Il conto delle chiusure fa impressione. Nell’ultima analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio, presentata a marzo, in tredici anni le città italiane hanno perso 156mila tra negozi e attività ambulanti. Dentro quel numero, però, le saracinesche non si abbassano tutte allo stesso modo, e c’è una regione in cui i piccoli esercizi alimentari hanno tenuto meglio che altrove. È il Lazio.
Il generico arretra, lo specializzato tiene
Lo studio più dettagliato uscito finora si intitola “Decoding Italy’s commercial desertification” ed è stato pubblicato a febbraio sulla Rivista Italiana di Economia Demografia e Statistica da tre ricercatori Istat insieme ad ARTI Puglia. Incrocia i registri statistici delle imprese e delle unità locali su otto anni, dal 2014 al 2022, e distingue il commercio pezzo per pezzo.
Il risultato è meno uniforme di quanto racconti la parola desertificazione. Il commercio al dettaglio non specializzato, quello che comprende supermercati, minimarket, discount e grandi magazzini, perde il 12,2% delle unità locali. Ma dentro quel comparto i minimarket crollano del 41,1%, mentre i supermercati aprono il 19,2% di punti vendita in più e i discount aumentano gli addetti di oltre un terzo. Il negozio generico sotto casa viene sostituito da una struttura più grande, non da un vuoto.
I negozi alimentari specializzati, invece, crescono. Sia come punti vendita sia come persone impiegate. Il pane, la carne, il pesce e la gastronomia continuano ad avere una bottega dedicata, e in molti casi ne hanno una in più rispetto a dieci anni fa.
«Il negozio che regge è quello che sul prodotto fa un lavoro che il supermercato non può fare allo stesso modo, dal taglio alla preparazione», osserva il Direttore Commerciale di guadagnopack.com, azienda campana che fornisce sia la distribuzione organizzata sia le singole macellerie, gastronomie e panetterie. «Vendere solo scatolette non basta più, perché su quelle il confronto di prezzo lo perdi in partenza».
L’eccezione laziale
C’è poi un dato che riguarda da vicino chi vive qui. Dalla ricerca emerge che i piccoli esercizi non specializzati sono diminuiti in tutte le regioni italiane tranne una, il Lazio. Gli autori non offrono una spiegazione univoca e si limitano a segnalare il caso, però il modello statistico che hanno costruito indica quali fattori pesano di più: la crescita della popolazione aiuta, l’invecchiamento penalizza, il reddito medio e la densità abitativa sostengono la rete dei negozi, mentre la distanza dai centri urbani più grandi la indebolisce.
Sorprende anche il comportamento delle aree interne, quelle che di solito consideriamo le più fragili. A parità di condizioni tengono meglio di molti comuni centrali, un risultato che secondo i ricercatori mette in discussione l’idea che il commercio si concentri sempre dove c’è più città. Per un territorio come il Lazio, dove alla cintura romana si affiancano la Tuscia, la Ciociaria e il Reatino con decine di paesi sotto i duemila abitanti, non è una nota a piè di pagina.
Cosa è cambiato dietro il banco
Chi ha tenuto aperto lo ha fatto cambiando mestiere almeno in parte. È cresciuta la quota di prodotto già pronto o porzionato, sono arrivati gli ordini via messaggio e le consegne in paese, e molte attività hanno aggiunto un pezzo di gastronomia accanto al banco tradizionale.
«Dieci anni fa una macelleria comprava carta e sacchetti, oggi ci chiede vaschette per il pronto a cuocere, etichette con gli ingredienti, buste per il sottovuoto», raccontano da Guadagnopack. «È il segno che quel negozio ha iniziato a vendere anche tempo, non soltanto materia prima».
La ricerca chiude con una raccomandazione che parla ai sindaci più che ai commercianti. Un esercizio di vicinato non distribuisce solo beni, tiene una strada illuminata e dà un punto di riferimento a chi non guida e non compra online. Dove sparisce, il conto lo pagano prima gli anziani.
