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I love Lugano: appunti privati di un’inchiesta pubblica sulla sanità del terzo millennio – prima parte “Let hope fly”

La stupenda scultura mi era apparsa in quel momento come un segno premonitore. Un Angelo della Morte pronto a volare via con ogni mia speranza
a cura di Antonio Augello
Let hope fly

Se è vero che il livello di civiltà di una Nazione si misura con l’efficienza del suo Sistema Sanitario (a cui gli altri paesi dovrebbero guardare e nel caso replicare) posso dire che tutti dovrebbero guardare quanto l’eccellenza italiana, razionalmente miscelata con le più variegate e volenterose individualità di altra cultura e nazionalità, è stata in grado di realizzare. Purtroppo, come storicamente accaduto “in giro per il mondo”, anche in questo caso ciò non va riferito all’Italia in quanto Nazione, bensì alle sue genti spesso “costrette” a distribuirsi altrove.

Il Ticino, cantone tutto italiano

Nel caso di specie stiamo parlando del fin troppo contiguo Ticino, unico Cantone Svizzero in cui l’italiano è la sola lingua ufficiale (art. 1 della Costituzione cantonale: “il Cantone Ticino è una repubblica democratica di cultura e lingua italiane”). Per questo, non senza una certa meraviglia, non posso oggi che aderire al postulato secondo il quale, nella Confederazione elvetica attraverso il Canton Ticino si esprime e si interpreta al meglio la cultura italiana.

La mia convinta asseverazione trae origine dagli esiti di un’inchiesta, che, obtorto collo, mi sono trovato a condurre una volta assunto, inopinatamente, il ruolo di protagonista “passivo” ma attento osservatore fortemente interessato.

Un’inchiesta che con l’elementare quanto impietoso utilizzo della “comparazione” ha inevitabilmente portato all’ennesima, doverosa e mai inutile denuncia sulle falle del SSN tricolore.

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Un “sistema” nei confronti del quale troppi di noi ne hanno pagato, ne pagano e ne pagheranno conseguenze anche letali, con il trasversale arricchimento (indebito e smisurato) di personaggi senza scrupoli appartenenti al mondo della politica, della PA, dell’imprenditoria, della criminalità organizzata. Il tutto senza soluzione di continuità ed indifferente ai diversi “colori politici” che di volta in volta si trovano al prezioso timone del Sistema stesso.

Non farò, in questa occasione, nomi legati al patto scellerato tra la sanità pubblica italiana e pezzi del “rapacismo” finanziario privato e nemmeno citerò le tante inchieste giornalistiche e giudiziarie, anche se invito a vedere i recenti “servizi” di REPORT che seppur nella consueta ottica “versus Destra” ci hanno offerto uno spaccato molto esaustivo sullo stato dell’arte della nostra Sanità.

Non disegnerò un altro quadro desolante ed avvilente sui sistemi illeciti messi in piedi e pilotati con disarmante facilità dai soliti boiardi di Stato in combutta con i governanti di turno e pseudo imprenditori.

E non mi metterò a elencare le troppe strutture sanitarie private prive sicuramente di qualsivoglia reparto di Terapia Intensiva, ma comodamente adibite a “Centri di Fatturazione Intensiva”.

Quella che vado a fare è semplicemente una testimonianza diretta ed una dimostrazione di come una comunità, se ben governata e correttamente sintonizzata sul migliorare la propria società, è sicuramente in grado di “curare se stessa” nel modo migliore. Viceversa, può soltanto recare danni sempre più ingenti alla propria gente, quella che un tempo si definiva “Popolo” lasciando immune soltanto le classi più ricche e privilegiate. Perché la capacità, la volontà, il senso del sacrificio possono albergare e manifestarsi in ogni essere umano, indipendentemente dalla razza, dalla religione, dalla provenienza, ma non indipendentemente dal sistema socio-politico-culturale in cui determina la propria esistenza.

I fatti

Quando nel mese di Ottobre 2024, decisi di effettuare una visita medico sportiva agonistica al solo scopo di poter partecipare a tornei federali di Padel, non immaginavo di certo che questa mia velleitaria aspirazione avrebbe permesso la scoperta del mio male che da molti anni si insinuava nelle arterie del cuore.

