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Roma: la guerriglia dei black bloc all’Esquilino e Monti, i danni per decine di migliaia di euro

Sui social, molti abitanti hanno espresso rabbia e amarezza: "Si poteva prevenire, togliendo i cassonetti e predisponendo controlli più capillari"
Di Alessandra Monti
Corteo Pro Gaza 3 Ottobre

La serata di sabato scorso a Roma si è trasformata in un incubo per i residenti dei quartieri Esquilino, Monti e San Giovanni. Un migliaio di black bloc incappucciati, staccatisi dalla coda del corteo pro Palestina in via Labicana, ha scatenato il caos tra Santa Maria Maggiore, via Merulana, via dello Statuto, via Lanza e piazza Vittorio. Cassonetti incendiati, vetrine sfasciate, auto danneggiate e arredi urbani distrutti hanno lasciato dietro di sé un bilancio pesante: danni stimati in decine di migliaia di euro.

«I violenti non hanno raggiunto gli obiettivi che si erano prefissati. Non hanno vinto», ha dichiarato il prefetto di Roma, Lamberto Giannini, ribadendo come l’azione delle forze dell’ordine abbia impedito un attacco diretto a luoghi e simboli istituzionali.

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La paura dei cittadini per i rischi durante le manifestazioni

Non tutti i residenti si sono chiusi in casa. C’è chi, pur con timore, ha affrontato i teppisti dalle finestre, insultandoli o filmando la devastazione con i cellulari. Le immagini raccolte potrebbero rivelarsi fondamentali per le indagini. Diversa la sorte di clienti e spettatori: i ristoranti della zona e il Teatro Brancaccio hanno dovuto blindarsi dall’interno, barricandosi dietro vetrine e porte per sfuggire alla furia dei manifestanti violenti.

Sui social, molti abitanti hanno espresso rabbia e amarezza: «Si poteva prevenire, togliendo i cassonetti e predisponendo controlli più capillari», scrive un residente. Ora la richiesta è chiara: risarcimenti per le auto incendiate, i negozi danneggiati e le facciate imbrattate.

Il ruolo delle istituzioni

Il prefetto Giannini sottolinea che Roma resta sotto “tutela rafforzata”: «La situazione è migliorata negli ultimi mesi e continuerà a migliorare». Le forze dell’ordine, spiega, avevano raccolto informazioni preventive e sequestrato armi improprie a oltre cento antagonisti arrivati in città da altre regioni.

Nonostante ciò, i black bloc hanno comunque trovato spazio per agire. «Quando hanno capito che non potevano deviare verso gli obiettivi istituzionali, l’unica cosa che gli è rimasta da fare è stata attaccare la polizia e distruggere ciò che trovavano», afferma Giannini.

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Le indagini in corso sui violento nel corteo di sabato Pro Gaza

Il bilancio provvisorio parla di due arresti e dodici denunce, con l’udienza di convalida prevista già oggi per gli antagonisti fermati: le accuse sono lancio di oggetti, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Entrambi non risiedono a Roma, così come gran parte degli altri indagati.

La Digos e i carabinieri del Nucleo informativo stanno passando al setaccio i nomi dei 262 identificati. Si tratta per lo più di persone bloccate dopo il tentato blitz a Santa Maria Maggiore, prima che la guerriglia si estendesse lungo via Merulana fino a viale Manzoni e via Prenestina. L’obiettivo ora è attribuire le singole responsabilità, distinguendo tra manifestanti pacifici e gruppi organizzati di violenti.

Le conseguenze per la città

Al di là dei danni materiali, l’episodio lascia una ferita profonda nel tessuto sociale della capitale. I cittadini si sentono vulnerabili e denunciano la sensazione di essere stati lasciati soli, mentre la vita quotidiana veniva travolta da scene da guerriglia urbana.

L’immagine di Roma, già segnata da difficoltà croniche nella gestione della sicurezza e del decoro urbano, ne esce ulteriormente compromessa. Le associazioni dei commercianti parlano di «un colpo durissimo», chiedendo che non solo i responsabili vengano perseguiti, ma che venga garantito un sostegno immediato alle attività colpite.

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Gli interrogativi sul campo delle manifestazioni

Se da un lato le istituzioni rivendicano di aver contenuto i danni e impedito un attacco più grave, dall’altro resta il quesito su quanto si sarebbe potuto fare in termini di prevenzione. I residenti chiedono risposte concrete: perché non rimuovere i cassonetti lungo il percorso del corteo, perché non prevedere misure più rigide di deflusso?

La rabbia di chi ha subito perdite economiche e psicologiche è il segnale di un clima che rischia di degenerare ulteriormente se non si ricostruirà un rapporto di fiducia tra cittadini, istituzioni e forze dell’ordine.

 
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Cronaca

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