Le notizie dei Comuni del Lazio

Roma, storia lunga dei campi rom e l’ultima pagina scritta a Ciampino

L’amministrazione comunale di Ciampino ha disposto la demolizione parziale degli immobili, in precedenza sottratti alla criminalità organizzata
Di Alessandra Monti
Polizia di Stato, Campo Rom
Campo Rom, immagine di repertorio

Un’alba di maggio che per quaranta persone è coincisa con un punto di svolta. A Ciampino, lungo via Appia Nuova al chilometro 17,5, le forze dell’ordine hanno dato esecuzione a uno sgombero atteso da tempo: quello di un campo rom sviluppatosi nel corso degli ultimi anni su un’area di oltre 4.000 metri quadri, con costruzioni improvvisate e nuclei familiari che si erano stabiliti in una sorta di limbo tra invisibilità e sopravvivenza.

Una mattina di ruspe: Ciampino e lo sgombero programmato

Chi era presente racconta un’operazione senza tensioni particolari, frutto anche di una preparazione lunga e attenta, condotta dalla Polizia Locale di Ciampino con il supporto di un’ampia rete interforze. Nessuna resistenza da parte degli occupanti. Nessuno scontro. Solo un’atmosfera densa, fatta di valigie veloci, sguardi bassi e qualche silenzio di troppo. I responsabili delle famiglie, alcuni dei quali coinvolti in un giro d’affitti illeciti all’interno degli stessi edifici occupati, sono stati denunciati per occupazione abusiva.

LA TUA PUBBLICITÀ QUI

Nel frattempo, l’amministrazione comunale – guidata dalla sindaca Emanuela Colella – ha disposto la demolizione parziale degli immobili, in precedenza sottratti alla criminalità organizzata e destinati al patrimonio comunale. Una mossa che cerca di evitare nuove occupazioni prima che l’area venga definitivamente riqualificata o restituita a usi collettivi.

I campi rom a Roma: una questione che viene da lontano

Per chi conosce il tessuto urbano della Capitale, quello di Ciampino non è un episodio isolato. È solo l’ultima tappa di un percorso lungo e irrisolto che, a partire dagli anni ’90, ha visto la presenza rom diventare elemento stabile e fragile del paesaggio sociale romano.
Con la giunta Rutelli, tra il 1993 e il 2001, prese forma la prima struttura ufficiale di “campi attrezzati”, con container forniti dal Comune, servizi essenziali e vigilanza. L’idea era quella di superare l’informalità dei campi spontanei e garantire un minimo di dignità abitativa. Ma ben presto questi spazi, nati per essere temporanei, si sono trasformati in insediamenti permanenti, spesso ghettizzanti, collocati ai margini delle grandi arterie cittadine e dei circuiti di cittadinanza attiva.

LA TUA PUBBLICITÀ QUI

Da allora, ogni amministrazione ha provato – con esiti alterni – a riformare il sistema: censimenti, patti di legalità, microprogetti di integrazione abitativa, piani di chiusura progressiva. Ma intanto la realtà sul terreno seguiva una logica diversa: quella della precarietà permanente. I campi aumentavano, si spostavano, si riducevano o si ampliavano in base a dinamiche economiche sotterranee, reti familiari, disponibilità di spazi abbandonati e, non di rado, connivenze con la criminalità organizzata.

LA TUA PUBBLICITÀ QUI

Dalla periferia al centro

Quel che colpisce, oggi come trent’anni fa, è che le vicende dei campi rom vengono regolarmente trattate come emergenze, anche quando si protraggono per decenni. Si parla di “sgomberi programmati”, ma raramente di alternative concrete. Nella stragrande maggioranza dei casi, le famiglie vengono allontanate senza soluzioni abitative. Viene chiesto loro di “provvedere autonomamente”, come è accaduto anche a Ciampino. E così il ciclo si ripete: da una baraccopoli a un’altra, da un’occupazione a un’altra, da un invisibile a un invisibile diverso.

Nelle maglie di questo sistema stanno i bambini che frequentano scuole in modo discontinuo, le donne che vivono ai margini del lavoro regolare, gli uomini che alternano impieghi saltuari a traffici informali. Con qualche eccezione: ci sono famiglie che tentano l’inserimento reale, e spesso ci riescono, se sostenute. Ma servono progetti continui, percorsi lunghi, non solo interventi di polizia.

Il valore e il limite delle operazioni come quella di Ciampino

Tornando a Ciampino, è difficile dare una lettura univoca. L’operazione è stata ordinata, pianificata, gestita con attenzione. È servita a interrompere un circuito irregolare di occupazioni e affitti illeciti, all’interno di beni confiscati alla criminalità. Ha riportato legalità su un’area pubblica che rischiava di diventare zona grigia, fuori controllo. Eppure resta la sensazione che si stia agendo ancora una volta a valle di un problema mai risolto a monte.

Le persone allontanate – giovani, adulti, intere famiglie – si ritrovano ora a dover ricominciare altrove. Senza supporti specifici, senza reti pubbliche strutturate, e con l’unico orizzonte concreto rappresentato da qualche altro capannone dismesso o angolo di città dimenticato. La questione rom nella Capitale e nel suo hinterland continua a muoversi sul filo tra ordine pubblico e disagio sociale, tra necessità amministrative e assenza di un progetto politico complessivo.

Le ruspe lasciano terreno libero, ma quel terreno – se non seminato diversamente – resta destinato a diventare un altro luogo temporaneo di esclusione. E il ciclo, ancora una volta, rischia di ricominciare.

 
CATEGORIA

Cronaca

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista