Roma spreca 260mila tonnellate di cibo l’anno: 700 milioni buttati mentre 250mila persone non mangiano

A Roma 260mila tonnellate di cibo finiscono ogni anno nei rifiuti, mentre 250mila persone vivono senza pasti garantiti
Di Luigi Sette
Amatriciana
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A Roma ogni giorno finiscono nei rifiuti circa 700 tonnellate di alimenti. In un anno fanno 260mila tonnellate, per un valore stimato di 700 milioni di euro: numeri che raccontano una Capitale capace di buttare cibo mentre 250mila persone vivono in insicurezza alimentare.

Spreco alimentare a Roma, i numeri di un paradosso enorme

“Un Paese povero non spreca così tanto cibo”. La frase colpisce perché rovescia la percezione più comoda della povertà. Non basta dire che mancano risorse. Il caso romano dimostra che una parte rilevante del problema riguarda il modo in cui le risorse vengono prodotte, acquistate, conservate, distribuite e poi scartate. Ogni giorno nella Capitale una quantità enorme di alimenti ancora recuperabili non arriva nei piatti di chi ne avrebbe bisogno, mentre cresce il numero di famiglie, anziani, lavoratori precari e persone sole costrette a ridurre la qualità o la quantità dei pasti.

Il dato più duro riguarda il rapporto diretto con la vita quotidiana. Le 700 tonnellate di cibo sprecate ogni giorno non sono solo un problema ambientale o gestionale. Sono un costo economico, sociale e morale. Valgono centinaia di milioni di euro l’anno e pesano su una città nella quale la povertà alimentare non è più confinata a situazioni estreme. Riguarda anche chi lavora, chi paga un affitto troppo alto, chi vive con una pensione insufficiente, chi deve scegliere dove tagliare ogni mese.

Cibo buttato nelle case, la quota più pesante dello spreco

La parte più consistente dello spreco alimentare nasce nelle abitazioni. È qui che il fenomeno diventa più difficile da governare, perché non dipende solo dalle imprese, dai supermercati, dai ristoranti o dalla grande distribuzione. Dipende dalle abitudini di acquisto, dalla gestione del frigorifero, dalla scarsa programmazione dei pasti, dalla confusione sulle scadenze, dalle porzioni cucinate in eccesso e da una cultura alimentare che spesso considera normale gettare ciò che non viene consumato subito.

Il costo medio stimato dello spreco domestico varia dai 3 ai 6 euro per ogni chilogrammo di cibo. Tradotto nella vita di una famiglia, significa denaro che esce dalla spesa settimanale e finisce nel sacco dell’umido. Pane, frutta, verdura, latticini, piatti pronti e avanzi dimenticati sono le voci più ricorrenti di una perdita che si ripete in silenzio, giorno dopo giorno. Il problema non riguarda solo chi compra troppo. Riguarda anche confezioni non adatte ai nuclei piccoli, offerte che spingono ad accumulare prodotti, mancanza di tempo per cucinare e una scarsa educazione alla conservazione.

Recupero delle eccedenze, perché la Legge Gadda resta centrale

Il confronto promosso il 16 giugno alla Camera di Commercio di Roma da CNA Roma, con Slow Food Roma, ha rimesso al centro un tema arrivato a dieci anni dall’introduzione della Legge Gadda. Quella norma ha rappresentato un passaggio decisivo per favorire la donazione delle eccedenze alimentari e semplificare il recupero del cibo non venduto o non somministrato. Oggi, però, il salto necessario riguarda la capacità di rendere queste pratiche più diffuse, più rapide e più convenienti per chi lavora nella filiera.

Ristorazione, agroalimentare, distribuzione, mercati, mense e imprese artigiane possono avere un ruolo decisivo. Per riuscirci servono procedure snelle, regole chiare, collegamenti stabili con gli enti che si occupano di assistenza e una logistica capace di intervenire prima che il prodotto perda valore. Il cibo recuperato non può essere considerato un favore occasionale. Deve diventare una parte ordinaria dell’economia urbana, una rete capace di ridurre le perdite e dare risposta a bisogni reali.

In Europa 130 miliardi di euro finiscono nel conto dello spreco

Il caso di Roma si inserisce in un quadro molto più ampio. Nei Paesi dell’Unione Europea lo spreco alimentare genera un costo superiore ai 130 miliardi di euro l’anno. Una cifra che rende evidente quanto il fenomeno non sia marginale e quanto incida sulle economie nazionali, sui bilanci delle famiglie e sul funzionamento delle filiere produttive. Ridurre gli scarti significa liberare risorse, alleggerire il peso ambientale, limitare costi inutili e migliorare l’efficienza dei sistemi di produzione e distribuzione.

Nella Capitale, dove convivono grandi flussi turistici, ristorazione diffusa, mercati rionali, mense, supermercati, piccoli negozi e una domanda sociale crescente, il tema assume un significato ancora più concreto. Le eccedenze non recuperate sono pasti mancati. Gli alimenti gettati sono energia, acqua, lavoro, trasporti e denaro già consumati senza produrre beneficio. La lotta allo spreco, quindi, non può essere raccontata come una semplice buona pratica. È una scelta di gestione pubblica e privata, con effetti diretti sulla città.

Roma davanti a una scelta: meno sprechi, più pasti recuperati

La domanda ora riguarda la capacità di trasformare i numeri in azioni. Le imprese chiedono meno burocrazia, le organizzazioni sociali hanno bisogno di canali più solidi, le famiglie devono essere coinvolte con strumenti semplici e comprensibili. Etichette più chiare, educazione alimentare, porzioni calibrate, app per il recupero, accordi locali, incentivi fiscali e reti di prossimità possono contribuire a ridurre la distanza fra cibo disponibile e persone che non riescono ad acquistarlo.

Roma non parte da zero, ma i numeri dicono che il margine di miglioramento è enorme. Una città che spreca 700 tonnellate di alimenti al giorno non può limitarsi a considerare il problema come una questione di sensibilità individuale. Serve un cambio di passo nella filiera e nelle case. Perché il paradosso è tutto qui: il cibo c’è, il bisogno pure. A mancare, troppo spesso, è il collegamento efficace capace di impedire che una risorsa diventi rifiuto.

 
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