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Roma sotto pressione: i cortei sinonimo di libertà ma anche di paralisi cittadina

Il diritto a manifestare è tutelato dalla Costituzione. Ma il nodo resta quello della convivenza con i diritti degli altri cittadini
Di Alessandra Monti
Corteo Pro Gaza 3 Ottobre

Sei ore di immobilità. Dalle prime ore del pomeriggio fino quasi a sera, Roma è rimasta ostaggio di un corteo che ha portato in strada, secondo gli organizzatori, circa 300 mila persone. Tangenziale est congestionata, dal Verano fino alla bretella dell’A24, tempi di percorrenza dilatati fino a un’ora per coprire appena due chilometri, traffico riversato nei quartieri limitrofi: Montesacro, Salario, Parioli, Tiburtino, San Lorenzo. Per i cittadini, l’ennesimo pomeriggio di disagi diventati ormai routine.

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La mobilitazione pro-Gaza, partita da piazza dei Cinquecento e snodatasi tra Porta Pia, Termini e Porta Maggiore, è stata la terza in meno di due settimane. Dopo l’occupazione autorizzata della tangenziale il 22 settembre e il corteo notturno di mercoledì, ieri la città si è trovata ancora una volta a fare i conti con il cortocircuito fra diritto alla protesta e diritto alla vivibilità urbana.

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Simboli e tensioni ma senza episodi di violenze

La manifestazione si è svolta senza incidenti gravi. Non sono mancati, però, momenti di tensione: il lancio di uova contro i blindati a difesa del ministero delle Infrastrutture a Porta Pia, gli slogan contro il ministro Salvini, l’esplosione di un petardo davanti all’ingresso del dicastero. Atac ha aperto un’inchiesta interna su un episodio simbolico: su un bus in via Nomentana, al posto del numero di linea, è comparsa la scritta “Gaza”. Un gesto che ha immediatamente acceso il dibattito politico.

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Dall’alto, elicotteri e droni hanno sorvegliato un corteo che si è disteso per oltre cinque chilometri, attraversando nodi infrastrutturali vitali. Nel frattempo, Termini è rimasta chiusa al pubblico — consentito l’accesso solo a chi aveva un biglietto — e parte della metro C sostituita da navette, con inevitabili ritardi e nervosismi.

La tenuta della Capitale

La domanda che torna con forza è quanto Roma sia in grado di reggere mobilitazioni di questa portata. La Capitale è da sempre palcoscenico naturale delle grandi proteste italiane, ma la frequenza e le dimensioni degli ultimi appuntamenti stanno mettendo a dura prova l’equilibrio della città. Ogni volta che la tangenziale viene chiusa o le arterie principali sono occupate, il tessuto urbano si blocca, con conseguenze che vanno ben oltre le ore della protesta.

I commercianti lamentano cali di incassi, i residenti esasperati raccontano di spostamenti impossibili, mentre i servizi pubblici devono fronteggiare deviazioni e incidenti diplomatici come quello avvenuto ieri con due turisti stranieri quasi venuti alle mani con alcuni manifestanti. Una città che vive già quotidianamente di fragilità — buche, trasporti in affanno, traffico cronico — rischia di collassare sotto il peso di appuntamenti ravvicinati e così partecipati.

Libertà e limiti

Il diritto a manifestare è tutelato dalla Costituzione. Ma il nodo resta quello della convivenza con i diritti degli altri cittadini: chi deve lavorare, chi deve recarsi in ospedale, chi semplicemente vorrebbe non restare bloccato in auto per ore senza alternative. È un equilibrio fragile, che chiede risposte politiche e gestionali più mature di un semplice “deviare il traffico”.

L’appuntamento fissato al termine del corteo — “Domani lo rifacciamo” — suona come un avvertimento. Non solo per il governo, destinatario diretto delle contestazioni, ma per tutta Roma. La Capitale rischia di trasformarsi in una città-palcoscenico permanente, dove il peso delle manifestazioni si scarica sui suoi abitanti.

La domanda rimane inevasa: quanto ancora Roma e i romani potranno sopportare questa pressione continua, senza che la libertà di protesta si trasformi, per la città, in una forma di quotidiana paralisi?

 
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Cronaca

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