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Così Roma cerca di proteggere le donne dalla violenza

Nella Capitale si sta costruendo una rete fatta di ascolto, rifugi e percorsi verso l’autonomia, ma la sfida è ancora tutta in salita
Di Alessandra Monti
Scarpe rosse su sampietrini contro la violenza sulle donne

Nel cuore della Capitale, tra difficoltà logistiche e una domanda crescente, si sta costruendo una rete fatta di ascolto, rifugi e percorsi verso l’autonomia. Ma la sfida è ancora tutta in salita.

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Una rete che si espande, spesso in silenzio

A Roma, oggi, ci sono 14 centri antiviolenza comunali che funzionano 24 ore su 24. Collegati al numero nazionale 1522, rappresentano il primo argine contro la violenza domestica e di genere. Non sono soli. A sostenerli, ci sono tre case rifugio, cinque appartamenti di semi-autonomia e altrettanti spazi di seconda autonomia. Luoghi concreti, a volte spartani, che offrono qualcosa di fondamentale: sicurezza.

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Ma accanto al Comune si muove anche la Regione, con 5 centri antiviolenza, 4 sportelli e 3 presìdi sanitari di ascolto negli ospedali San Camillo, Grassi e Gemelli. È una rete che si intreccia e si amplia grazie anche ai fondi europei del programma Pm-Metro Plus, che hanno permesso di accendere nuove luci là dove prima c’era solo buio: 7 nuovi servizi attivati, tra cui una Casa di fuga in Municipio XII per gestire le emergenze, e 2 case rifugio realizzate in beni confiscati alla criminalità organizzata.

Una scelta simbolica, ma anche strategica: sottrarre spazio al crimine per restituirlo alla vita.

Da Manuela a tutte le altre: storie che chiedono risposte

Nel dicembre scorso si è chiuso un progetto che ha un volto, un nome, una storia. Il centro antiviolenza che nascerà in via Fabio Conforto, nell’XI Municipio, sarà intitolato a Manuela Petrangeli. Aveva 41 anni, è stata uccisa la scorsa estate dall’ex compagno, colpita a colpi di pistola mentre era in auto a Casetta Mattei. Il centro porterà il suo nome non per retorica, ma per tenere viva una memoria scomoda e urgente.

Non è l’unico cantiere aperto: sono in fase di realizzazione anche una nuova struttura nel VI Municipio e la Casa di fuga nel XII, per la quale Risorse per Roma ha ultimato la progettazione esecutiva. I lavori per ristrutturare centri e case rifugio nel VI e X Municipio sono in corso, sotto la supervisione del dipartimento Lavori pubblici.

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Oggi Roma può contare su una quarantina di posti nelle case rifugio. Ancora troppo pochi rispetto al bisogno reale, soprattutto quando la fase di emergenza è superata e serve ricostruire: qui entrano in gioco le forme di co-housing, ancora troppo limitate e frammentarie, ma fondamentali per riaccendere la prospettiva di una vita autonoma.

Quando il coraggio bussa al numero 1522

Nel 2023, 2.179 donne hanno chiesto aiuto alla rete antiviolenza del Comune, in leggero aumento rispetto alle 2.128 dell’anno precedente. Numeri che sembrano quasi stabili, ma che vanno letti con attenzione: non sono un segno di “normalità”, ma la punta di un iceberg che sta emergendo con più consapevolezza.

Nei primi mesi del 2024, le chiamate al numero 1522 hanno toccato una media di 13,8 ogni 10mila donne sopra i 14 anni solo tra Roma e provincia. Numeri che spingono a fare di più, a investire meglio, a rafforzare quella filiera che non può limitarsi all’ascolto, ma deve offrire soluzioni abitative, tutela legale, sostegno psicologico e percorsi formativi.

I pronto soccorso come primo contatto

Spesso, il primo luogo in cui si manifesta la violenza non è una casa rifugio, ma una corsia d’ospedale. Il cosiddetto “codice rosa” – attivato nei pronto soccorso per segnalare casi di violenza – è stato assegnato 965 volte dall’inizio del 2024 nel Lazio: 817 nel 2024 e 148 solo nei primi tre mesi del 2025. Dietro questi numeri ci sono corpi feriti, ma anche vite interrotte, silenzi spezzati, paure confessate tra le pareti di un ambulatorio.

In questi percorsi di emersione e cura, i presìdi ospedalieri giocano un ruolo chiave. Solo al San Camillo-Forlanini, lo sportello donna ha ricevuto 327 richieste di aiuto; 153 erano vittime di maltrattamenti. Al San Giovanni 269 donne si sono rivolte per aggressione o violenza sessuale. Il Sant’Andrea ne ha accolte 222, l’Umberto I 169 – tra cui sei minorenni e nove donne arrivate tramite il pronto soccorso ginecologico. A Tor Vergata sono state 67, al Grassi di Ostia circa un centinaio.

Fuori dai conti ufficiali c’è poi il programma Sos Lei del Gemelli, che ha seguito 133 donne con supporto legale e psicologico. Anche lì, anche loro.

Percorsi rosa e nuovi approdi

L’ammodernamento dei pronto soccorso ha permesso anche l’attivazione di nuovi “percorsi rosa”, spazi sanitari dedicati alle vittime. Uno di questi è stato inaugurato a novembre scorso al San Giovanni Evangelista di Tivoli, poco dopo la riapertura seguita all’incendio che aveva colpito la struttura. In soli quattro mesi, ha gestito 32 casi. E Tivoli non è certo un’eccezione.

Ogni nuovo punto di ascolto, ogni sportello, ogni casa rifugio è una promessa mantenuta. Ma la domanda continua a crescere, e con essa anche la complessità di queste storie. Non si tratta solo di fuggire da un pericolo, ma di ricostruire fiducia, autonomia, libertà. E farlo accanto ai propri figli, spesso testimoni – e talvolta vittime – di quella stessa violenza.

 
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Cronaca

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