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Haters online: la nuova frontiera del bullismo che minaccia donne, uomini e democrazia

Il Quotidiano del Lazio, diretto da Francesco Vergovich, ha deciso di promuovere una campagna contro gli odiatori che avvelenano il confronto pubblico sul web
Di Alessandra Monti
Cyberbullismo - Immagine da freepik.com

Scrivere di sesso e relazioni, se sei una donna, può trasformarsi in un campo minato. È un’esperienza che molte professioniste conoscono bene: essere bersagliate da commenti sessisti, insulti personali, vere e proprie campagne d’odio. Dietro lo schermo, il “leone da tastiera” diventa giudice, carnefice e spettatore allo stesso tempo. Un click basta per trasformare un articolo in un pretesto di violenza verbale.

Haters e bullismo: dall’esperienza personale alla piaga collettiva

Un caso emblematico: un’autrice di diversi articoli di costume racconta a D.Repubblica di aver ricevuto insulti irripetibili, attacchi sul cognome e persino minacce di morte corredate da immagini disturbanti, come la gif di un lanciafiamme. Il motivo? Aver scritto un pezzo ritenuto “troppo femminista” da chi ha deciso di trasformare il dissenso in persecuzione. Non si tratta di episodi isolati: spesso questi attacchi prendono la forma di veri “shitstorm”, cioè assalti coordinati da gruppi online che invitano i follower a colpire un singolo bersaglio, fino a costringerlo a sospendere i propri account social.

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Hate speech: radiografia di un fenomeno dilagante

Gli insulti online hanno un nome preciso: hate speech, discorsi d’odio. E non sono un fenomeno marginale. Il dato più drammatico? I picchi di odio contro le donne coincidono con i casi di femminicidio, segno evidente di un legame diretto tra violenza digitale e violenza fisica. Lo sciame d’odio non resta confinato nello spazio virtuale: alimenta una cultura tossica che trova sfogo nella cronaca nera.

Il confine labile tra libertà di espressione e odio

Un nodo centrale è il rapporto con la libertà di espressione. L’articolo 21 della Costituzione garantisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, ma questo non può trasformarsi in una licenza di colpire l’onore, la dignità e l’incolumità di altre persone.

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Perché i social amplificano l’odio

La viralità è benzina sul fuoco. Chi offende cerca popolarità, anche negativa, e i social sono l’arena perfetta: l’insulto in pubblico ha una risonanza maggiore, colpisce più duramente l’onore e attira consenso tra i simili. L’illusione dell’anonimato fa credere agli haters di non lasciare tracce, ma in realtà ogni messaggio è rintracciabile dalle autorità.

Non a caso, la Polizia Postale invita sempre a raccogliere prove con screenshot e a denunciare, senza mai rispondere direttamente agli attacchi. Un confronto pubblico alimenta lo scontro e dà visibilità all’odio.

Denunciare è un atto di difesa e responsabilità

Molti pensano che ignorare l’odio sia la strada più semplice. Ma minimizzare significa lasciare campo libero a chi vuole fare del male. Denunciare non serve solo a tutelare la propria salute mentale e la propria immagine, ma anche a interrompere un meccanismo che rischia di normalizzare l’intolleranza.

Gli esperti concordano: le nuove generazioni vanno educate a riconoscere il confine tra opinione e violenza verbale. Ogni denuncia diventa un segnale, un argine per evitare che l’odio digitale degeneri in violenza reale.

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La campagna di sensibilizzazione de Il Quotidiano del Lazio

Il linguaggio che scegliamo di usare racconta chi siamo e quale società vogliamo costruire. Sul web, troppo spesso, parole di odio e di violenza vengono usate con leggerezza, ma possono ferire profondamente, umiliare la dignità di uomini e donne, ragazzi e ragazze.

Per questo, Il Quotidiano del Lazio, diretto da Francesco Vergovich, ha deciso, quest’anno, di promuovere una campagna di sensibilizzazione a favore di un linguaggio civile e rispettoso di ogni sensibilità, contro gli odiatori seriali e occasionali che avvelenano il confronto pubblico.

Il nostro impegno è chiaro: investire le migliori risorse della testata per combattere l’odio online e favorire un dialogo aperto, anche acceso, ma sempre e comunque rispettoso della libertà e della dignità di ciascuno. Perché la vera forza delle parole non sta nella violenza, ma nella capacità di costruire un dialogo.

 
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Cronaca

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