Nel Lazio, il tema del peso corporeo ha ormai assunto i contorni di un’emergenza sanitaria silenziosa, ma non per questo meno presente. Secondo i dati dell’indagine nazionale “Okkio alla Salute”, raccolti tra il 2020 e il 2021, il 43% degli adulti laziali vive in una condizione di eccesso ponderale. Di questi, un terzo risulta in sovrappeso e circa un decimo rientra nei parametri dell’obesità vera e propria.
Fin qui potremmo leggerlo come l’ennesima statistica. Ma quando si entra nel dettaglio, soprattutto tra i bambini, i numeri iniziano a pesare in modo diverso. Tra i più piccoli, il 28,8% presenta già un eccesso ponderale, e circa uno su cinque è in sovrappeso. C’è anche un 2% che, a soli otto o nove anni, è considerato gravemente obeso. In una regione dove le abitudini alimentari si intrecciano con il peso della quotidianità, quello che vediamo non è solo un tema di chili, ma un fenomeno più ampio, fatto di comportamenti, emozioni, metabolismo e contesto.
Un solo nome, quattro volti diversi
La parola “obesità” continua a essere usata al singolare, ma chi lavora nel campo clinico sa bene che dietro questa parola si nascondono storie molto diverse tra loro. Lo ha sottolineato anche il Professor Francesco Giorgino al congresso “Panorama Diabete” di Riccione, spiegando come oggi sia possibile identificare quattro fenotipi specifici dell’obesità. Una distinzione non teorica, ma che ha ricadute concrete sul modo in cui affrontare la patologia.
Il primo, il cosiddetto cervello affamato, è legato all’asse intestino-cervello. Le persone che rientrano in questo profilo hanno bisogno di mangiare di più per sentirsi sazie. È come se il segnale che normalmente dice “basta così” arrivasse in ritardo o, peggio ancora, non arrivasse affatto.
C’è poi l’intestino affamato, che coinvolge soggetti con uno svuotamento gastrico molto rapido. In parole semplici: ci si sente pieni per poco tempo, e si tende a mangiare di nuovo in tempi ravvicinati. Il risultato? Pasti frequenti, picchi glicemici continui, e un organismo che fatica a trovare una sua stabilità.
Il terzo tipo è quello della fame emotiva. Qui il bisogno di cibo non parte dallo stomaco ma dalla testa. È un modo per affrontare, o forse più spesso per evitare, le emozioni: stress, ansia, frustrazione, o anche semplicemente noia. Non è solo una questione psicologica, ma un comportamento alimentare che si costruisce giorno dopo giorno, spesso senza rendersene conto.
Infine, c’è chi rientra nel fenotipo della combustione lenta: un metabolismo che brucia poco, una massa muscolare ridotta, un corpo che consuma meno di quello che si introduce. È un profilo spesso sottovalutato, perché a parità di calorie ingerite può ingrassare più facilmente rispetto ad altri.
Oltre il peso: il legame con il diabete
Questi quattro volti dell’obesità non sono solo una classificazione utile per fare diagnosi: parlano anche del rischio, concreto, di sviluppare complicanze serie. In particolare, il diabete di tipo 2.
Le persone che vivono con l’intestino affamato o la combustione lenta sembrano più vulnerabili sotto questo aspetto. Nel primo caso, sono le oscillazioni frequenti della glicemia a creare un sovraccarico per il pancreas. Nel secondo, è la bassa massa muscolare – uno dei principali tessuti che usano il glucosio – a creare uno squilibrio, spingendo verso l’insulino-resistenza.
Ma la situazione si complica ulteriormente quando i fenotipi si combinano. Esistono pazienti che, per esempio, convivono con una “combustione lenta” e un “intestino affamato”, e magari hanno anche una significativa adiposità viscerale (il grasso addominale profondo, quello più pericoloso per la salute). In questi casi si parla di un vero e proprio terreno favorevole per infiammazioni sistemiche croniche, steatosi epatica e un diabete molto difficile da controllare.
Curare conoscendo la persona, non solo la malattia
La novità più importante che emerge da questo nuovo approccio è l’abbandono dell’idea di una cura “standard” per tutti. Come spiega la professoressa Raffaella Buzzetti, non si può più pensare che tutti i pazienti obesi abbiano bisogno dello stesso tipo di dieta o dello stesso farmaco. Ogni persona ha una propria composizione corporea, una propria storia, un proprio modo di reagire a ciò che mangia e a ciò che vive.
Questo non significa complicare i trattamenti, ma renderli più aderenti alla realtà. Conoscere il fenotipo prevalente aiuta a scegliere un approccio più mirato. Per qualcuno sarà importante lavorare sul senso di sazietà, per altri sarà decisivo affiancare un supporto psicologico. C’è chi potrà rispondere bene all’attività fisica, e chi avrà bisogno di un percorso farmacologico per sostenere il metabolismo.
La salute inizia da scelte che durano
Il sovrappeso e l’obesità, in una regione come il Lazio, non sono solo un problema sanitario: rappresentano un punto di intersezione tra salute pubblica, educazione alimentare, sostenibilità sociale e prevenzione. E per affrontarli non servono scorciatoie o sensazionalismi.
Servono piuttosto percorsi graduali, interventi di prevenzione mirata, una maggiore consapevolezza dei fattori che influenzano il comportamento alimentare già dall’infanzia. E serve una cultura della salute che riconosca le differenze tra le persone, senza trasformarle in colpe o stigmi. È qui che si gioca la partita più importante. E in fondo, capire come ingrassiamo è già un primo passo per capire come possiamo iniziare a stare meglio.