In assenza costante dei fattori di rischio canonici (per quanto i medici di base avessero negli anni non dato importanza ad alcuni valori espressi poco congrui nelle periodiche analisi), avevo sempre svolto un’intensa attività sportiva dedicandomi con continuità al lavoro in palestra, al tennis, alla mountain bike, alla mia amata boxe, al windsurf e in ultimo al Padel.

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Purtroppo, l’intensa prova sotto sforzo eseguita con il ciclo ergometro aveva fatto rilevare un problema che necessitava di ulteriori accertamenti. Nello specifico mi venne prescritta una TAC coronarica con mezzo di contrasto. Iniziò dunque un estenuante girovagare durato diverse settimane presso i vari “presidi” del Servizio Sanitario tra diatribe con medico di base (fin troppo restìo a firmare l’urgenza dell’impegnativa), inutili file ai CUP, contraddittori colloqui con addetti di numeri verdi e di “presunta garanzia”.

La Tac coronarica

Finché, dopo qualche minaccia non troppo velata di ricorrere al mezzo della pubblica denuncia (mediatica e giudiziaria) e grazie all’interessamento del mio Medico di base, arrivai al “giusto canale” per l’ottenimento del necessario esame diagnostico in tempi relativamente brevi.

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L’aspetto più grave è che durante i mesi per “arrivare” alla TAC, due accessi al Pronto Soccorso per sintomi riconducibile a infarto non avevano indotto i sanitari ad alcun ulteriore accertamento malgrado avessi mostrato loro la prescrizione della Tac.

Nello specifico una prima volta presso l’Ospedale di Terracina il 3 di Novembre 2024, venni rispedito a casa senza particolari indicazioni, ma soprattutto nella seconda circostanza, quella del 21 Novembre, trasportato in codice rosso all’Ospedale di Latina, dopo una giornata intera di inutile attesa, con i valori base di sopravvivenza ripristinati ( da codice rosso ero stato declassato allo strategico codice verde), mi venne consigliato di “abbandonare” il Pronto Soccorso e provvedere in via privata all’esame prescritto, in quanto considerato di secondo livello e quindi difficilmente ottenibile per le vie brevi.

All’esito della Tac in data 21/02/2025, dopo una inutile quanto burocraticamente necessaria visita cardiologica del 06/02/2025 nella consapevolezza che effettivamente “qualcosa non andasse”, avevo richiesto, come consigliato dall’autore dell’esame diagnostico, una coronarografia con massima priorità. Mi venne dunque riconosciuta l’urgenza? Macché!

A Lugano si corre

Mentre mi preparavo alla nuova “battaglia” per ridurre i tempi dell’attesa, durante uno dei consueti viaggi di lavoro in Svizzera, dopo un faticoso viaggio in auto, all’ennesima manifestazione dei sintomi ben conosciuti, la Domenica del 2 Marzo 2025 mi recai al Pronto Soccorso dell’Ospedale civico di Lugano al quale è annesso il Cardio Centro Ticino.

Subito, dopo un primo approfondito screening e sulla base della documentazione che nel frattempo ero riuscito a trasmettere, venivo ricoverato e sottoposto a coronarografia nel giro di 24 ore!

All’esito della stessa, con diagnosi rivelatasi peggiore del previsto, si consigliava “valutazione cardiochirurgica per procedere chirurgico o ibrido”. In definitiva, gli specialisti “Italiani” della struttura elvetica, avevano certificato una malattia coronarica severa e altamente rischiosa da trattare (vista la mia giovane età ed un rischio chirurgico basso) mediante un doppio bypass aortocoronarico oltre all’istallazione di uno stent in un altro vaso.

Sotto la mia responsabilità, desideroso di affrontare il problema tra le “mura di casa”, mi dimettevo dalla struttura elvetica per fare ritorno a Roma, supportato da quella erronea convinzione che, per quanto in grande difficoltà, il nostro Sistema Sanitario Nazionale, nelle situazioni più gravi, avrebbe avuto sicuramente la capacità di assistere al meglio i propri cittadini assicurando loro l’eccellenza in ogni branca della scienza medica. Una leggenda metropolitana o una sorta di autodifesa indotta da noi stessi che ben presto avrei scoperto del tutto fantasiosa.

