Roma, la laurea di Miriam e il peso del fallimento nascosto: la paura del giudizio diventa dramma

A Roma il dramma di una studentessa di 23 anni riporta al centro il peso psicologico del fallimento, della vergogna e delle aspettative familiari
Di Massimo Benedetti
Miriam Indelicato, dramma
Miriam Indelicato

A Roma c’è una storia che colpisce ben oltre il fatto di cronaca e che lascia addosso una domanda scomoda, difficile da evitare. Doveva essere il giorno della laurea, il momento atteso da una famiglia arrivata nella Capitale con la gioia di chi pensa di raccogliere il frutto di anni di sacrifici, partenze, affitti, rinunce, speranze. Doveva essere una giornata di foto, abbracci, fiori, sorrisi da conservare. Invece si è trasformata in un dramma che obbliga tutti a fermarsi e a guardare dentro una ferita silenziosa del nostro tempo: quella di giovani che, pur di non deludere, finiscono per smarrirsi in una solitudine che nessuno riesce a leggere in tempo.

La morte di Miriam Indelicato, 23 anni, trovata senza vita nel palazzo in cui abitava in via Bolzano, nel quartiere Trieste, ha scosso Roma e ha unito nel dolore la città che la ospitava per gli studi e la Sicilia da cui era partita per costruire il proprio futuro. Il suo nome si lega adesso a una vicenda che non racconta solo la fine tragica di una ragazza, ma anche il peso enorme che il fallimento può assumere quando viene vissuto non come una tappa della crescita, ma come una colpa da nascondere. Proprio nel giorno in cui i suoi genitori stavano arrivando nella Capitale per assistere alla discussione della tesi, il castello costruito negli anni per proteggersi dalla verità non ha più retto.

Roma, in casi come questo, smette di essere soltanto lo sfondo urbano della notizia. Diventa il luogo simbolico di una promessa, di un investimento familiare, di una distanza colmata ogni volta con fiducia e fatica. Per tante famiglie del Lazio e del resto d’Italia, mandare un figlio a studiare nella Capitale significa molto più che garantirgli un percorso universitario: significa affidargli una parte del proprio orgoglio, del proprio riscatto, della propria idea di futuro. È qui che la cronaca si fa riflessione sociale. Perché il successo di un figlio viene ancora troppo spesso percepito come certificazione del valore di un’intera famiglia, mentre l’errore, la battuta d’arresto, il ritardo, diventano qualcosa da nascondere.

Il punto più doloroso, infatti, non è soltanto la bugia. È il motivo per cui quella bugia nasce e cresce. All’inizio può essere un esame saltato, un voto che non arriva, una sessione andata male, una difficoltà che si pensa di recuperare in fretta. Poi subentrano la paura di deludere, il timore di essere giudicati, la vergogna di confessare di essersi fermati. A quel punto non si difende più solo un’immagine pubblica, ma anche il bisogno disperato di continuare a sentirsi degni d’amore agli occhi di chi ha creduto in noi. Così il silenzio si allunga, diventa abitudine, poi prigione.

Il dramma di Miriam riporta allora in primo piano una questione che riguarda non solo l’università, ma il nostro modo di concepire il valore delle persone. Oggi la prestazione invade tutto. Non basta più procedere: bisogna dimostrare, esibire, rassicurare, apparire all’altezza. Il percorso si riduce al risultato. La crescita si misura in traguardi da raccontare. L’incertezza viene letta come debolezza. Fermarsi diventa quasi una colpa. In un simile scenario, chi inciampa rischia di convincersi che la propria identità coincida interamente con quel fallimento.

È qui che la famiglia, la scuola, l’università e la società dovrebbero interrogarsi con sincerità. Un figlio non è il suo libretto universitario. Una studentessa non è la somma degli esami registrati. Nessuna carriera lineare vale più della salute psicologica di una persona. Eppure spesso il linguaggio quotidiano, anche senza volerlo, finisce per stringere il cappio: “quando ti laurei?”, “quanto ti manca?”, “ormai sei arrivata”, “non puoi buttare via tutto”. Frasi comuni, persino affettuose, che però in una mente già in crisi possono diventare macigni.

Il Lazio, con Roma al centro dei grandi flussi universitari, conosce bene il volto brillante e attrattivo della vita studentesca. Ma accanto a quel volto esiste anche una parte sommersa fatta di ansia, isolamento, precarietà emotiva, pressione economica e difficoltà a chiedere aiuto. Il problema non è solo costruire servizi, pure necessari. Il problema è anche culturale. Bisogna insegnare che si può cambiare strada, che si può restare indietro, che si può dire la verità prima che il peso diventi insostenibile. Bisogna rendere dicibile il fallimento, restituendogli il suo significato umano: non una condanna, ma una possibilità di ripartenza.

Questa storia lascia una lezione dura, ma non eludibile. Nessun giovane dovrebbe sentirsi costretto a scegliere tra l’amore dei propri cari e la verità su se stesso. Nessuna figlia, nessun figlio, dovrebbe credere che deludere le aspettative sia peggio che mostrarsi fragile. Per questo il punto non è solo piangere una ragazza di 23 anni. Il punto è capire quante altre vite rischiano di consumarsi dietro sorrisi di facciata, promesse mantenute solo in apparenza, racconti costruiti per non affrontare uno sguardo temuto.

Una società più matura comincia da qui: dal coraggio di dire a chi è in difficoltà che non ha perso tutto, che non vale meno, che una strada interrotta non è una vita finita. Perché il dolore, quando resta senza parole, può trasformarsi in un abisso. Ma quando trova ascolto, presenza, umanità, può ancora diventare un punto da cui ricominciare.

 
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Cronaca

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