Artena, il cuore carsico dei Monti Lepini: viaggio tra doline, grotte e antichi fondali marini

Dai fondali dell’antica Tetide alle doline di Artena: viaggio nei Monti Lepini tra carsismo, grotte, fossili e paesaggi modellati dall’acqua
Di Redazione
Artena
Artena, foto di Eleonora Vendetta

Oggi vogliamo portarvi a fare una passeggiata un po’ particolare, una passeggiata virtuale che vi farà attraversare non solo spazi ricchi di piante, animali e splendidi paesaggi, ma vi farà fare soprattutto un viaggio indietro nel tempo, per dare un’occhiata ai processi che hanno portato alla formazione di una zona molto affascinante della nostra bellissima regione: i Monti Lepini.

I Monti Lepini, una catena nata da antichi fondali marini

Questa catena montuosa non fa parte degli Appennini, ma con essi condivide la formazione sia tettonica sia morfologica. La loro estensione va dalla soglia di Lariano, a 360 metri sul livello del mare, che confina con i Monti Albani, fino ad arrivare alla valle dell’Amaseno, in piena Ciociaria. A est sono delimitati dalla Valle del Sacco, mentre a ovest si affacciano sulla Pianura Pontina.

I Lepini sono costituiti prevalentemente da calcari dolomitici di piattaforma carbonatica. Il calcare dolomitico è una roccia sedimentaria formata principalmente da carbonato di calcio, che contiene una percentuale di dolomite, un minerale ricco di magnesio. Questa composizione si deve a un processo chimico in cui fluidi ricchi di magnesio modificano la struttura del calcare originario.

Queste rocce si sono originate tra il Giurassico medio, un periodo che va circa dai 174 ai 161 milioni di anni fa, e il Paleogene, iniziato 66 milioni di anni fa e terminato 23 milioni di anni fa. Durante tutte queste ere, l’intera area era sommersa dalle acque dell’ormai sparito Oceano Tetide. Questo grande oceano è stato un enorme bacino di sedimentazione, dove i gusci di organismi marini, coralli e alghe si sono accumulati sui fondali per milioni di anni, cementandosi e formando i massicci calcarei.

È proprio per questo, infatti, che, con un po’ di fortuna, ci si può imbattere in qualche fossile passeggiando sui monti. Successivamente, lo scontro tettonico tra la placca africana e quella euroasiatica ha causato la progressiva chiusura della Tetide, comprimendo e sollevando questi antichi fondali marini fino a farli emergere, originando così la catena appenninica.

Morfologicamente, il sistema si divide in due dorsali principali, separate da una valle interna che si estende da Montelanico a Carpineto Romano, per poi proseguire in direzione di Maenza. In geologia, una dorsale è una struttura montuosa abbastanza lineare, formata da un allineamento di cime e versanti che condividono la stessa origine tettonica.

Il carsismo dei Lepini e il lavoro invisibile dell’acqua

Noi conosciamo i Monti Lepini anche per le numerose cavità e grotte presenti nelle montagne. Ma a cosa è dovuta l’origine di questi spazi? Tutto dipende da un fenomeno geomorfologico chiamato “carsismo”.

In parole semplici, l’acqua piovana, cadendo, assorbe l’anidride carbonica presente nell’atmosfera e nel terreno, diventando leggermente acida. Quando quest’acqua penetra nelle fratture e nelle giunzioni della roccia calcarea, avvia una reazione chimica che scioglie letteralmente il carbonato di calcio di cui è fatta la montagna.

Nel corso di migliaia e milioni di anni, questo lento e incessante lavoro di “corrosione” allarga le piccole crepe iniziali, scavando veri e propri vuoti, tunnel, gallerie e pozzi nel cuore della roccia. A causa della natura altamente permeabile del terreno calcareo, le acque piovane si infiltrano immediatamente nel sottosuolo, dove alimentano un imponente sistema ipogeo composto da oltre 500 grotte. L’acqua profonda riemerge solo alle pendici del gruppo montuoso, dando origine a importanti risorgenze, come quella di Ninfa.

