Mario Tozzi riporta Roma al suo Tevere: il fiume dimenticato protagonista a “Lungo il Tevere Roma”

Mario Tozzi presenta La penisola contromano sulle sponde del Tevere e racconta il legame perduto fra Roma, il fiume e la natura
Di Francesco Vergovich
Francesco Vergovich, Mario Tozzi, Mattia Giordani Tozzi, foto Adriano Di Benedetto
Francesco Vergovich, Mario Tozzi, Mattia Giordani Tozzi, foto Adriano Di Benedetto

Lunedì 20 luglio Mario Tozzi ha presentato nel Salotto Tevere di Lungo il Tevere Roma, una delle manifestazioni più longeve e ricche di proposte dell’estate romana, il libro La penisola contromano. Viaggio sentimentale nell’Italia che non ti aspetti, pubblicato dal Touring Club Italiano. Accanto al geologo e divulgatore scientifico, le letture dell’attore Mattia Giordani Tozzi hanno dato voce ad alcuni passaggi del volume. La scelta del luogo ha reso l’incontro particolarmente coerente con uno dei temi più sentiti del libro: il Tevere, osservato come ecosistema, memoria cittadina e presenza che Roma ha progressivamente allontanato dalla propria vita quotidiana.

Mario Tozzi racconta il fiume che Roma non vede più

Presentare La penisola contromano sulle sponde del Tevere ha permesso a Tozzi di affrontare direttamente il rapporto complesso della capitale con il suo fiume. Roma è nata grazie all’acqua, si è sviluppata attorno ai suoi attraversamenti e ha costruito lungo il Tevere una parte decisiva della propria storia. Eppure, per molti romani, oggi il fiume è poco più di una presenza intravista dall’alto di un ponte, nascosta dietro le auto, i parapetti e i muraglioni.

Nel libro Tozzi dedica al Tevere un capitolo dal titolo molto concreto, “Andare in bicicletta lungo il Tevere”. Il percorso suggerito segue la riva destra dalla diga di Castel Giubileo fino alla Magliana e consente di osservare Roma da una prospettiva completamente diversa da quella delle strade congestionate e dei monumenti più frequentati. L’invito a pedalare non è soltanto un’indicazione turistica: è un modo per riappropriarsi di uno spazio cittadino rimasto per decenni ai margini dello sguardo.

Durante la presentazione, il fiume è diventato così la dimostrazione più immediata del metodo seguito dall’autore nell’intero volume. Per comprendere un luogo non basta guardarlo rapidamente. Occorre seguirne le acque, riconoscerne le trasformazioni, leggere i segni lasciati dal tempo e domandarsi che cosa sia stato perduto.

Dal Tevere “biondo” alle acque di oggi

Tozzi ricorda che il Tevere veniva chiamato “biondo” per la grande quantità di sedimenti trasportati dalle sue acque. Quel materiale arrivava fino alla foce e contribuiva all’equilibrio delle spiagge. Le cave scavate nel greto e le numerose dighe hanno progressivamente ridotto il carico sedimentario, modificando anche il colore del fiume, passato dalla tradizionale tonalità paglierina a una sfumatura più verdastra.

Questa trasformazione non riguarda soltanto l’aspetto del Tevere. La quantità di sedimenti trasportati da un fiume incide sulla costa, sulla foce e sulla capacità naturale di compensare l’erosione. Nel racconto di Tozzi, il corso d’acqua appare quindi come un sistema continuo: ciò che avviene a monte produce conseguenze molti chilometri più avanti, fino a Ostia e al mare.

Il geologo invita a superare anche alcuni giudizi diventati automatici. Le acque del tratto romano, scrive, non risultano tanto inquinate quanto spesso si crede. Il ritorno di numerosi uccelli acquatici mostra un miglioramento della qualità ambientale. Cormorani e aironi sono nuovamente presenti in quantità rilevanti e trovano nel fiume il pesce necessario per alimentarsi, comprese le anguille.

Sotto Ponte Matteotti, in piena area urbana, vivono nutrie, germani, aironi e martin pescatori. Pochi metri sopra passa uno dei flussi di traffico più intensi della capitale; lungo l’acqua resiste un ecosistema che molti cittadini ignorano completamente. Questo contrasto offre una delle immagini più efficaci del libro: una natura presente nel cuore della città, capace di sopravvivere nonostante la distanza creata dalle infrastrutture e dalle abitudini urbane.

Mario Tozzi, Mattia Giordani Tozzi

I muraglioni hanno protetto Roma e separato i romani dall’acqua

Tozzi non dimentica la funzione svolta dai muraglioni costruiti dopo l’Unità d’Italia per proteggere Roma dalle frequenti alluvioni. Prima della loro realizzazione, le piene entravano nelle strade, raggiungevano le abitazioni e lasciavano fango e detriti nei quartieri vicini al fiume.

