È morto a Roma il 4 luglio 2026 Fausto Delle Chiaie, artista romano di 82 anni che aveva trasformato marciapiedi, gradini, muretti e piazze in un museo senza biglietto. Il suo nome resta legato a un’idea radicale e insieme semplicissima: portare l’arte fuori dagli spazi chiusi e farla incontrare ai passanti, nel pieno della vita quotidiana.
Fausto Delle Chiaie, l’artista romano che fece della strada un museo
Fausto Delle Chiaie non aspettava il pubblico dentro una galleria. Lo raggiungeva nelle vie di Roma, lungo il Pincio, in Piazza Augusto Imperatore, davanti all’Ara Pacis, nei luoghi dove la città corre, guarda distrattamente, rallenta per caso e qualche volta si ferma. In quel gesto c’era tutta la sua poetica: togliere soggezione all’arte, sottrarla alla distanza, renderla presente dove passano studenti, turisti, lavoratori, anziani, bambini, curiosi.
Formatosi alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Roma, Delle Chiaie aveva iniziato il suo percorso negli Anni Settanta, attraversando linguaggi diversi: Pop Art, Informale, Arte Povera. Da quelle esperienze aveva tratto materiali, libertà, attenzione agli oggetti e al loro potere narrativo. Poi aveva scelto una strada personale, lontana dalle formule più rassicuranti del sistema dell’arte. Per lui l’opera non era solo un oggetto da appendere o custodire. Era un incontro, una presenza, una possibilità di dialogo.
La sua figura era diventata familiare a migliaia di romani. Lo si vedeva accanto alle sue composizioni, spesso realizzate con oggetti recuperati, piccoli dipinti, assemblaggi, giochi di parole, invenzioni ironiche e poetiche. Erano opere leggere solo in apparenza, perché dietro quelle forme minime si riconosceva una riflessione precisa sullo sguardo, sul valore, sul ruolo dell’artista nella città.
Dal Manifesto Infrazionista al Pincio: la nascita del museo all’aperto
Nel 1986 Delle Chiaie pubblicò il Manifesto Infrazionista, dando forma teorica a una pratica che avrebbe segnato tutta la sua vita. Al centro c’era l’”infra-azione“: collocare una o più opere nello spazio pubblico o nei luoghi dell’arte, poi allontanarsi e lasciarle vivere da sole. L’opera, in quel momento, smetteva di appartenere soltanto al suo autore. Diventava responsabilità di chi la guardava, la ignorava, la spostava, la comprava, la proteggeva o semplicemente la incontrava.
Il 1987 fu l’anno decisivo. Sulla salita del Pincio iniziò a disporre centinaia di lavori appoggiati a terra o sui muretti. Non c’erano barriere, sale, custodi, percorsi obbligati. C’era un museo informale, aperto, mutevole, costruito giorno dopo giorno. Chiunque poteva fermarsi, osservare, parlare con lui, acquistare un’opera o lasciare un’offerta. Achille Bonito Oliva avrebbe sintetizzato quella scelta con un’espressione divenuta essenziale per comprenderlo: “una democrazia dello sguardo”.
In quelle installazioni quotidiane Delle Chiaie anticipò molte pratiche oggi associate all’arte pubblica e alla street art. Le sue incursioni nella Roma degli Anni Ottanta sono state poi lette come episodi precoci di un linguaggio urbano destinato a diventare molto più visibile negli anni successivi. Lui però non cercava il gesto spettacolare. Cercava il rapporto diretto. Un’opera poteva stare su un gradino, accanto a una colonna, vicino a un passante distratto. Bastava poco perché il museo comparisse.
Piazza Augusto Imperatore, Ara Pacis e il volto quotidiano dell’arte
Negli anni il museo all’aperto cambiò sede più volte. Dalla Galleria Sciarra a Piazza Augusto Imperatore, Delle Chiaie portò con sé il proprio universo nomade, fatto di immagini, cartelline, oggetti, segni e parole. La zona dell’Ara Pacis divenne uno dei luoghi più riconoscibili della sua presenza. Lì l’arte contemporanea smetteva di apparire remota e assumeva il passo concreto di una giornata romana.
