Anche quest’anno, con l’arrivo della primavera, un grande circo ha fatto tappa a Valmontone, comune in provincia di Roma, a circa 35 km dalla Capitale. L’amministrazione locale ha autorizzato l’attendamento di uno dei nomi più noti del settore, che pubblicizza con orgoglio la presenza di oltre cento animali al seguito. Non si tratta di un’eccezione, ma di una consuetudine che continua a ripetersi, anno dopo anno, in molte città italiane. A cambiare, però, è il contesto culturale e sociale in cui questi eventi si inseriscono.
Sempre più spesso, l’arrivo del circo non è accolto con entusiasmo, ma con manifestazioni di dissenso, sit-in e mobilitazioni di cittadini e associazioni animaliste. Non è il singolo spettacolo ad essere messo in discussione, ma l’intero modello che ancora oggi lega l’intrattenimento all’utilizzo di animali selvatici e domestici in cattività. A sollevare dubbi non sono solo le gabbie e i rimorchi, ma le condizioni in cui vivono questi animali, spesso ben lontane da ciò che la loro natura richiederebbe.

L’Italia indietro: tra leggi ferme e sussidi pubblici
Mentre diversi Paesi europei – come Francia, Germania e Spagna – hanno già adottato norme che vietano l’uso di animali nei circhi, l’Italia resta ancorata a una normativa datata, come la legge 337 del 1968, che tutela l’attività circense come espressione culturale. Questo quadro normativo rende difficile per i Comuni adottare misure realmente efficaci per limitare o vietare l’attendamento di circhi con animali. Anche quando vengono emanate ordinanze restrittive, queste spesso non reggono di fronte al ricorso al TAR.
Nel frattempo, i contributi statali al settore restano consistenti. Un paradosso, considerando che il sentimento pubblico è ormai chiaramente orientato in direzione opposta. Secondo l’ultima rilevazione Eurispes, oltre il 68% degli italiani si dichiara contrario all’uso di animali nei circhi. Eppure, circa duemila animali continuano a vivere in cattività nei circhi italiani, sottoposti a spostamenti continui, esercizi innaturali e privazioni ambientali.

Verso una riconversione possibile?
Qualcosa, però, si muove anche in Parlamento. Il Movimento 5 Stelle ha recentemente depositato una proposta di legge, a firma del deputato Alessandro Caramiello, per introdurre gradualmente il divieto dell’uso di animali nei circhi e avviare un percorso di riconversione per le compagnie. Il testo cerca un equilibrio tra tutela del lavoro nel settore e benessere animale, proponendo tempi e strumenti per trasformare l’offerta di spettacolo in una direzione più moderna e sostenibile.
L’esempio di molti circhi europei che si sono già reinventati senza animali dimostra che esistono alternative artistiche di successo, capaci di valorizzare l’acrobatica, la musica, il teatro visivo. Ma il cambiamento non può avvenire in assenza di una cornice normativa chiara e di una volontà politica decisa.

Nel frattempo, ogni autorizzazione concessa, come quella di Valmontone, continua ad alimentare un dibattito complesso, dove si incrociano diritti, cultura, economia e sensibilità sempre più consapevoli. È un confronto ancora aperto, che racconta di un Paese sospeso tra tradizione e necessità di evolvere.