Il vino e la poesia hanno spesso convissuto, da Quinto Orazio Flacco, il poeta del vino, a Charles Baudelaire, e non fa eccezione il poeta coevo e vignaiolo toscano Leonardo Manetti che, nella sua ultima silloge, Le ore eterne dell’Attesa, (WE-Italia Edizioni, 2025), mette a frutto il suo vissuto in versi. Una poesia limpida, immediata, che cattura il lettore sin dalla prima lettura.
L’opera, suddivisa in tre sezioni che corrispondono agli stati d’animo dell’autore: Una vita che non è vita; I giorni dell’amore; Le ore eterne dell’attesa, scandaglia, dapprima, la solitudine, poi la consapevolezza che forse non si può vivere soli, e, infine, il compimento della certezza dell’amore. La terra in cui scrive il poeta, amatissima, la Toscana, in particolare il Chianti, in cui coltiva e produce l’omonimo vino che porta il suo nome, ispira distese e serenità, ma anche un isolamento talvolta mellifluo.
Non è un debutto poetico questo di Manetti, ma una conferma di quanto la passione, la dedizione e la cura, come nel buon vino, possano produrre versi profondi e pieni di calore. Mescolando sapiente tradizione a modernità della parola, Le ore eterne dell’Attesa, è una raccolta compiuta e da leggere e centellinare assieme al suo Chianti.

