Nel suo nuovo libro Caro Sapiens (Mondadori, 2025), il geologo e divulgatore Mario Tozzi immagina un epistolario inedito: è la Terra stessa a scrivere all’umanità. Con tono affettuoso ma fermo, “Gaia” prende la parola per raccontare la propria storia, dalle origini cosmiche fino alle crisi climatiche contemporanee, e per ricordare a noi, figli distratti, che non siamo padroni del pianeta, ma solo ospiti temporanei.
Abbiamo incontrato Tozzi per parlare del libro, del nostro rapporto con la natura e di ciò che, forse, possiamo ancora imparare.
“Caro Sapiens” è una lettera della Terra all’umanità: perché questa scelta narrativa?
«Mi piaceva l’idea di ribaltare la prospettiva — spiega Tozzi — e di far parlare la Terra in prima persona. È un modo per restituirle voce, dignità e centralità. Noi sapiens siamo abituati a raccontare il mondo dal nostro punto di vista, ma dimentichiamo che il pianeta esisteva molto prima di noi e continuerà a esistere anche dopo. Con Caro Sapiens volevo che fosse lei, la Terra, a raccontare la sua lunga storia e a mettere in fila i nostri errori.»
Nel libro, la voce del pianeta è ironica, a tratti commossa, mai vendicativa. Parla di stelle, di geologia, di biodiversità, ma anche di economia e politica. «La Terra non giudica — dice Tozzi — ma osserva. E ci invita a riflettere. È preoccupata per la vita in generale, e per quella dei sapiens in particolare, perché la nostra corsa sfrenata al consumo mette in pericolo l’equilibrio di tutto il sistema.»
Mario Tozzi e il messaggio scientifico dietro “Caro Sapiens”
Caro Sapiens nasce come un testo di divulgazione profonda, quasi una “biografia del pianeta”. Nei primi capitoli, la Terra racconta la nascita dell’universo, l’evoluzione geologica e la formazione della vita. «Tutto è cominciato — scrive Tozzi — quando le stelle hanno forgiato gli elementi che ci compongono. Siamo letteralmente figli delle stelle».
Il libro alterna riflessione scientifica e racconto poetico: dai vulcani boliviani ricchi d’argento che hanno cambiato la storia economica del mondo, fino all’Amazzonia vista come “la farmacia del pianeta”, dove ogni pianta e ogni insetto hanno un ruolo essenziale.
«Il mio intento — racconta l’autore — è far capire che non esiste un confine netto tra scienza e umanità. La Terra non è solo un insieme di rocce e processi fisici: è una storia vivente, e noi siamo parte di essa. Se la impoveriamo, impoveriamo noi stessi.»
“Sapiens, non sei speciale”: la lezione dell’universo
Uno dei passaggi più forti del libro è quello in cui la Terra ricorda quanto siamo piccoli. Tozzi spiega: «Ho voluto raccontare la sproporzione tra la nostra percezione e la realtà cosmica. Siamo arrivati nell’ultimo millimetro della storia del pianeta, eppure ci comportiamo come se tutto ci appartenesse. Siamo una specie giovane e arrogante.»
Nel capitolo Tutti figli delle stelle, la Terra ironizza sull’egocentrismo umano, ripercorrendo le grandi rivoluzioni scientifiche: da Copernico a Giordano Bruno, fino al “paradosso di Fermi”.
«È una parte che amo molto — dice Tozzi — perché mostra come, anche di fronte all’evidenza, noi sapiens fatichiamo ad accettare di non essere il centro dell’universo. È una forma di superbia che si riflette anche nel modo in cui trattiamo il pianeta.»
“Il tempo della Terra non è il tempo dell’uomo”
Il libro si apre con una riflessione potente sui tempi geologici. La Terra spiega che la vita umana, paragonata ai 4,5 miliardi di anni del pianeta, è poco più di un soffio. «Per capire davvero la crisi ecologica — sottolinea Tozzi — bisogna ragionare con le unità di misura del pianeta, non con i tempi brevi della nostra economia o della politica. Noi pensiamo in decenni, la Terra in ere. È questa la distanza che ci impedisce di agire con responsabilità.»
Questa lentezza non è un alibi, ma una condanna. «Il pianeta può sopravvivere a tutto — dice Tozzi — anche alla nostra estinzione. Siamo noi che rischiamo di non farcela. La Terra si rigenera, gli ecosistemi cambiano, ma la civiltà umana, così come la conosciamo, è fragile.»
“La diversità è vita, l’omologazione è morte”
Un intero passaggio di Caro Sapiens è dedicato alla biodiversità, che Tozzi racconta attraverso esperienze dirette in Amazzonia. «La foresta — scrive — è un manifesto contro il modello di sviluppo capitalista: lì ogni forma di accumulo è impossibile. La vita si regge sulla diversità, sull’equilibrio dinamico tra le specie.»
Tozzi commenta: «L’omologazione, che sia culturale o biologica, è sempre un segnale di debolezza. La crisi climatica, la perdita di habitat, l’estinzione delle specie non sono solo questioni ecologiche, ma antropologiche. Ci parlano della nostra incapacità di convivere con la differenza.»
“Scrivere senza Intelligenza Artificiale è ancora un atto umano”
Un altro aspetto curioso del libro è la scelta dichiarata di Tozzi di non usare alcuna intelligenza artificiale nella stesura. «Ho voluto scrivere tutto da solo, con le mie mani — confessa — perché credo che la fatica e le imperfezioni rendano un testo autentico. Forse domani le macchine potranno scrivere libri impeccabili, ma non potranno metterci dentro la passione, le esitazioni, la voce umana.»
In un’epoca di algoritmi e testi generati automaticamente, Caro Sapiens è anche una dichiarazione d’amore per la lentezza e per la scrittura artigianale. «Ho scritto ovunque — racconta Tozzi —, nei treni, negli aeroporti, sui taccuini. È il mio libro più sentito, più vissuto. Quello che avrei sempre voluto scrivere.»
Una lettera che chiede ascolto
Caro Sapiens non è solo un libro di scienza, ma una conversazione intima tra l’uomo e la Terra. È un invito a cambiare sguardo, a riscoprire la nostra appartenenza a un sistema più grande e delicato.
«La Terra non ci odia, non ci punisce — conclude Tozzi —. Ci osserva e ci aspetta. Ma il tempo stringe. Dobbiamo imparare a convivere, non a dominare. Solo così, forse, potremo ancora meritarci di chiamarci sapiens.»
