Grandine come pesche, Mario Tozzi avverte: “Succederà sempre più spesso”. L’Italia è tra le zone più esposte

Grandine con chicchi grandi come pesche: Mario Tozzi avverte sui rischi futuri. Gli studi indicano Italia ed Europa fra le aree più esposte
Di Alessandra Monti
Maltempo, grandinata alla Stazione Termini di Roma

Non sono più soltanto le grandinate estive capaci di imbiancare una strada per pochi minuti. Il fenomeno che preoccupa meteorologi e climatologi riguarda soprattutto le dimensioni raggiunte dai chicchi, talvolta paragonabili a pesche o arance, abbastanza pesanti da sfondare parabrezza, deformare carrozzerie, rompere tegole e pannelli fotovoltaici, devastare coltivazioni e provocare danni anche agli edifici e al patrimonio storico. Mario Tozzi richiama l’attenzione proprio su questo aspetto: in un’atmosfera più calda e ricca di energia, alcuni temporali possono alimentare correnti ascensionali molto intense, mantenendo a lungo i chicchi all’interno della nube e permettendo loro di crescere fino a dimensioni eccezionali.

Il geologo e divulgatore scientifico lo spiega con la consueta ironia, rivolgendosi indirettamente a chi continua a minimizzare il cambiamento climatico: «Chicchi grossi come pesche, sostenuti da correnti calde ascensionali, che crescono a dismisura. Ma cosa dicevi di quel cambiamento climatico? Ah, sì: gli elefanti di Annibale, la Groenlandia verde, e mica c’era la Panda 5000 anni fa, e poi i dinosauri, mio nonno che dormiva in canottiera, io che ho dormito col piumone… Sarà pure vero che fa più caldo e che magari dipende da noi, ma ormai non resta che adattarci, no?».

La battuta colpisce un punto preciso del dibattito: usare singoli episodi del passato, ricordi personali o variazioni climatiche avvenute in epoche lontanissime per negare un cambiamento globale misurato attraverso temperature, oceani, ghiacci, umidità atmosferica e frequenza di numerosi eventi estremi significa confondere fenomeni completamente diversi.

Come può un chicco di grandine diventare grande come una pesca

La grandine nasce all’interno dei temporali più sviluppati verticalmente, dove le correnti ascensionali trasportano gocce d’acqua verso zone della nube nelle quali la temperatura è sotto lo zero. Le gocce congelano attorno a piccoli nuclei di ghiaccio e iniziano a crescere.

Il processo diventa particolarmente intenso quando il temporale dispone contemporaneamente di molta umidità, forte instabilità atmosferica e correnti verticali abbastanza potenti da contrastare il peso crescente dei chicchi.

Il chicco viene così trascinato ripetutamente attraverso zone della nube ricche di acqua sopraffusa, cioè acqua ancora liquida nonostante temperature inferiori allo zero. Ogni passaggio aggiunge nuovi strati di ghiaccio.

Quando la corrente ascensionale non riesce più a sostenerlo, il chicco precipita.

La relazione con il riscaldamento globale non è però banale. Un’atmosfera più calda può contenere maggiori quantità di vapore acqueo e quindi fornire più energia ai sistemi convettivi, favorendo in determinate condizioni temporali particolarmente violenti. Nello stesso tempo una quota dello zero termico più elevata può facilitare lo scioglimento dei chicchi durante la caduta. Sono proprio queste dinamiche contrapposte a rendere la grandine uno dei fenomeni climatici più difficili da proiettare.

Per questo gli studi più recenti invitano a evitare una semplificazione: non è scientificamente corretto affermare che in futuro aumenterà necessariamente ogni tipo di grandinata in qualsiasi area europea. Il segnale più preoccupante riguarda piuttosto gli episodi capaci di produrre chicchi molto grandi.

L’Italia è il Paese mediterraneo più esposto alla grandine intensa

Per comprendere quanto il problema riguardi direttamente il nostro territorio basta guardare alle ricerche condotte dal Cnr-Isac, l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche.

Uno studio basato sulle osservazioni satellitari ha indicato l’Italia come il Paese dell’area mediterranea maggiormente colpito dalle grandinate di forte intensità.

I ricercatori hanno osservato nell’area mediterranea, nonostante una notevole variabilità da un anno all’altro, un aumento di circa il 30 per cento delle precipitazioni grandinigene classificate come intense ed estreme.

La distribuzione non è uniforme. Nel Nord Italia gli episodi si concentrano soprattutto durante l’estate, mentre nelle regioni centrali e meridionali acquistano maggiore rilevanza dalla fine dell’estate verso l’autunno.

Il Mediterraneo rappresenta inoltre una delle regioni nelle quali il riscaldamento procede più rapidamente rispetto alla media globale. Cambiano così non soltanto le temperature, ma anche l’energia disponibile nell’atmosfera e i regimi delle precipitazioni.

Lo studio del 2026: in Europa cresce soprattutto la grandine oltre i cinque centimetri

Un ulteriore elemento arriva da uno studio pubblicato su Nature Geoscience, che ha ricostruito l’andamento degli episodi di grandine molto grande dal 1950 al 2023 analizzando decine di miliardi di profili atmosferici.

