Amalfi sta perdendo il suo fascino: overtourism, caos e scelte sbagliate stanno cambiando la perla della Costiera

Amalfi soffre l’overtourism: folla, traffico, parcheggi, crociere e la chiusura dei lidi storici stanno cambiando la perla della Costiera
Di Francesco Vergovich
Amalfi, la spiaggia di Marina Grande
Amalfi, la spiaggia di Marina Grande

Amalfi resta uno dei luoghi più belli d’Italia, ma proprio per questo diventa sempre più difficile accettare ciò che sta accadendo. La città che per decenni ha rappresentato una delle espressioni più raffinate della Costiera Amalfitana sta progressivamente perdendo una parte del proprio fascino, schiacciata da un modello turistico che moltiplica le presenze senza riuscire a trasformarle in qualità, permanenza e valore per il territorio. Nell’estate 2026 questa sensazione appare ancora più evidente: sovraffollamento, difficoltà quasi proibitive per chi arriva in automobile, costi elevati, pressione continua sugli spazi pubblici e la spiaggia Marina Grande profondamente diversa dopo la chiusura di alcuni dei locali che ne avevano costruito l’identità.

Lo scrivo anche da frequentatore innamorato di Amalfi. Proprio per questo il giudizio è più severo. Negli ultimi tre anni sono tornato una sola volta, ad aprile, scegliendo poi di rinunciare durante la stagione estiva. Non perché Amalfi abbia smesso di essere bella. È diventato molto più complicato riuscire a viverla.

Amalfi e l’overtourism: quando troppi visitatori impoveriscono l’esperienza

Il paradosso è evidente. Amalfi vive di turismo, ma oggi deve difendersi dagli effetti di un turismo eccessivamente concentrato nello spazio e nelle ore della giornata.

È la stessa amministrazione comunale ad aver riconosciuto da tempo il problema. Il Comune ha parlato apertamente di overtourism e sovraffollamento, elaborando misure per la gestione dei flussi, il controllo degli accessi, la mobilità e la distribuzione dei visitatori. Nel 2026 la cosiddetta Carta di Amalfi ha portato perfino alla costituzione di un tavolo interistituzionale con i ministeri del Turismo e dell’Interno proprio per affrontare i problemi delle località ad altissima pressione turistica.

Il problema, dunque, non è negare il turismo. Sarebbe assurdo. Il punto è stabilire quale turismo voglia Amalfi.

Esiste una differenza sostanziale fra il visitatore che sceglie la città, vi soggiorna, cena nei suoi ristoranti, entra nei negozi, visita il Duomo, scopre il Museo della Carta, trascorre una giornata in spiaggia e magari ritorna, e il visitatore che dispone soltanto di poche ore prima di ripartire.

È il tema del turismo escursionistico, nel quale rientra anche una parte dei flussi provenienti dalle crociere, dai collegamenti marittimi e dai grandi circuiti organizzati. Non significa che ogni crocierista abbia lo stesso comportamento o che questi visitatori non producano economia. Significa però che migliaia di persone concentrate nello stesso momento in una città piccola producono inevitabilmente una pressione enorme rispetto al tempo effettivamente trascorso sul territorio.

Amalfi stessa ha riconosciuto quanto sia delicato il fenomeno degli arrivi via mare: già nel proprio piano per un turismo più sostenibile indicava nel terminal del molo Cassone un punto nel quale transitano quasi un milione di passeggeri all’anno.

Sono numeri giganteschi per un centro delle dimensioni di Amalfi: Piazza Duomo, il lungomare, i vicoli, gli accessi alla spiaggia diventano in alcune ore luoghi di attraversamento continuo. Lo spazio nel quale un tempo ci si fermava a guardare diventa spazio nel quale bisogna riuscire a passare.

Navi, traghetti, pullman e migliaia di persone concentrate nelle stesse ore

Il vero tema dell’overtourism non è semplicemente il numero assoluto dei visitatori. È la loro concentrazione. Una città può accogliere molte persone distribuite nell’arco della giornata e vivere bene. Diventa molto più difficile quando migliaia di visitatori arrivano nelle medesime fasce orarie, seguono percorsi analoghi e si concentrano in pochi punti.

