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Ennesimo caso nell'Agro Pontino

Agro Pontino. Terracina, bracciante di 55 anni morto mentre lavorava nei campi

"La regolarità del rapporto di lavoro e il possesso del permesso di soggiorno valido non sono requisiti sufficienti per mettere a posto la coscienza" (Cgil Roma e Lazio)
Di Redazione
Stazione Carabinieri di Terracina con auto
Carabinieri, Stazione di Terracina

Un tragico episodio ha scosso le campagne dell’Agro Pontino, dove la mattina di martedì 11 febbraio, un bracciante agricolo di origine indiana, di 55 anni, ha perso la vita mentre lavorava nei campi a Terracina (Lt). Secondo le prime ricostruzioni, la causa del decesso sarebbe un malore, anche se sono in corso gli accertamenti da parte dei Carabinieri per determinare con esattezza le circostanze della sua morte.

Il bracciante, che possedeva un regolare permesso di soggiorno e un contratto di lavoro, rappresenta uno degli innumerevoli lavoratori che ogni giorno affrontano condizioni di lavoro difficili e spesso pericolose. Nonostante le apparenze di legalità, il suo decesso porta in superficie un problema più ampio, legato alle condizioni di vita e di lavoro che riguardano una vasta parte della manodopera straniera impiegata nel settore agricolo.

La consigliera regionale del Lazio Marta Bonafoni ha commentato con preoccupazione la morte del lavoratore, sottolineando che il possesso di un permesso di soggiorno regolare e un contratto di lavoro non sono sufficienti per prevenire condotte illecite e sfruttamento. Bonafoni, che è anche coordinatrice della segreteria nazionale del Partito Democratico con delega al Terzo Settore e all’Associazionismo, ha rimarcato come la fragilità e la marginalità che spesso colpiscono i lavoratori stranieri possano determinare una situazione di “zona franca” in cui prosperano illegalità e sfruttamento.

La tragica morte del bracciante si inserisce in un quadro più ampio di mortalità sul lavoro che continua a colpire, in particolare, le categorie più vulnerabili. Bonafoni ha infatti evidenziato che, nel 2024, ben 107 persone hanno perso la vita sul posto di lavoro, a testimonianza di un fenomeno che, nonostante gli sforzi per migliorare la sicurezza, non accenna a fermarsi. La morte del bracciante indiano solleva interrogativi sulla vigilanza e sulla prevenzione, richiamando l’attenzione su un settore che, purtroppo, ancora troppo spesso sfugge ai controlli.

In particolare, l’agricoltura, pur rappresentando un pilastro fondamentale dell’economia, è uno dei settori dove le condizioni di lavoro sono spesso precarie, con elevati rischi per la sicurezza e per la salute dei lavoratori. La presenza di un gran numero di braccianti stranieri, che spesso vivono in condizioni di isolamento e vulnerabilità, rende ancora più difficile monitorare adeguatamente le condizioni di lavoro e prevenire situazioni di abusi o sfruttamento.

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La denuncia della consigliera Bonafoni va oltre il semplice racconto di una tragedia umana, e si inserisce in un discorso più ampio sulla necessità di garantire condizioni di lavoro dignitose per tutti. Il rispetto dei diritti dei lavoratori, la vigilanza sulle condizioni di lavoro e la lotta contro ogni forma di sfruttamento sono temi urgenti e imprescindibili. Come sottolineato dalla consigliera, “non possiamo permettere che la marginalità e la fragilità di alcuni lavoratori stranieri possano determinare zone franche dove l’illegalità prospera”.

Il caso del bracciante indiano morto nell’Agro Pontino, dunque, non deve restare isolato, ma deve spingere le istituzioni a compiere un ulteriore passo verso una vera e propria riforma che tuteli i diritti dei lavoratori, soprattutto quelli più vulnerabili. La sicurezza sul lavoro deve essere una priorità, così come deve esserlo la lotta a tutte le forme di sfruttamento che continuano a minare la dignità di chi lavora nei settori più precari.

In memoria di chi ha perso la vita lavorando, è fondamentale fare in modo che tragedie simili non accadano più, attraverso politiche più efficaci, una maggiore vigilanza e il rafforzamento delle tutele per i lavoratori. Non possiamo più permettere che la morte sul lavoro diventi una triste routine, ma dobbiamo fare ogni sforzo possibile per garantire la sicurezza, il rispetto e la dignità a tutte le persone che ogni giorno contribuiscono al nostro paese con il loro lavoro.

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Comunicato di Marta Bonafoni

Un bracciante indiano di 55 anni ha perso la vita nell’agro pontino, apparentemente a causa di un malore, sebbene siano in corso gli accertamenti da parte delle forze di polizia.

Il possesso di un regolare permesso di soggiorno e di un contratto di lavoro sono condizioni necessarie ma non sufficienti per evitare condotte illecite e insopportabii.

È necessario infatti vigilare affinché non esistano situazioni in cui la marginalità e la fragilità che colpiscono alcuni lavoratori stranieri possano determinare zone franche in cui prosperano l’illegalità e forme di sfruttamento, e che nel 2024 hanno portato 107 persone a morire di lavoro”.

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Così in una nota Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio e coordinatrice della segreteria nazionale del Partito Democratico con delega al Terzo Settore e all’Associazionismo.

Cgil di Roma e Lazio e Cgil Frosinone – Latina

“Un altro tragico evento che allunga la lista delle morti sul lavoro, in una regione che, come ci dicono i dati Inail, è maglia nera nel Paese per infortuni, malattie professionali e decessi. Ancora una volta si tratta di un lavoratore straniero, in un contesto ormai acclarato in cui sfruttamento e pesanti carichi di lavoro rappresentano la normalità. Una condizione a cui non vogliamo rassegnarci e per la quale chiediamo un’inversione di tendenza. La regolarità del rapporto di lavoro e il possesso del permesso di soggiorno valido non sono requisiti sufficienti per mettere a posto la coscienza. Occorre sapere quante ore questo bracciante lavorava, quali strumenti e con che preparazione li utilizzava, se era informato e formato sulla sicurezza e sulla tutela sanitaria, se era sottoposto a visite e controlli, come previsto dalla normativa vigente”, afferma il Sindacato Cgil in un comunicato.

“Auspichiamo che le autorità intervenute e la magistratura facciano luce su quanto accaduto – prosegue la nota della Cgil – e chiariscano le cause e le eventuali responsabilità che, ancora una volta, ci fanno fare i conti con una vita spezzata al lavoro. Torniamo però a chiedere con forza, in primis alla Regione Lazio, di riprendere il confronto sul territorio, impegnando le istituzioni a tutti i livelli a tenere accesi i riflettori e proseguire nell’azione sinergica di contrasto allo sfruttamento, al caporalato e a ogni forma di illegalità”, conclude la Cgil di Roma e del Lazio e la Cgil Frosinone Latina.

 
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