Il suo lavoro viveva anche della relazione con chi passava. Il pubblico non era una categoria astratta, ma una somma di volti. Persone che si fermavano per pochi secondi, altre che tornavano più volte, turisti incuriositi, romani abituati a incontrarlo, giovani artisti in cerca di un dialogo. Delle Chiaie sapeva stare accanto alle opere senza imporsi, con una presenza discreta e tenace. Il suo museo chiudeva quando lui era stanco, come recita uno dei titoli che hanno raccontato la sua storia.
In quella pratica c’era anche una scelta di vita. Per decenni l’artista visse grazie alle offerte, alle vendite dirette, alla fiducia di chi riconosceva valore a un lavoro nato lontano dalle dinamiche commerciali più rigide. La precarietà non era una posa romantica. Era una condizione reale, affrontata con dignità, coerenza e una ostinazione rara.
Cinema, mostre e riconoscimenti: la vicenda di un artista fuori formato
La ricerca di Fausto Delle Chiaie entrò anche nelle istituzioni culturali, senza perdere la sua natura libera. Espose in Italia e all’estero, da Bruxelles ad Anversa fino a Limerick, partecipando a mostre dedicate alla sperimentazione artistica. Nel 2008 fu presente al Castello di Rivara e prese parte a “Scala Mercalli. Il terremoto creativo della Street Art Italiana” all’Auditorium di Roma, passaggio significativo per un artista che aveva già interrogato da tempo il rapporto fra arte e spazio urbano.
Negli Anni Duemila la sua storia divenne materia cinematografica. Documentari come “Robaccia Rubbish“, presentato all’Ara Pacis e poi alla Biennale di Venezia del 2011, “Il museo chiude quando l’autore è stanco” di Luca Marino e Paolo Buatti e “Ho fatto una barca di soldi” regia di Dario Acocella, hanno restituito la quotidianità di un artista capace di fondere lavoro, biografia, città e visione. Anche Domenico Iannacone gli dedicò due ritratti televisivi su Rai 3, contribuendo a portare la sua figura davanti a un pubblico più ampio.
Negli ultimi anni arrivarono altri riconoscimenti. Nel 2018 il MACRO lo invitò con il progetto “Il museo a cielo aperto” per sette giorni a Macro Asilo. Nello stesso anno pubblicò “Fuori catalogo”, autobiografia artistica di una vita passata ai margini delle convenzioni. Seguirono la personale “All’ombra del bambù” a Palazzo Merulana, la mostra “Lì per Lì” al Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro e l’ingresso dell’opera “Distanziamento sociale” nella Collezione Farnesina.
La Legge Bacchelli e il legame con il Frusinate
Il rapporto con il riconoscimento pubblico rimase complesso. Delle Chiaie aveva dato prestigio all’arte italiana, ma per molti anni aveva vissuto in condizioni economiche difficili. Nel 2021 un appello promosso dallo scrittore Pino Giannini per la concessione della Legge Bacchelli raccolse oltre 27mila firme, con adesioni arrivate da cittadini e personalità della cultura. Nel luglio 2023 il Consiglio dei Ministri gli riconobbe il beneficio destinato agli artisti che hanno onorato il Paese trovandosi in una situazione di bisogno.
Nato a Roma, Delle Chiaie risiedeva nel Frusinate, nel comune di Sgurgola. Chi viaggiava con il treno sulla linea Cassino-Roma poteva incontrarlo con il suo inconfondibile trolley rosso contenente i suoi lavori, i materiali per le sue creazioni, gli appunti e i disegni raccolti con cura nelle cartelline fermate dagli elastici. Sui vagoni appariva silenzioso, assorto, intento a fissare pensieri sulla carta. Era un passeggero riconoscibile, mai invadente. Un uomo dai modi dignitosi, con la concentrazione di chi continuava a lavorare anche lontano dal proprio spazio espositivo.
La sua morte chiude una vicenda artistica difficilmente classificabile. Fausto Delle Chiaie ha lasciato a Roma una lezione netta: l’arte può stare dove nessuno se l’aspetta, può nascere da materiali poveri, può vivere senza soglie d’ingresso e può chiedere al passante una sola cosa, guardare davvero. Per questo il suo museo non finisce con la sua assenza. Resta nella memoria di chi lo ha visto al Pincio, davanti all’Ara Pacis, in treno, con un’opera appoggiata a pochi centimetri dalla città.