Ad Amalfi il problema è amplificato dalla conformazione stessa del territorio. Mare davanti, montagna immediatamente alle spalle, una strada costiera stretta e un centro urbano che non può espandersi. Ogni persona in più pesa quindi molto più che in una grande città.

Le navi da crociera aggiungono inoltre un elemento visivo che non è secondario in una località costruita sul rapporto quasi perfetto fra costa e mare. La presenza di grandi imbarcazioni modifica inevitabilmente il panorama e la percezione della baia, mentre i gruppi sbarcati si sommano ai passeggeri dei traghetti, agli escursionisti, ai pullman, ai taxi e alle auto. La domanda che Amalfi dovrebbe porsi non è più quante persone sia capace di attirare, perché su questo ha già vinto da decenni.

La domanda è quante persone possa accogliere contemporaneamente senza smettere di essere Amalfi.

Arrivare in automobile è diventata una prova di resistenza

Poi esiste il problema della mobilità, forse quello che scoraggia maggiormente chi vorrebbe trascorrere ad Amalfi un’intera giornata senza trasformare la visita in una corsa contro il tempo.

La Statale 163 resta una delle strade panoramiche più spettacolari d’Italia, ma nei periodi di maggiore afflusso è sottoposta a una pressione enorme. Anche nel 2026 sono state confermate le targhe alterne e il Comune ha riattivato “Viabilità Amica”, con postazioni dedicate alla regolazione del traffico, poi una volta arrivati, comincia il secondo e insormontabile problema: parcheggiare.

Il Luna Rossa dispone di 170 posti auto. Nel periodo compreso fra aprile e novembre 2026 la tariffa ordinaria per i non residenti arriva a 5 euro l’ora durante il giorno, con un incremento di ulteriori 2 euro l’ora nelle prime due ore. Nei parcheggi centrali come Darsena e Flavio Gioia la tariffa arriva a 6 euro l’ora, anche qui con la maggiorazione prevista nelle prime ore.

E il prezzo è soltanto una parte del problema. Il vero ostacolo è trovare materialmente il posto. Quando una persona deve programmare un viaggio pensando innanzitutto alla possibilità di riuscire a lasciare l’automobile, qualcosa nel rapporto fra destinazione e visitatore si è inceppato.

Per chi ama Amalfi e magari proviene da Roma o dal Lazio, l’alternativa diventa inevitabile: scegliere un altro luogo nel quale sia possibile arrivare, fermarsi, pranzare, andare al mare e ripartire senza dedicare metà della giornata alla logistica. Così ho fatto io, me ne vado a Ravello, passando per il Valico di Chiunzi.

Ed è così che una destinazione straordinariamente attrattiva rischia, paradossalmente, di allontanare proprio quel turismo che avrebbe maggiore interesse a trattenere.

Marina Grande, molto più di un ristorante: il palcoscenico della dolce vita amalfitana che Amalfi ha perduto

A tutto questo nel 2026 si è aggiunta una vicenda ancora più delicata: quella degli stabilimenti della Spiaggia Grande.

Il 16 aprile la Guardia Costiera ha posto sotto sequestro quattro strutture: Marina Grande, Stella Maris, Silver Moon e Mar di Cobalto. La vicenda nasce da un contenzioso molto lungo sulle concessioni demaniali, dagli ordini di sgombero e da contestazioni relative a opere e ampliamenti ritenuti non conformi o non autorizzati.

La legalità non è negoziabile e le sentenze vanno rispettate. Questo punto deve essere chiarissimo.

Ma proprio perché la vicenda durava da anni, diventa legittima un’altra domanda: era davvero inevitabile arrivare all’estate 2026 lasciando uno dei luoghi simbolo della città privato di attività che per decenni avevano contribuito alla sua immagine?

È soprattutto osservando ciò che è accaduto al ristorante e stabilimento balneare Marina Grande, che è il ristorante e stabilimento che ho frequentato per anni, che si comprende perché la discussione sul futuro di Amalfi non possa essere ridotta a una questione di concessioni demaniali, ombrelloni o metri quadrati occupati sulla spiaggia. Marina Grande era una delle attività che avevano contribuito a costruire l’immagine contemporanea di Amalfi, un luogo riconoscibile nel quale il mare, la cucina, l’accoglienza, il servizio e una particolare forma di mondanità costiera riuscivano a convivere senza che uno degli elementi prevalesse sugli altri.