Quella grande opera ha garantito sicurezza, ma ha prodotto anche una conseguenza duratura: il Tevere è stato confinato in fondo agli argini di pietra e progressivamente espulso dalla vita cittadina. Per decenni il fiume ha continuato a scorrere senza essere realmente percepito, quasi fosse un’infrastruttura sotterranea, visibile soltanto attraversando i ponti. Nel libro, Tozzi descrive questa distanza come la perdita di un rapporto fisico, sociale e sentimentale con l’acqua.

Il Tevere urbano è oggi nuovamente navigabile, anche se la profondità resta limitata e nel tratto davanti all’Isola Tiberina la presenza della rapida obbliga a interrompere la navigazione e a riprenderla più a valle. Sono particolari che ricordano come il fiume non sia un canale immobile costruito dall’uomo: conserva un andamento, una corrente e caratteristiche naturali capaci di condizionare ogni progetto.

Le letture di Mattia Giordani Tozzi restituiscono la voce del Tevere

Le letture di Mattia Giordani Tozzi hanno accompagnato il racconto scientifico con una dimensione narrativa. Le pagine dedicate al fiume contengono infatti immagini legate alla memoria popolare romana: i bagni lungo gli argini, i barconi ormeggiati, i pescatori di anguille, le reti calate dagli impalcati e le domeniche trascorse vicino all’acqua.

L’attore ha restituito il ritmo di una scrittura nella quale osservazione naturalistica e ricordo collettivo procedono insieme. Il Tevere descritto da Mario Tozzi è quello del dopoguerra, di Poveri ma belli e di Barcarolo romano, quando il fiume era ancora una parte riconoscibile della vita sociale. Sulle rive si prendeva il sole, si pescava, si passeggiava e si costruivano relazioni quotidiane. Oggi alcune di quelle abitudini sono tornate: la domenica gli argini ospitano persone che corrono, pedalano, pescano o si fermano sulle panchine. Resta però una frattura evidente con la città sovrastante.

Le letture hanno reso più chiaro il significato sentimentale annunciato nel sottotitolo del libro. Il viaggio di Tozzi non è guidato soltanto dalla conoscenza scientifica. Ogni paesaggio viene attraversato anche attraverso le persone che lo hanno abitato, le attività scomparse, le parole, il cinema, la musica e i ricordi.

Il Tevere come parte del tessuto sociale di Roma

Nel volume il Tevere viene definito molto più di un corso d’acqua. È una via di comunicazione, un luogo di sentimenti, fughe e speranze; uno spazio nel quale sopravvivono riti romani come il tuffo di Capodanno dai ponti. La pista ciclabile che corre lungo la riva permette oggi di attraversare questo paesaggio senza il rumore continuo della circolazione stradale e di scoprire una Roma poco conosciuta persino da chi ci vive.

Avvicinandosi alla foce, la vegetazione diventa più fitta e il fiume recupera gradualmente un aspetto naturale. È come se, lasciata alle spalle la parte monumentale, il Tevere tornasse a essere pienamente se stesso, diretto verso Ostia e il mare.

Questa osservazione contiene anche una richiesta rivolta alla capitale: restituire centralità al fiume senza trasformarlo in un semplice scenario per eventi o in un’attrazione destinata ai visitatori. Il Tevere può diventare un grande corridoio ecologico, uno spazio di mobilità dolce, un luogo di conoscenza e una componente ordinaria della vita romana. Per riuscirci servono accessi curati, manutenzione costante, continuità dei percorsi e una visione capace di collegare il tratto urbano alla foce.

Un viaggio contromano cominciato sulle sponde di Roma

La penisola contromano attraversa l’Italia scegliendo luoghi e prospettive lontani dai percorsi più prevedibili. Nel caso di Roma, andare contromano significa scendere dai ponti, lasciare per qualche ora le strade del centro e raggiungere la quota del fiume.

L’incontro di lunedì sera ha mostrato quanto il Tevere sia adatto a rappresentare l’idea centrale del libro. È un luogo conosciuto da tutti e realmente frequentato da pochi; raccontato attraverso la storia antica e raramente osservato come ambiente vivo; celebrato come simbolo di Roma e ancora separato dalla vita di gran parte dei suoi abitanti.

Mario Tozzi ha riportato l’attenzione su questa distanza proprio mentre il fiume scorreva accanto al pubblico del Salotto Tevere. Le parole dell’autore e la voce di Mattia Giordani Tozzi hanno ricordato che il paesaggio non è un fondale. È una parte della nostra storia e richiede presenza, conoscenza e cura. Per Roma, tornare a vedere il Tevere potrebbe essere il primo passo per tornare davvero a viverlo. Le foto del servizio sono di Adriano Di Benedetto.

 
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Cultura

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