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28 Settembre 2020

Pubblicato il

Don Alberto Raviglia non puo’ essere trasferito

di Luca Vergovich

Ecco le ragioni tratte da un'intervista rilasciata da mons. Beniamino Pizziol nel 2005

Quali sono le norme sulla durata degli incarichi?
Il codice di diritto canonico del 1917 prevedeva la stabilità e la inamovibilità dei parroci, al can. 454. I parroci nominati prima del 1983 godono di questa prerogativa (Don Alberto Raviglia è stato nominato parroco il 31.12.1976 n.d.r.) Il nuovo codice di diritto canonico (entrato in vigore appunto nel 1983) al can. 522 mantiene la prospettiva della nomina a tempo indeterminato, introducendo tuttavia la possibilità di una nomina a tempo determinato qualora il vescovo lo decida. La durata in questo caso deve essere stabilita dalle singole conferenze episcopali (per la Cei nove anni). La norma è entrata in vigore il 6 Ottobre 1984. Un'altra novità è la rinuncia all'ufficio al compimento del 75° anno di età. Perché questi cambiamenti? La saggezza della Chiesa prevede strumenti diversi per dare risposte a situazioni nuove, come la fatica che comporta la guida di una comunità ai nostri giorni.

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Come mai allora certe volte questi limiti temporali non vengono rispettati?
A fondamento di tutto sta la "promessa di obbedienza" fatta al vescovo nel giorno dell'ordinazione presbiterale. Il vescovo chiede: "Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?". L'eletto al presbiterato risponde: "Sì, lo prometto". Questo elemento precede e sostanzia ogni altra decisione, a tal punto che è possibile chiedere a qualche parroco, per il bene della diocesi, di cambiare anche prima del compimento dei nove anni previsti. Questa è l'obbedienza totale che ciascun cristiano deve a Cristo; così Cristo è stato obbediente al Padre "fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,8). Ora l'obbedienza a Cristo si concretizza attraverso la risposta al segno sacramentale di Cristo pastore che è il vescovo, successore degli apostoli. E' un'obbedienza a servizio della Chiesa diocesana e non primariamente a una singola parrocchia. In seminario si viene esercitati all'esercizio dell'obbedienza in tutti i momenti formativi, attraverso una vita di comunione tra i seminaristi e una comunione gerarchica, con i superiori, che rappresentano il Patriarca nella vita del seminario.

Un parroco può rifiutare il trasferimento?
Si tratta di una obbedienza ragionata e dialogica, non è obbedienza cieca… E di fronte alla presentazione di valide motivazioni la domanda di trasferimento può essere sospesa. Nessun parroco finora è stato trasferito senza la sua libera adesione. Il vescovo è un pastore che cerca di curare il bene della diocesi e di ogni singolo sacerdote.

 
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