La sua storia comincia addirittura nel 1918, quando nasce come stabilimento balneare nella zona del porto. Successivamente l’attività si trasferisce sulla Spiaggia Grande e, alla fine degli anni Cinquanta, alla balneazione si affianca stabilmente la ristorazione. È una coincidenza temporale tutt’altro che irrilevante, perché proprio in quegli anni la Costiera Amalfitana entra definitivamente nell’immaginario internazionale.

Sono gli anni in cui Amalfi, Ravello e Positano diventano mete di artisti, attori, scrittori, grandi protagonisti della società americana ed europea, dando vita a quella stagione mondana che ancora oggi costituisce una parte fondamentale del fascino della Costiera. La storia di Marina Grande attraversa dunque più di un secolo di Amalfi e accompagna direttamente la trasformazione della città da località marinara a destinazione conosciuta in tutto il mondo.

Con Arturo Esposito e la moglie Melina e successivamente con i figli Gianpaolo, Enzo e Nicola, la gestione ha mantenuto una forte identità familiare. La famiglia partecipava direttamente all’accoglienza e all’organizzazione del servizio, costruendo negli anni rapporti personali con una clientela che spesso tornava stagione dopo stagione. Il ristorante proprio nella gentilezza, nella cordialità e nella capacità di accompagnare l’ospite durante l’intera esperienza fondava alcuni degli elementi sui quali è stata costruita la filosofia del locale.

Ed è probabilmente proprio questo uno degli aspetti che oggi manca maggiormente in molte destinazioni sottoposte all’overtourism: il rapporto personale.

Marina Grande era riuscito a diventare un luogo frequentato da un pubblico internazionale senza assumere le caratteristiche impersonali del locale turistico costruito per servire rapidamente il maggior numero possibile di clienti. Chi vi arrivava poteva trascorrere praticamente l’intera giornata nello stesso ambiente: spiaggia al mattino, pranzo sul mare, qualche altra ora sotto l’ombrellone, aperitivo e, volendo, una cena indimenticabile con sfondo mare e luna. Il ristorante disponeva anche di un lounge bar con cocktail, vini e champagne, trasformando progressivamente lo stabilimento in un luogo nel quale il tempo trascorso ad Amalfi si dilatava invece di ridursi.

Era l’opposto del turismo mordi e fuggi che oggi sta modificando la città

Il servizio di stabilimento balneare rappresentava una componente importante di questa esperienza. Marina Grande proponeva una spiaggia organizzata direttamente nel centro di Amalfi, a pochi minuti da Piazza Duomo, con lettini e ombrelloni, bar, servizio di ristorazione e personale dedicato. L’obiettivo era consentire al cliente di trascorrere diverse ore davanti al mare disponendo nello stesso luogo dei servizi necessari, dalla consumazione veloce al pranzo completo. La stessa presentazione dello stabilimento insisteva sulla qualità degli arredi, sul comfort, sull’accoglienza e sulla presenza di un bar attrezzato con snack caldi collegato direttamente al ristorante.

Questa organizzazione aveva una conseguenza economica che non dovrebbe essere sottovalutata: tratteneva il turista ad Amalfi.

Una coppia o una famiglia che arrivava al mattino per trascorrere la giornata a Marina Grande comprava un servizio balneare, consumava al bar, pranzava, poteva ordinare un vino o un cocktail e continuava a vivere Amalfi per molte ore. Era quindi un modello turistico molto diverso da quello di chi sbarca, fotografa il Duomo, percorre rapidamente alcune strade del centro e dopo due o tre ore riparte.

