Umberto I, trasfusione a testimone di Geova: il chirurgo rischia una querela per violenza privata

A Roma un chirurgo dell’Umberto I ha autorizzazione Procura ma effettua trasfusione contro rifiuto scritto. Ora può scattare l’inchiesta
Di Lina Gelsi
Ingresso ospedale Policlinico Umberto I a Roma

A Roma un caso clinico diventa caso pubblico: una paziente testimone di Geova, operata al Policlinico Umberto I e oggi in buone condizioni, avrebbe ricevuto una trasfusione nonostante un rifiuto scritto che escludeva quell’atto anche in pericolo di vita. Il medico, prima di procedere, avrebbe contattato la Procura ottenendo un via libera; nonostante questo, se la donna presentasse querela, potrebbe aprirsi un fascicolo per violenza privata. La vicenda risale al 18 dicembre e riaccende il tema, delicatissimo, del confine fra autodeterminazione del paziente e dovere di tutela della vita.

Umberto I, trasfusione a testimone di Geova: i fatti e la telefonata in Procura

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la paziente era stata sottoposta a un bypass gastrico. In seguito, a causa di una complicazione, sarebbe stato necessario un secondo intervento a distanza di poche ore, con rischio elevato di emorragia e necessità prevedibile di plasma. Il punto giuridico nasce dal “no” formalizzato: la donna avrebbe espresso per iscritto il rifiuto alle trasfusioni anche in condizioni estreme, in coerenza con la propria fede. Davanti a un bivio clinico, il chirurgo si sarebbe rivolto al pm di turno esterno a piazzale Clodio, illustrando urgenza e quadro sanitario; dopo quel confronto, avrebbe proceduto con l’operazione e con la trasfusione, ottenendo un esito positivo.

Umberto I, trasfusione a testimone di Geova: il nodo costituzionale e il consenso informato

Qui si innesta la domanda che interessa istituzioni e sanità pubblica: cosa prevale quando il rifiuto è chiaro, ma il rischio di morte è imminente? L’ordinamento tutela la salute e riconosce il valore della vita, ma riconosce anche la libertà personale e il diritto di scegliere le cure, fino al rifiuto. La cornice del consenso informato, soprattutto dopo l’evoluzione normativa e giurisprudenziale degli ultimi anni, impone che la volontà del paziente sia elemento centrale del percorso clinico. Proprio in materia di emotrasfusioni a testimoni di Geova, diverse pronunce hanno affrontato la responsabilità del sanitario che intervenga senza consenso, distinguendo casi, contesto, attualità del dissenso e condizioni concrete.

Umberto I, trasfusione a testimone di Geova: perché può nascere l’ipotesi di violenza privata

L’eventuale contestazione di violenza privata, ipotesi citata nelle ricostruzioni, si lega all’idea che il trattamento imposto contro la volontà possa integrare una costrizione. In altri casi analoghi, i giudici hanno discusso proprio questo: se il “fine” di salvare una vita basti a neutralizzare l’assenza di consenso, oppure se il diritto a rifiutare resti intangibile, anche quando appare incomprensibile a molti. La presenza di un passaggio con la Procura è un elemento peculiare: rafforza l’idea che il sanitario abbia agito cercando una copertura istituzionale, ma non garantisce automaticamente l’esclusione di ogni profilo di responsabilità se la querela dovesse arrivare e se l’autorità giudiziaria ritenesse il dissenso valido, attuale e inequivoco.

Umberto I, trasfusione a testimone di Geova: le ricadute sociali e politiche

Il caso parla anche al sistema sanitario del Lazio: protocolli, comitati etici, formazione sul consenso informato e sulla gestione dei pazienti con rifiuti “sensibili” diventano leve di prevenzione del contenzioso. Sul piano politico, la domanda che riaffiora è se servano linee guida ancora più operative per le urgenze, capaci di tutelare pazienti, medici, strutture: non per “standardizzare” la coscienza, ma per evitare che decisioni prese in pochi minuti, in sala operatoria, finiscano anni dopo in un’aula di tribunale. In parallelo, la comunicazione pubblica richiede equilibrio: nessuna lettura semplicistica “eroe vs ingrata”, perché l’autodeterminazione è un principio che riguarda tutti, non solo una confessione religiosa.

Umberto I, trasfusione a testimone di Geova: cosa può accadere adesso

Lo scenario dipende da un atto molto concreto: la querela della donna. Se arrivasse, l’inchiesta non sarebbe “automatica” nei suoi esiti, ma sarebbe plausibile l’apertura di accertamenti, ascolti, acquisizione di documenti clinici, valutazione del rifiuto scritto e della sua attualità, oltre alla ricostruzione della telefonata con il magistrato. Nel frattempo resta un dato: la paziente è in buone condizioni, e questo rende la storia ancora più divisiva nell’opinione pubblica. Ma il punto, per il diritto, non è solo l’esito clinico: è la legittimità del percorso che porta a quell’esito.

 
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