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Professione in crisi

Ordine Forense di Roma: “Avvocati sotto la soglia di povertà”

Le avvocate guadagnano in media il 50% in meno rispetto ai colleghi uomini.
a cura di Fabio Vergovich
Avvocato
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L’avvocatura tra crisi di sistema e realtà quotidiana

Ci sono numeri che, più di ogni analisi, descrivono con chiarezza il mutamento profondo di una professione. Quasi 13.000 avvocati in Italia dichiarano reddito zero. Altri 44.000 si attestano sotto i 10.000 euro lordi annui. Sommando i 45.000 che oscillano tra i 10.000 ei 21.000 euro, significa che più della metà degli avvocati italiani vive con meno di 2.000 euro al mese. Per molti, la toga oggi non è più simbolo di prestigio, ma di una fatica silenziosa, spesso invisibile. È un quadro che parla da sé, tratteggiato dal Rapporto Censis sull’Avvocatura, commissionato da Cassa Forense.

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Ma dietro le cifre, ci sono storie personali, percorsi di studio lunghi e costosi, aspettative disattese e, soprattutto, un senso crescente di disillusione. Il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Paolo Nesta, non nasconde la preoccupazione. “È arrivato il momento di un intervento delle istituzioni”, afferma, con la lucidità di chi conosce bene il terreno su cui cammina.

Burocrazia e concorrenza selvaggia: i fattori del declino

Le cause della crisi sono molteplici, e tutte radicate in un contesto che negli anni è diventato sempre più ostile alla libera professione. Il carico burocratico è aumentato esponenzialmente, così come gli adempimenti fiscali e amministrativi, spesso percepiti più come un ostacolo che come una garanzia di trasparenza. A questo si aggiunge una concorrenza dilagante, alimentata da un’offerta poco regolamentata di servizi legali, talvolta promossi sul web a prezzi simbolici, che erode il valore della consulenza professionale.

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Poi c’è la questione dei ritardi nei pagamenti, spesso sistemici, e quella ancora più ampia dell’accesso alla giustizia: un costo che incoraggia i cittadini e riduce ulteriormente la domanda di servizi legali, alimentando un circolo vizioso difficile da spezzare.

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La fuga dalla professione e il nodo della sostenibilità

Che l’avvocatura non sia più un punto di arrivo, lo dimostra anche il costante calo degli iscritti. Da quattro anni la tendenza è negativa. Non si tratta solo di un ricambio fisiologico generazionale, ma di un segnale d’allarme su cui riflettere. I giovani, in particolare, sono scoraggiati dalle prospettive economiche e professionali, e si orientano verso carriere meno precarie e più strutturate, anche a costo di abbandonare un sogno coltivato per anni. Senza un’azione strutturale, la sostenibilità della professione rischia di non reggere. Le politiche attive del lavoro forense non possono più limitarsi a strumenti di assistenza o sussidio: serve un intervento sistemico, che affronti il ​​nodo della regolamentazione del mercato legale, della formazione continua e della semplificazione procedurale.

La disparità di genere che ancora resiste tra le toghe

Accanto al tema del reddito, emerge con forza quello delle disuguaglianze. Le avvocate guadagnano in media il 50% in meno rispetto ai colleghi uomini. Non è solo una questione di numeri: è la fotografia di un gap strutturale, che affonda le radici in un tessuto culturale ancora parzialmente impermeabile al principio di equità. Secondo Nesta, è vero che certi pregiudizi sono stati superati, almeno in ambito pubblico, ma nelle dinamiche concrete – come l’assegnazione degli incarichi da parte della magistratura – quelle stesse discriminazioni sopravvivono, più sottili ma non meno incisive.

Sarebbe auspicabile, affermare, che i capi degli uffici giudiziari imponessero una maggiore attenzione alla parità di genere, anche con strumenti operativi e direttive esplicite. La crisi dell’avvocatura, insomma, non è solo economica. È anche culturale, normativa, strutturale. Riguarda la tenuta di un pilastro fondamentale della giustizia, ma anche la credibilità di un’intera architettura democratica. Perché un Paese che non sa garantire dignità economica e professionale ai propri avvocati rischia di indebolire, giorno dopo giorno, il proprio stesso sistema di garanzie.

 
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Cronaca

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