Anche la ristorazione aveva progressivamente elevato la propria ambizione. Il punto di partenza rimaneva la cucina marinara amalfitana, con grande attenzione al pesce fresco e ai prodotti del territorio, ma negli anni la proposta si era evoluta verso una cucina mediterranea contemporanea, costruita sull’equilibrio fra ricette della tradizione e presentazioni più moderne. La filosofia dichiarata era quella di privilegiare ingredienti freschi, stagionali e, quando possibile, provenienti da produttori locali, evitando che l’innovazione cancellasse il riconoscimento immediato dei sapori della Costiera.

Non è soltanto una valutazione affettiva di chi, come me, lo ha frequentato e considerato per anni uno dei migliori ristoranti della Costiera per equilibrio fra qualità, ambiente e servizio. Marina Grande è entrato nella selezione della Guida Michelin, che ne ha sottolineato la posizione direttamente sulla spiaggia, la vista sul mare e una cucina capace di ripercorrere con efficacia la tradizione, segnalando anche alcuni piatti della proposta gastronomica.

Le valutazioni raccolte negli anni raccontano inoltre una clientela internazionale molto ampia. Tripadvisor gli attribuisce un punteggio di 4,5 su 5 su quasi duemila recensioni e lo colloca fra le attività insignite del riconoscimento Travellers’ Choice. E le recensioni fanno spesso riferimento alla professionalità del servizio, alla posizione, alla qualità della cucina di mare e all’accoglienza personale di Gianpaolo Esposito e dello staff.

Marina Grande aveva poi un’altra caratteristica difficilmente misurabile con classifiche e recensioni, era diventato uno dei salotti di Amalfi.

Negli anni vi sono passati esponenti del cinema, della televisione, dello spettacolo, del giornalismo, della cultura, dell’imprenditoria e della politica, accanto a una clientela internazionale che tornava abitualmente in Costiera. Non serviva organizzare una serata mondana perché Marina Grande diventasse mondano. Bastava una giornata d’estate. Ai tavoli potevano incontrarsi frequentatori storici di Amalfi, personaggi conosciuti, turisti americani ed europei, famiglie italiane e persone che avevano instaurato nel tempo un rapporto di amicizia con Gianpaolo Esposito e con la famiglia.

È questo che aveva fatto di Marina Grande un palcoscenico della dolce vita amalfitana. Era il risultato di decenni di relazioni, del rapporto diretto della famiglia Esposito con gli ospiti e di quella particolare capacità di rendere naturale la presenza, nello stesso ristorante, del turista comune e del volto conosciuto.

Il patron Gianpaolo Esposito ne era probabilmente il principale interprete. Persona abituata a viaggiare e particolarmente legata agli Stati Uniti, aveva portato ad Amalfi una concezione della ristorazione più internazionale pur mantenendo l’identità familiare dell’attività. Per questo l’assenza di Marina Grande pesa molto più della chiusura di qualche fila di ombrelloni.

Quando una città turistica perde un’attività di questo tipo perde un pezzo della propria memoria recente, una rete di rapporti, professionalità sedimentate negli anni e soprattutto uno dei motivi per cui alcuni visitatori sceglievano di restare ad Amalfi invece di limitarsi ad attraversarla. Come è accaduto a me.

Ed è questo, a mio giudizio, l’errore più grave commesso nella gestione della vicenda.

Nessuno può chiedere che una concessione venga mantenuta contro la legge o che eventuali opere irregolari vengano semplicemente ignorate. Le regole vanno rispettate e le responsabilità devono seguire il loro percorso amministrativo e giudiziario. Ma una politica consapevole del valore turistico di Amalfi avrebbe dovuto lavorare molto prima affinché la soluzione del problema giuridico non coincidesse con la cancellazione dell’attività e dell’esperienza che quell’attività garantiva.

Si poteva e si doveva distinguere il destino delle eventuali irregolarità dal valore economico, occupazionale e turistico di ciò che Marina Grande rappresentava.

C’è poi una contraddizione ancora più grande.

Amalfi sta cercando di combattere l’overtourism e dovrebbe quindi avere come primo obiettivo l’aumento della qualità del tempo trascorso dal visitatore nella città. Marina Grande faceva esattamente questo: prendeva una persona arrivata ad Amalfi e la convinceva a fermarsi.

