasione per raccontare i parrocchetti verdi, divenuti una presenza stabile anche grazie agli inverni più miti. Il Parco dell’Appia Antica viene descritto come un paesaggio produttivo, archeologico e naturale, nel quale si coltivano ortaggi, si allevano pecore, crescono orchidee e si produce miele senza pesticidi. La domanda dell’autore è diretta: come può una strada di 2.300 anni, riconosciuta come monumento universale, essere ancora percorsa dalle automobili?

Il legame di Tozzi con questo territorio possiede anche una dimensione professionale: dal 2013 al 2023 ha presieduto il Parco Regionale dell’Appia Antica. Oggi è primo ricercatore del CNR e conduce su Rai 3 Sapiens – Un solo pianeta, programma nel quale il rapporto fra storia della Terra e comportamento umano viene raccontato con linguaggio scientifico accessibile.

Una scrittura limpida, personale e volutamente spigolosa

Tozzi scrive con la stessa immediatezza che caratterizza la sua divulgazione televisiva. Evita il linguaggio specialistico quando non è necessario, introduce i concetti scientifici attraverso esempi concreti e utilizza spesso l’ironia per smontare abitudini consolidate. La prima persona rende il racconto riconoscibile e avvicina il lettore alla voce dell’autore.

I momenti migliori arrivano quando conoscenza scientifica, esperienza personale e osservazione del paesaggio coincidono. In quelle pagine Tozzi riesce a mostrare ciò che normalmente rimane invisibile: la relazione fra una frana e una strada, fra una specie animale e il clima, fra un centro storico e il terreno sul quale è stato costruito.

La brevità dei capitoli comporta anche qualche limite. Alcuni argomenti meritavano uno sviluppo maggiore; certe affermazioni, volutamente provocatorie, arrivano prima che il lettore possa valutare tutte le implicazioni. Le ipotesi riguardanti remoti maremoti, migrazioni di popoli e legami fra civiltà vengono presentate come suggestioni, talvolta sul confine dichiarato della fantarcheologia. La prudenza dell’autore è percepibile, ma il fascino del racconto può risultare più potente della distinzione fra dati accertati e ricostruzioni ancora discusse.

Anche i giudizi sul turismo, sulle infrastrutture e sulle città più celebri sono spesso severi. Questa nettezza appartiene alla personalità di Tozzi e rappresenta uno dei motori del libro. Il lettore può dissentire, ma difficilmente rimane indifferente.

Un libro che chiede di cambiare posizione

Il valore più profondo di La penisola contromano consiste nella capacità di rimettere in relazione il tempo umano con quello della Terra. I nostri edifici, le economie turistiche, le mode e le infrastrutture occupano un intervallo minuscolo rispetto alla formazione di una montagna, di una costa o di un bacino fluviale. Eppure, in pochi decenni, possiamo compromettere sistemi naturali nati nel corso di millenni.

Mario Tozzi non propone un’Italia immobile né una conservazione nostalgica. Chiede trasformazioni fondate sulla conoscenza dei limiti fisici, sulla qualità della vita residente e sul rispetto della memoria dei luoghi. La lentezza suggerita dal volume non è pigrizia. È attenzione. È il tempo necessario per capire dove siamo e quali conseguenze producono le nostre scelte.

Alla fine del viaggio resta la sensazione di avere attraversato un Paese noto soltanto in apparenza. La penisola contromano insegna che il paesaggio non è una cartolina e nemmeno una risorsa inesauribile. È un organismo storico e naturale del quale facciamo parte. Vederlo davvero significa assumersi il compito di non renderlo irriconoscibile.

Lunedì 20 luglio Mario Tozzi incontra il suo pubblico a Salotto Tevere

 
CATEGORIA

Cultura

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista