Colli Albani, il vulcano del Lazio è ancora attivo: cosa accadde 36mila anni fa alle porte di Roma

Il Vulcano Laziale dei Colli Albani è quiescente ma attivo: l’ultima fase eruttiva risale a circa 36mila anni fa e ha segnato il territorio
Di Federico Roia
Lago di Albano, foto Livio Andronico 2013
Lago di Albano, foto Livio Andronico 2013

Etna, Vesuvio, Stromboli. Nomi che sentiamo quotidianamente nelle cronache scientifiche e nei telegiornali. Eppure, anche il territorio laziale cela un gigante sopito, la cui storia eruttiva ha modellato profondamente l’ambiente circostante. Si tratta del complesso vulcanico dei Colli Albani, noto anche come Vulcano Laziale. Questo costituisce una delle strutture geologiche più complesse e affascinanti del centro Italia. A differenza di quanto si tenda a pensare, non si tratta di un vulcano spento: l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) classifica il complesso dei Colli Albani come quiescente, con ultima eruzione risalente a circa 36.000 anni fa e livello di allerta Base.

L’ultima fase eruttiva sotto il Lago di Albano

Senza ripercorrere tutta la genesi di questo complesso, presteremo invece attenzione a quella che è stata l’ultima fase eruttiva nota che ha interessato il vulcano.

Facciamo quindi un salto indietro di circa 36.000 anni, al di sotto di quella vasta depressione craterica che oggi ospita le acque del Lago di Albano. Iniziò tutto nelle profondità della crosta terrestre, con un volume di magma che intraprese la sua risalita verso la superficie. A una profondità compresa tra l’uno e i tre chilometri, questa massa incandescente trovò un ostacolo: un complesso reticolo di falde acquifere sotterranee. In vulcanologia, quando il magma incontra l’acqua esterna, si innesca quella che viene definita un’eruzione freatomagmatica.

Il contatto fu istantaneo e violento: l’acqua della falda, investita da temperature altissime, si vaporizzò in frazioni di secondo. In queste condizioni l’acqua subisce un repentino passaggio di stato da liquido a gas e ciò comporta una massiccia espansione di volume. Questo generò un aumento di pressione insostenibile per le rocce sovrastanti; la conseguenza fu una serie di esplosioni in grado di triturare e polverizzare sia la roccia circostante sia il magma stesso, impedendogli di formare le classiche colate di lava.

Di conseguenza, dal cratere si sprigionarono correnti piroclastiche, ovvero flussi turbolenti composti da una miscela di vapore acqueo, gas, ceneri, lapilli e frammenti di roccia. Queste correnti ad alta densità collassarono lungo i fianchi del vulcano, superarono gli orli craterici e si incanalarono lungo le depressioni e le valli circostanti. Nel caso del Peperino Albano, i depositi sono stati riconosciuti soprattutto nell’area circostante il Lago di Albano e lungo antiche valli, raggiungendo circa 7 chilometri dal bordo craterico nella direzione di massima propagazione. La superficie complessivamente interessata dai depositi è stata stimata in circa 40 chilometri quadrati.

Il Peperino Albano e l’ultima attività dei Colli Albani

L’attività più recente non si esaurì in una singola deflagrazione. La stratigrafia documenta diversi episodi eruttivi nell’ultimo ciclo di attività del cratere di Albano, iniziato circa 41.000 anni fa e terminato intorno a 36.000 anni fa. Il Peperino Albano rappresenta uno dei prodotti più caratteristici di questa fase freatomagmatica ed è oggi datato intorno a 36.000 anni fa. Per questo deposito la letteratura scientifica parla di un’eruzione di volume relativamente contenuto, con una stima minima nell’ordine di 0,2 chilometri cubi.

Questa fase segna la conclusione dell’attività eruttiva oggi riconosciuta per i Colli Albani. In passato sono state proposte ricostruzioni che collocavano fenomeni vulcanici o paravulcanici in epoche molto più recenti, fino all’Olocene. Gli studi geocronologici più aggiornati, basati anche sulle datazioni isotopiche argon-argon, hanno però fissato intorno a 36.000 anni fa l’ultima eruzione riconosciuta dall’INGV. I depositi molto più giovani rinvenuti nell’area del Lago di Albano vengono invece collegati soprattutto a colate di fango, esondazioni e fenomeni legati alle variazioni del livello del lago, alcuni avvenuti anche in epoca protostorica e storica.

Un vulcano quiescente ancora monitorato

Oggi il sistema dei Colli Albani riposa, ma non dorme. L’INGV mantiene il monitoraggio dell’area e registra diversi fenomeni: sismicità, circolazione idrotermale, emissioni gassose e deformazioni del suolo. Il terreno emette in alcune zone anidride carbonica (CO2) e acido solfidrico (H2S), mentre le osservazioni satellitari hanno evidenziato nel tempo un lento sollevamento nell’area interessata dalle attività vulcaniche più recenti.

Gli studi geofisici hanno individuato, a profondità dell’ordine di 5-10 chilometri, anomalie compatibili con la presenza di materiale caldo e con possibili processi di accumulo o iniezione magmatica. È però più corretto parlare di una possibile zona di accumulo profondo piuttosto che di una camera magmatica perfettamente definita e continuamente alimentata. Le deformazioni osservate sono considerate compatibili con processi magmatici profondi, ma non indicano un’eruzione imminente. Gli stessi studi INGV collocano un eventuale nuovo risveglio su scale temporali dell’ordine delle migliaia di anni.

Quando il vulcano diventò una risorsa per Roma

Eppure, questa forza distruttiva è stata anche una fonte preziosissima per la civiltà che ha abitato questi luoghi. In epoca romana, l’intuizione ingegneristica trasformò i prodotti delle antiche eruzioni in materiali da costruzione di straordinaria utilità.

Le rocce piroclastiche litificate, in particolare il Lapis Albanus, l’odierno peperino di Marino o Peperino Albano, vennero estratte su larga scala per la loro combinazione di resistenza e lavorabilità. Furono utilizzate nel Tullianum, nella Tomba degli Scipioni, in numerosi templi e in importanti strutture monumentali di Roma. Il grande muro che separava il Foro di Augusto dalla Suburra costituisce uno degli esempi più imponenti dell’impiego dei peperini romani. Il Lapis Gabinus, altra roccia vulcanica proveniente dal distretto dei Colli Albani, trovò invece impiego anche nella Cloaca Massima, nei ponti e negli acquedotti. Le Mura Serviane furono realizzate prevalentemente con altri tipi di tufo e non possono quindi essere attribuite direttamente al Lapis Albanus.

Le stesse ceneri vulcaniche locali, le pozzolane, fornirono inoltre il componente capace di conferire alla malta romana eccezionali proprietà idrauliche e una durabilità che ancora oggi caratterizza molte costruzioni dell’antichità.

Non ci troviamo di fronte a un semplice sito di interesse per i geologi, ma a un inestimabile patrimonio naturale, geologico e storico. Acquisire e diffondere questa consapevolezza scientifica è oggi un passaggio fondamentale per la popolazione locale: serve a superare paure infondate, a rispettare il territorio nelle sue fragilità e a valorizzare, proteggendola ogni giorno, l’assoluta e magnifica unicità del paesaggio in cui viviamo.

 
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