Colleferro ha pianto Willy, oggi piange Joanna: il dolore basta a pacificare una città?

Joanna è stata uccisa nella sua casa. Dietro quella porta potrebbero essere esistiti segnali, confidenze, paure e richieste di cura. Colleferro, sei anni dopo Willy, deve avere il coraggio di farsi una domanda difficile: sappiamo riconoscere la violenza prima che diventi morte?
Di Francesco Vergovich
Femminicidio Colleferro, Joanna Rouissi
Femminicidio Colleferro, Joanna Rouissi

Il femminicidio di Joanna Rouissi impone a Colleferro una verifica che deve andare oltre il cordoglio e riguardare ciò che è accaduto prima del 18 agosto, quando la donna è stata uccisa nella propria abitazione dal marito, che ha confessato il delitto. Al momento non risultano denunce presentate dalla vittima alla Polizia o ai Carabinieri e questo elemento impedisce di attribuire responsabilità alle forze dell’ordine, che non possono intervenire sulla base di fatti mai portati formalmente alla loro conoscenza. Restano però altri elementi che meritano di essere ricostruiti senza indulgenze: le confidenze sulle violenze subite, le difficoltà familiari, i tentativi della donna di convincere il marito a rivolgersi a specialisti e i contatti avuti dall’uomo con i servizi sanitari.

La questione, quindi, non è individuare in anticipo altri responsabili oltre all’autore dell’omicidio, ma capire se attorno a quella famiglia esistessero informazioni sufficienti per percepire una situazione di rischio e se quelle informazioni siano rimaste separate, senza produrre alcun intervento concreto.

Le violenze raccontate e la denuncia che non c’era

Le ricostruzioni disponibili indicano che Joanna avrebbe parlato con persone a lei vicine dei comportamenti violenti del marito. Non risulta invece una denuncia formale per maltrattamenti, né emergono al momento provvedimenti giudiziari precedenti nei confronti dell’uomo legati a violenze sulla moglie.

Questo dato va considerato per ciò che significa realmente. L’assenza di una denuncia spiega perché non si sia attivato il normale percorso giudiziario previsto nei casi di violenza domestica, ma non chiude il problema della prevenzione. Molte donne che subiscono maltrattamenti non denunciano immediatamente, per ragioni familiari, economiche, psicologiche o per la convinzione di poter gestire la situazione senza arrivare alla rottura definitiva.

Il caso di Joanna pone quindi una questione concreta: quali strumenti esistono quando una situazione di violenza resta conosciuta soltanto in ambiti informali e non arriva alle autorità competenti?

È su questo terreno che servono risposte precise, perché limitarsi a registrare l’assenza di una denuncia rischia di descrivere correttamente il dato giudiziario senza spiegare il problema che precede l’intervento della magistratura.

Il rapporto con i servizi sanitari deve essere chiarito

Un altro elemento riguarda le condizioni del marito e il tentativo di Joanna di convincerlo a rivolgersi a specialisti. L’uomo aveva avuto contatti con servizi psichiatrici e non avrebbe poi proseguito regolarmente il percorso.

Anche in questo caso sarebbe scorretto sostenere, senza documentazione, che qualcuno abbia sottovalutato un pericolo evidente. Un servizio sanitario può valutare soltanto ciò che conosce e sulla base delle condizioni riscontrate nel momento della visita. Occorre quindi sapere quali informazioni fossero state fornite ai medici, se fossero stati riferiti episodi di aggressività verso la moglie, quale quadro clinico fosse stato rilevato e quale percorso fosse stato indicato.

Questi accertamenti sono importanti anche per evitare una lettura semplicistica che associa automaticamente il disagio psichiatrico alla violenza. Il punto non è la diagnosi, ma l’eventuale presenza di comportamenti aggressivi conosciuti e la possibilità, prevista dalle norme e dalle procedure sanitarie, di valutarne il rischio.

Se emergerà che ai sanitari non era mai stata rappresentata una situazione di violenza domestica, sarà difficile contestare loro di non averla individuata. Se invece dagli atti dovessero risultare indicazioni diverse, allora sarà necessario spiegare cosa sia stato fatto e perché.

I referti medici di Joanna sono uno dei passaggi da verificare

Manca inoltre un elemento che potrebbe modificare in maniera significativa la ricostruzione del periodo precedente al delitto: l’esistenza di eventuali accessi di Joanna a strutture sanitarie per lesioni compatibili con percosse o aggressioni.

Fino a quando non saranno disponibili riscontri documentali, non è corretto affermare che tali referti esistano. È però legittimo chiedere che questo aspetto venga verificato, perché un precedente accesso al pronto soccorso accompagnato dal racconto di una violenza domestica avrebbe un peso molto diverso rispetto a una visita per una causa non collegata a maltrattamenti.

