07 Marzo 2021

Pubblicato il

Intervista a Don Luigi Vari. La sua testimonianza di fede da Valmontone a Gaeta

di Giulia Bertotto

Don Luigi dal 1991 è stato sacerdote a Valmontone. Dal 2016 è stato trasferito nella diocesi di Gaeta

In questo momento il mondo sembra subire flagelli ineluttabili e trovarsi di fronte a problemi insormontabili. Messaggi allarmanti e paure condivise piegano la nostra società. Abbiamo scelto per questo di parlare con l'arcivescovo di Gaeta, don Luigi Vari, conosciuto affettuosamente dalla sua comunità anche come don Gigi. Don Luigi è stato fin dal 1991, sacerdote a Valmontone, ma dal 2016 è stato trasferito nella diocesi di Gaeta, splendida cittadina sul mare a sud del Lazio. Oggi è il suo compleanno e abbiamo voluto ascoltare le sue parole in un giorno speciale.

La sua esperienza nasce a Valmontone e poi arriva nella diocesi di Gaeta; queste due realtà dove ha portato il Vangelo sono diverse?

“Si tratta certamente di contesti diversi dal punto di vista territoriale e di organizzazione cittadina, ma credo che nella società vi sia lo stesso bisogno di fede e del messaggio di serenità che ha annunciato il Cristo. Noi sacerdoti siamo chiamati a portare lo stesso messaggio di fiducia ovunque ci troviamo, testimonianza che manca molto nella società. Devi dire però che si trovano anche molte persone con tanto desiderio di bene, il quale non sempre coincide con la fede, ma che considero comunque come una tensione verso Dio. Per questo territorio auspico di fare sempre più alleanza tra cittadini, servizi e Comune. Nelle strade c'è un sentimento di resa nei confronti di molte questioni sociali, esistenziali, ambientali che ci indebolisce, ma la Chiesa è chiamata a portare invece un altro annuncio di forza e speranza”.

 

La fede è una forza che ci  guida e accompagna nelle difficoltà individuali e sociali; se tante questioni fossero affrontate con metafore di fede si potrebbe realizzare davvero una 'rivoluzione' umana.

“Il Vangelo ci parla, nella parabola del lievito, in Luca e Matteo, proprio di una sostanza metaforica che fa crescere e maturare il Regno dei Cieli, per farlo fermentare già sulla terra. È un'immagine che mi piace usare nella società e non solo nella messa. Il lievito è nascosto ma agisce in noi come la fiducia. Affanno e disperazione ci assalgono ogni giorno, mentre il Vangelo ci restituisce la responsabilità di noi stessi, per non lasciarci andare. La responsabilità è in nostro potere, anche se non dobbiamo cadere nell'illusione dell'onnipotenza”.

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Per quanto riguarda l'allarme Coronavirus e le chiese, alcune sono state chiuse per precauzione in quanto luoghi di aggregazione, cosa ne pensa?

“Per quanto riguarda il Coronavirus qui non viviamo una situazione di emergenza. Certo ci pensiamo, occorre prudenza, ma chiudere le chiese può essere un segno di abbandono per le comunità, di perdita di punti di riferimento. Le paure non vanno solo subite, possono essere dominate, con prudenza e buon senso, tuttavia non bisogna piegarsi alla paura irrazionale. E questo è un messaggio che ora danno le istituzioni, ma che da sempre troviamo nelle sacre scritture”.

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