Questa volta, senza indugiare in “rischiose” attese, utilizzavo il famigerato servizio INTRAMOENIA. Il primo tentativo si rilevò fallimentare, poiché al CUP sbagliarono l’assegnazione del medico. Con il secondo tentativo, ai primi del mese di Aprile, mi ritrovai a consulto con un noto cardiochirurgo dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma.

Let hope fly

Dopo circa quaranta minuti di “visita”, con tutti gli esami diagnostici a disposizione oltre all’ausilio interpretativo di un cardiologo intervenuto per l’occasione in ausilio del cardiochirurgo, la manifesta incertezza palesatasi mi aveva indotto a domandare allo specialista: “ Ma dunque, secondo lei, sono malato o no? Mi devo operare oppure, da quanto mi sta dicendo, dovrebbe essere sufficiente una “semplice angioplastica?

La riserva non veniva sciolta neppure nelle successive giornate, malgrado i precisi chiarimenti documentali forniti dal Viceprimario Cardiologo del nosocomio ticinese che non avrebbero dovuto lasciare dubbio alcuno.

In realtà, la portata e la tipologia dell’intervento, secondo la “medicina specialistica italiana” non sembrava risultare del tutto chiara, lasciandomi nel dubbio e nello sconforto più profondo. Mi veniva comunque esclusa la possibilità della chirurgia mininvasiva, “potendo intervenire” solo con la tecnica tradizionale dunque, praticando “eventualmente” una devastante sternotomia.

Va detto che la dinamica comunicativa adottata nei miei confronti, mi aveva dato la piena sensazione che si volesse tutto risolvere con una “sterminata pavimentazione” di stent coronarici per quanto considerata assolutamente non risolutiva dagli specialisti “svizzeri”, ma sicuramente una procedura d’intervento molto, molto, molto meno costosa di un qualsivoglia intervento chirurgico.

Mentre, piuttosto frastornato, lasciavo le asettiche stanze del gigantesco Ospedale cercando di trovare tra le approssimative righe del referto specialistico una qualsivoglia prospettiva della ormai compromessa condizione di salute, probabilmente per aver sbagliato strada, mi imbattevo casualmente nella bellissima quanto terrificante statua denominata “Let hope fly”.

Come un segno premonitore

Molto più simile ad una valchiria norrena di “Van Helsing”, la stupenda scultura mi era apparsa in quel momento come un segno premonitore. Un Angelo della Morte pronto a volare via con ogni mia speranza e che mi stava avvertendo quanto all’ imminente destino. Talmente fuori contesto nel trovarla nel piazzale d’ingresso di un Ospedale che per un attimo avevo pensato fosse stata messa lì apposta per me! Ma forse l’ho solo immaginata per via di qualche refuso della mente generato dal frenetico utilizzo della “Rete”, in quei giorni alla continua ricerca di risposte.

Ad ogni modo, costretto malgrado tutto a rimanere con i piedi per terra, la necessità di definire alcune situazioni lavorative e familiari prima di affrontare un possibile ricovero ospedaliero prolungato, mi aveva indotto, non senza preoccupazione, a richiedere all’Ospedale romano di Via di Grottarossa una più chiara diagnosi oltre ad un congruo preavviso per il necessario ricovero.

Dunque, a 6 mesi dalla provvidenziale quanto casuale visita medico sportiva sopra menzionata, privo di una diagnosi condivisa (ma consapevole del mio invalidante status), l’unica raccomandazione ricevuta per iscritto nell’ultima quanto non dirimente visita specialistica (costata ben 300 euro) era stata quella di attendere la prima disponibilità utile per il ricovero, assumere nel frattempo i farmaci prescritti (dal CardioCentro di Lugano), di non fare eccessivi sforzi e, in caso di malore, di recarmi al più vicino Pronto Soccorso! La prima reazione di fronte a tale dicitura refertata era stata: “ Ma va!?”

Comunque, ero “finalmente” e ufficialmente un cardiopatico a serio rischio infarto in attesa di una soluzione, seppur non meglio definita. Un malato grave “a piede libero” che per certificare il suo “status” aveva dovuto lottare con il Sistema per oltre sei mesi mettendo spesso mano al portafoglio. Quasi ne andavo fiero.

Segue la SECONDA PARTE

 
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Cronaca

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