Giuseppe Parlato non è stato soltanto un accademico di rilievo. La sua ricerca storica ha attraversato decenni di fratture ideologiche, portando luce su uno dei capitoli più controversi e rimossi della storia italiana del secondo dopoguerra: quello delle foibe e dell’esodo degli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Una figura chiave nella storiografia del dopoguerra
La sua formazione, salda e rigorosa, affondava le radici nella scuola storica di Narciso Nada e Renzo De Felice. Ma Parlato ha saputo elaborare una voce autonoma, attenta all’analisi delle fonti, poco incline alle semplificazioni e soprattutto refrattaria alle letture ideologiche. Una qualità che ha reso il suo lavoro un punto di riferimento anche oltre l’ambito accademico.
Impegno civile prima ancora che accademico
Nel corso della sua carriera, Parlato ha assunto un ruolo sempre più rilevante anche nel dibattito pubblico. La presidenza del comitato scientifico del Comitato 10 Febbraio — nato per promuovere la memoria delle vittime delle foibe e degli esuli giuliano-dalmati — non è stata per lui un incarico formale, ma un’estensione naturale della sua ricerca.
Nel contesto di una memoria pubblica italiana spesso frammentata, l’azione di Parlato ha contribuito a ricucire un legame tra storia e cittadinanza. Ha ricordato, con voce ferma e documentata, che le foibe non sono un capitolo marginale o periferico della nostra storia, ma parte integrante di quel difficile processo che ha segnato la nascita dell’Italia repubblicana.
Il lavoro storiografico sulle foibe
Parlato ha spesso sottolineato che il nodo delle foibe non riguarda solo la memoria delle vittime, ma anche il modo in cui l’Italia ha elaborato — o evitato di elaborare — il trauma della guerra e delle sue conseguenze. Le sue pubblicazioni non si sono limitate alla denuncia del silenzio imposto negli anni Cinquanta e Sessanta, ma hanno cercato di restituire contesto, complessità e responsabilità a quegli eventi.
Il suo approccio ha privilegiato una lettura comparata e una ricerca paziente nei documenti d’archivio, soprattutto quelli ex jugoslavi. Parlato ha contribuito in modo sostanziale a una narrazione che, pur senza rinunciare alla verità storica, evitasse derive polemiche o revanscismi. Ha parlato alle nuove generazioni senza cedere alla retorica, ma affidandosi alla forza dei fatti.
Un’eredità viva nella nostra coscienza storica: il ricordo di Mollicone
Con la scomparsa di Giuseppe Parlato, il 2 giugno scorso, all’età di 73 anni, la comunità scientifica italiana perde uno dei suoi studiosi più lucidi e appassionati. Ma la sua eredità — fatta di libri, saggi, interventi pubblici, corsi universitari — continua ad alimentare il dibattito culturale sul confine orientale.
Non è un caso che, nel ricordarlo, il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, abbia voluto sottolineare non solo il valore scientifico del suo lavoro, ma anche il peso civile e morale della sua figura. Parlato ha contribuito a costruire una memoria condivisa su un tema che per anni è stato strumentalizzato o rimosso, offrendo un modello di ricerca storica profondamente etica.
Parlato e il futuro della memoria
L’opera di Parlato rappresenta un esempio di come si possa fare storia “scomoda” con onestà intellettuale e rigore scientifico. La sua ricerca può ancora insegnare molto a chi oggi si misura con i nodi irrisolti del passato italiano, specie quelli legati alle frontiere, alle identità negate, alle violenze dimenticate.
Il suo contributo rimarrà non solo nella storiografia, ma anche in quella dimensione pubblica della memoria che egli ha cercato di rendere sempre più consapevole e meno divisiva. È da qui che occorre ripartire.