La distinzione è essenziale. Un’inchiesta giornalistica seria non può utilizzare come fatto ciò che è ancora soltanto un interrogativo, ma ha il dovere di individuare gli interrogativi che possono chiarire se la tragedia fosse realmente imprevedibile oppure fosse preceduta da episodi che avrebbero meritato maggiore attenzione.

Colleferro e il precedente dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte

Nel caso di Colleferro esiste inoltre un precedente che rende inevitabile una riflessione sul rapporto della città con la violenza. Nel settembre del 2020 Willy Monteiro Duarte venne ucciso durante una brutale aggressione che provocò una reazione nazionale e impose una discussione sui comportamenti violenti, sui modelli culturali e sulla responsabilità di chi assiste a episodi che possono degenerare.

Il femminicidio di Joanna appartiene a una vicenda completamente diversa. Non esiste alcun collegamento tra i due delitti e sarebbe scorretto utilizzare l’omicidio di Willy per sostenere che Colleferro sia una città caratterizzata da una particolare propensione alla violenza.

Il precedente, tuttavia, rende più forte una domanda politica e sociale: cosa resta, nel tempo, delle iniziative, dei dibattiti e degli impegni pubblici che seguono fatti di questa gravità?

Dopo l’omicidio di Willy la città ha discusso a lungo di prevenzione, educazione e responsabilità. Oggi un’altra vicenda di violenza estrema obbliga a verificare quanto quelle discussioni abbiano prodotto strumenti capaci di intercettare situazioni problematiche prima che arrivino al punto di non ritorno.

La polemica deve riguardare il funzionamento della prevenzione

La responsabilità dell’omicidio appartiene a chi lo ha commesso e sarà la magistratura a definire ogni aspetto penale. Questo non impedisce di discutere dell’efficienza del sistema che dovrebbe prevenire la violenza domestica.

La questione riguarda il collegamento fra servizi sanitari, centri antiviolenza, servizi sociali, medici di base, strutture territoriali e forze dell’ordine. Non significa pretendere che queste realtà conoscano ciò che nessuno ha mai comunicato loro, ma verificare se gli strumenti disponibili siano adeguati nei casi nei quali una donna non presenta denuncia pur vivendo una situazione di crescente difficoltà.

È uno dei limiti più evidenti del sistema: la capacità di protezione aumenta considerevolmente quando esiste una denuncia, mentre diventa molto più debole quando la violenza rimane confinata nelle relazioni private e nelle confidenze personali.

Il problema riguarda anche la capacità di informare le persone che vengono a conoscenza di maltrattamenti su cosa possono fare concretamente, quali servizi possono contattare e in quali circostanze è possibile segnalare una situazione di rischio senza sostituirsi alla vittima.

Su questo punto Colleferro ha oggi l’occasione, e anche il dovere amministrativo e civile, di fornire risposte verificabili. Quanti sono gli operatori impegnati nella prevenzione della violenza domestica? Quali protocolli vengono applicati? Quali rapporti esistono fra strutture sanitarie e servizi sociali? In quali casi viene effettuata una valutazione del rischio? Come vengono gestite le situazioni nelle quali il maltrattamento viene riferito a un medico o a un operatore senza che la vittima presenti denuncia?

Sono domande alle quali Comune, ASL e strutture territoriali possono rispondere con dati, procedure e risultati. È su questo terreno che la polemica diventa utile, perché consente di verificare se la rete di prevenzione funzioni realmente oppure presenti zone nelle quali una donna può continuare a vivere una situazione pericolosa senza entrare in contatto con un sistema di protezione.

Il femminicidio di Joanna non autorizza processi sommari e non consente, allo stato attuale, di indicare omissioni specifiche. Autorizza però a pretendere una ricostruzione completa di ciò che è accaduto nei mesi precedenti e una verifica del sistema territoriale di prevenzione.

Colleferro ha già affrontato, dopo l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, una lunga discussione pubblica sulla violenza. Oggi quella discussione deve diventare più concreta: meno dichiarazioni generiche, più dati sui servizi disponibili, sui protocolli applicati e sulla capacità di intercettare situazioni che non arrivano direttamente in una caserma o in un commissariato.

È questo il punto sul quale le istituzioni locali devono essere chiamate a rispondere. Non perché possano essere considerate responsabili del delitto senza elementi che lo dimostrino, ma perché dopo un femminicidio la domanda più utile non riguarda soltanto ciò che è successo quella mattina. Riguarda il funzionamento degli strumenti che avrebbero dovuto riconoscere, quando possibile, ciò che stava accadendo nei mesi precedenti.

 
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Cronaca

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