Questi contesti, come già detto, hanno favorito la formazione di cavità importanti, alcune delle quali hanno raggiunto dimensioni da record.

Le grotte più imponenti dei Monti Lepini

Tra le cavità più famose dei Lepini abbiamo l’Abisso Consolini, o Ouso Cerasolo. Questa grande apertura si apre a 1.360 metri di quota nell’altopiano di Pian della Faggeta, nella zona di Carpineto Romano. L’abisso si sviluppa verticalmente con imponenti pozzi e salti di 90 e 130 metri e, come se non bastasse, stretti meandri bagnati fino a intercettare un grande bacino idrico terminale. La grotta ha uno sviluppo planimetrico di circa 1.000 metri e un dislivello verticale di circa 550 metri.

Sebbene le dimensioni dell’Abisso Consolini siano già notevoli, il primato di profondità della regione appartiene all’Ouso di Passo Pratiglio. Questa cavità, situata sempre all’interno del massiccio dei Monti Lepini, nel comune di Supino, sprofonda in verticale fino a una quota di circa 840 metri, guadagnando il titolo di grotta più profonda del Lazio.

Per quanto riguarda invece l’estensione orizzontale, la grotta più grande dell’intero territorio laziale, per sviluppo complessivo di gallerie, è la Grotta degli Urli, che supera addirittura i 6 chilometri di sviluppo. Nei soli Monti Lepini, invece, la cavità più estesa in lunghezza resta la Grotta del Formale, a Carpineto Romano, un labirinto sotterraneo che si estende per oltre 4.000 metri.

Artena, dove il paesaggio racconta la forza del carsismo

Il viaggio all’interno del carsismo lepino non si limita solo alle profondità delle montagne. Si manifesta in modo spettacolare anche direttamente in superficie, e un esempio perfetto di tutto questo lo troviamo nel territorio di Artena.

Qui il paesaggio è letteralmente disegnato dalle doline, ossia conche chiuse nate dal lento dissolvimento della roccia calcarea grazie all’operato dell’acqua piovana. Il centro abitato di Artena è incorniciato da due enormi doline nate dal crollo del soffitto di antiche cavità sotterranee. Una di queste, situata proprio sul bordo occidentale del paese, è un’impressionante voragine profonda circa 60 metri e con un diametro di ben 150 metri. È crollata “solo” a metà dell’Ottocento, trascinando via con sé anche parte dell’abitato.

Sempre restando in questa zona, esiste un’altra cavità naturale che testimonia la ricchezza geologica del territorio: la Grotta del Catauso. Questa cavità si trova a pochissimi passi dall’importante area archeologica della villa romana di Piana della Civita. Purtroppo, l’accesso a questo sito oggi è quasi del tutto bloccato a causa delle attività della cava situata lì vicino, che ne hanno fortemente compromesso l’ingresso.

Si tratta di una vera e propria perdita per gli appassionati, perché la Grotta del Catauso era nota per essere un ambiente immenso e maestoso. La sua grandezza e la sua particolare acustica erano talmente suggestive che, in passato, lo spazio interno venne incredibilmente utilizzato come un vero e proprio auditorium naturale per ospitare un eccezionale concerto musicale.

Ad Artena, inoltre, possiamo imbatterci in altre grotte, come “rotte Bucci”, “rotte Micchè” e “jo Fumario”. Tuttavia, anche queste tre sono rese inaccessibili dalla vegetazione circostante e dalla mancata presa di misure di sicurezza da parte degli enti di competenza.

Un archivio naturale scritto nella roccia

I Monti Lepini si rivelano così molto più di un semplice massiccio montuoso: sono un immenso archivio naturale, dove la storia della Terra è scritta sia nelle vette sia nei labirinti nascosti nel sottosuolo.

Un patrimonio speleologico e geologico unico nel Lazio, che ci ricorda la potenza invisibile del tempo e dell’acqua nel plasmare il mondo sopra e sotto i nostri piedi.

Federico Roia (foto di Eleonora Vendetta)

 
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Cronaca

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