I ricercatori hanno concentrato l’attenzione sui chicchi con diametro uguale o superiore a cinque centimetri, la soglia oltre la quale i danni a edifici, automobili e infrastrutture aumentano rapidamente.

Il risultato interessa direttamente il nostro continente: l’Europa è l’area del mondo nella quale lo studio individua il più netto aumento diffuso della frequenza della grandine di grandi dimensioni.

Il Nord Italia emerge addirittura come una delle zone con l’incremento più marcato su scala globale. La ricerca collega il fenomeno soprattutto alla crescita dell’umidità nei bassi strati atmosferici e dell’instabilità.

Non si tratta quindi soltanto della sensazione prodotta dalle immagini sempre più frequenti di parabrezza distrutti o tetti perforati. Esiste un segnale osservabile nelle condizioni atmosferiche favorevoli alla formazione dei chicchi eccezionali.

Nel luglio 2023 in Italia è stato documentato persino un chicco vicino ai 19 centimetri di diametro, una misura che rende immediatamente comprensibile fino a quale livello possa arrivare l’energia di alcuni sistemi temporaleschi.

Perché auto, tetti e monumenti diventano estremamente vulnerabili

Le dimensioni rappresentano soltanto una parte del problema. Conta anche la velocità con cui la grandine raggiunge il terreno.

Un chicco molto grande possiede una massa considerevole e durante la caduta acquista un’energia sufficiente a comportarsi quasi come un corpo contundente. Cinque centimetri possono già provocare danni seri; aumentando ulteriormente il diametro cresce rapidamente anche la capacità distruttiva.

Le automobili rappresentano probabilmente l’immagine più evidente: lunotti e parabrezza rotti, carrozzerie completamente butterate, specchietti distrutti. Ma gli effetti riguardano capannoni industriali, serre, impianti fotovoltaici, coperture domestiche, alberi e soprattutto agricoltura.

Un vigneto, un frutteto o una coltivazione orticola possono perdere in pochi minuti una parte rilevante della produzione annuale.

Esiste poi una questione meno visibile ma particolarmente delicata per un Paese come l’Italia: il patrimonio culturale. Eventi meteorologici più violenti sottopongono facciate, coperture, materiali lapidei, superfici decorate e monumenti a sollecitazioni per le quali molte strutture storiche non erano state progettate.

Non casualmente il Consiglio nazionale delle ricerche lavora da anni sugli effetti del cambiamento climatico sul patrimonio culturale e sulla necessità di sviluppare strumenti di prevenzione e adattamento.

Ma davvero succederà sempre più spesso?

La risposta richiede precisione.

Una ricerca pubblicata nel 2025 su Nature Communications, basata su simulazioni climatiche europee ad altissima risoluzione, mostra uno scenario più complesso rispetto all’idea di un semplice aumento generalizzato della grandine.

In alcune regioni e stagioni la probabilità complessiva della grandine severa potrebbe persino diminuire, anche perché in un’atmosfera più calda i chicchi si formano più in alto e possono sciogliersi maggiormente prima di raggiungere il terreno.

La stessa ricerca individua però un’eccezione decisiva: gli episodi capaci di produrre grandine molto grande potrebbero restare estremamente pericolosi e diventare più rilevanti soprattutto nell’Europa meridionale. Le simulazioni mostrano nel futuro condizioni favorevoli a temporali molto caldi e intensi proprio nell’area mediterranea e italiana.

È questo il senso più corretto dell’allarme lanciato da Tozzi. Il cambiamento climatico non significa che ogni temporale produrrà grandine più grossa, né che ogni estate sarà necessariamente peggiore della precedente. Significa modificare le condizioni di partenza dell’atmosfera e aumentare, in alcune regioni, la possibilità che quando si formano determinate strutture temporalesche possano raggiungere intensità straordinarie.

L’adattamento serve, ma non può diventare l’alibi per non intervenire sul clima

L’ultima parte dell’ironia di Tozzi è forse quella politicamente più importante: «Ormai non resta che adattarci, no?».

Adattarsi è indispensabile. Le città devono prevedere superfici e infrastrutture più resistenti, l’agricoltura deve investire nella protezione delle coltivazioni, il patrimonio storico necessita di monitoraggio, mentre previsioni meteorologiche e sistemi di allerta devono diventare sempre più precisi.

Ma l’adattamento affronta le conseguenze, non elimina la causa.

Se il riscaldamento globale continuerà, cambieranno progressivamente le condizioni nelle quali si sviluppano temporali, ondate di calore, precipitazioni estreme, siccità e altri fenomeni atmosferici.

Le grandinate con chicchi grandi come pesche hanno quindi un significato che supera il parabrezza distrutto dopo un temporale. Sono uno degli esempi più immediatamente visibili di come pochi gradi di temperatura media in più possano modificare enormemente l’energia disponibile nell’atmosfera. Il problema non consiste nel sostenere che prima del riscaldamento globale non esistessero grandinate eccezionali. Sono sempre esistite.

La domanda scientificamente interessante è un’altra: quanto sta cambiando la probabilità che condizioni capaci di produrle si presentino oggi e nel clima dei prossimi decenni?

Sull’Europa e sull’Italia i segnali raccolti negli ultimi anni meritano molta più attenzione delle battute sugli elefanti di Annibale o sul piumone usato dal nonno.

 
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