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Restare o cambiare Regione?

Valle del Turano, tra abbandono istituzionale e l’ipotesi di spostarsi nella provincia dell’Aquila

Non è una suggestione isolata, e non è una provocazione. In un'Italia che ha già visto piccoli territori cambiare Regione, il passaggio non è impossibile
Di Lina Gelsi
Il lago più bello del Lazio
Lago del Turano

Un territorio antico e fragile, schiacciato tra marginalità geografica e smarrimento politico

Nel cuore dell’Italia centrale, tra le pieghe silenziose dell’Appennino laziale, si apre la Valle del Turano. Un’area che in pochi conoscono a fondo, ma che rappresenta un paradigma delle fragilità delle aree interne italiane. Qui la Storia ha lasciato tracce profonde, ma il tempo presente sembra aver alzato il sipario su una lunga, lenta dissolvenza. La Strada Turanense, che da Rieti si snoda verso Carsoli costeggiando il lago e l’omonimo fiume, segna una linea sottile tra ciò che è rimasto e ciò che rischia di scomparire.

È la spina dorsale logistica di un’area vasta 210 km² – grande quanto Terni – abitata da appena 4.000 persone sparse in undici piccoli Comuni. Eppure, questo territorio non è mai stato né irrilevante né inerte. Un tempo crocevia di economia contadine, poi teatro di una faticosa riconversione al turismo, la Valle ha sempre cercato una sua funzione. Ma oggi la sensazione dominante è quella di essere diventati periferia della periferia.

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Dal secondo dopoguerra alla crisi lenta: cosa è successo davvero

Fino alla metà del Novecento, l’economia locale si reggeva sull’essenziale: agricoltura e allevamento, gestiti in forma familiare e legati a un equilibrio rurale che garantiva il minimo vitale. Con la costruzione della diga e la nascita del lago del Turano, si aprì una breve stagione di lavoro operaio e poi, negli anni ’50, cominciarono a comparire i primi ristoranti, rivolti soprattutto ai romani in cerca di aria pulita e buon cibo.

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Un turismo genuino e spontaneo, che non ha mai raggiunto la dimensione di un settore strutturato ma che, ancora oggi, rappresenta l’unica vera forma di economia propria, per quanto stagionale. Il resto si è costruito attorno a un’idea di pendolarismo forzato: Rieti e Carsoli, con i loro poli industriali, sono diventati negli anni ’70 e ’80 le principali fonti di occupazione per chi restava. Poi anche quelle certezze hanno cominciato a scricchiolare. Le fabbriche chiudevano, i servizi arretravano, ei giovani – quelli che ancora restavano – cercavano altrove occasioni che la Valle non sapeva più offrire.

Il peso delle scelte mancate

A fotografare l’oggi, non servono molte cifre: bastano i silenzi. Le scuole che chiudono o accorpano, le linee autobus che si diradano, la rete internet che fatica a raggiungere le frazioni, le attività culturali relegano a iniziative episodiche. La discesa demografica è costante e silenziosa, un logoramento quasi invisibile, ma inesorabile. Il cuore del problema, però, non è solo numerico: è politico. La sensazione – non nuova, ma ora più acuta – è che la Valle del Turano sia finita fuori dai radar della pianificazione pubblica.

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La Provincia, che pure nacque nel 1927 proprio per governare questi territori di frontiera, ha progressivamente perso centralità e risorse. La Regione Lazio, dal canto suo, ha mantenuto un atteggiamento conservatore, senza investimenti infrastrutturali rilevanti né un’idea strategica per le aree interne. Lo Stato, infine, ha optato per la semplificazione burocratica: la soppressione della Comunità Montana del Turano – che fungeva da collante amministrativo e politico per gli 11 Comuni – ha rappresentato per molti l’ultimo colpo alla possibilità di fare sistema.

Un’identità in discussione: restare o cambiare Regione?

Nel vuoto lasciato dalle istituzioni, cominciano a emergere scenari alternativi. Non si tratta di nostalgia o di romanticismi. L’ipotesi di uno spostamento amministrativo verso l’Abruzzo – avanzata da più parti nei Comuni del centro e sud della Valle – si fonda su ragioni concrete: prossimità geografica, affinità culturale, collegamenti più agili con Carsoli e Avezzano rispetto a Rieti o Roma. Ma soprattutto, un approccio diverso da parte della Regione Abruzzo nel trattamento delle aree interne, come dimostrato da esperienze già avviate altrove.

Non è una suggestione isolata, e non è una provocazione. In un’Italia che ha già visto piccoli territori cambiare Regione (il caso del Montefeltro dalle Marche all’Emilia-Romagna ne è un esempio), il passaggio non è impossibile, se supportato da volontà politica e partecipazione cittadina. La proposta non è né semplice né priva di ostacoli, ma rappresenta, per alcuni, l’unica via per riaprire un futuro che oggi appare bloccato.

Una comunità sospesa tra nostalgia e scommessa

I giovani che ancora investono nel territorio – piccoli agricoltori, gestori di B&B, artigiani locali – non lo fanno per convenienza, ma per attaccamento. È una scelta identitaria prima che economica. Ma è anche una resistenza che rischia di essere romantica, se non sostenuta da politiche pubbliche capaci di incidere. Avere un senso del luogo non basta se tutto intorno implode.

La Valle del Turano oggi non chiede miracoli, ma un’attenzione proporzionata al rischio reale: quello di scomparire come soggetto sociale prima ancora che geografico. Se una nuova fase deve iniziare, non può che essere frutto di un dialogo diffuso, tra istituzioni locali, cittadini e corpi intermedi. Non per tornare a ciò che era, ma per definire ciò che può ancora essere.

Da una nota dell’Associazione ValTurano Terra Nostra

 
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Cronaca

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