È difficile immaginare qualcosa di più coerente con il turismo di qualità che oggi tutti dichiarano di voler promuovere. Per questo Marina Grande diventa anche il simbolo di una domanda alla quale Amalfi deve rispondere rapidamente: che cosa vuole conservare della città che l’ha resa famosa?

Perché il rischio è perdere progressivamente quei luoghi nei quali la fama internazionale di Amalfi veniva trasformata in ospitalità, cucina, relazioni e stile.

A questa vicenda si accompagna però una responsabilità politica che non può essere ignorata. L’amministrazione comunale di Amalfi e, più in generale, le istituzioni competenti avrebbero dovuto fare tutto ciò che era possibile, nel rispetto della legge, per evitare che la Spiaggia Grande perdesse una parte così importante della propria qualità, del proprio fascino e della propria capacità attrattiva.

Non bastava attendere che il contenzioso producesse i suoi effetti. Proprio perché si trattava di attività storiche, inserite da decenni nel tessuto economico, turistico e sociale della città, sarebbe stato necessario programmare per tempo una soluzione capace di tenere insieme legalità, continuità dell’offerta e tutela dell’immagine di Amalfi.

Marina Grande non è una spiaggia qualunque. È il primo colpo d’occhio per chi arriva via mare, uno dei luoghi più fotografati della Costiera, una parte integrante del paesaggio urbano di Amalfi. La qualità delle attività che vi operano contribuisce direttamente alla percezione complessiva della città. Lasciare che proprio quel tratto di costa arrivasse alla stagione 2026 impoverito nei servizi e privato di strutture che per anni avevano garantito ristorazione, accoglienza e balneazione di livello significa avere sottovalutato il valore strategico di quel luogo.

Le istituzioni non avevano il compito di salvare eventuali irregolarità. Avevano però il dovere di salvare la qualità della destinazione.

Questo avrebbe potuto significare accelerare le procedure, predisporre nuovi bandi, immaginare concessioni transitorie compatibili con la normativa, imporre interventi di riqualificazione, accompagnare una trasformazione delle strutture esistenti o individuare qualunque altra soluzione amministrativamente percorribile. Ciò che non avrebbe dovuto accadere era lasciare un vuoto proprio nel cuore balneare e turistico della città.

Perché quando un’amministrazione governa un luogo come Amalfi amministra un patrimonio d’immagine che appartiene alla città e, in parte, all’Italia intera.

Il fascino di Amalfi non dipende soltanto dal Duomo, dalle case arrampicate sulla montagna o dal colore del mare. Dipende anche dalla qualità dei servizi, dall’eleganza dell’accoglienza, dalla possibilità di trascorrere una giornata in spiaggia senza avere la sensazione di trovarsi in una località che vive esclusivamente di rendita turistica.

Marina Grande, insieme alle altre attività della Spiaggia Grande, rappresentava una parte di questa qualità percepita. Perdere quell’equilibrio senza avere già pronto un progetto capace di sostituirlo con qualcosa di almeno equivalente significa aver commesso un errore di programmazione grave.

Spiaggia Grande, prezzi elevati e servizi ridotti: il problema delle tariffe differenziate

Dopo la chiusura di Marina Grande, Stella Maris, Silver Moon e Mar di Cobalto, la Spiaggia Grande ha perso il modello di gestione precedente, basato su stabilimenti strutturati che garantivano servizi balneari organizzati, assistenza, ristorazione e una qualità complessiva riconoscibile. Oggi una parte della spiaggia continua a offrire ombrelloni, sdraio e lettini attraverso formule diverse, ma con un livello di servizio sensibilmente inferiore rispetto al passato.

Il problema non è soltanto il costo, che resta molto elevato. A suscitare perplessità è soprattutto la differenziazione delle tariffe a seconda del cliente. In base alle testimonianze raccolte sul posto, per lo stesso servizio verrebbero richieste cifre differenti ai residenti, ai turisti italiani e ai turisti stranieri, con prezzi particolarmente alti per questi ultimi.

Se questa prassi fosse confermata, sarebbe difficile considerarla accettabile in una destinazione internazionale come Amalfi. Per uno stesso ombrellone e gli stessi lettini il prezzo dovrebbe essere chiaro, trasparente e uguale per tutti, salvo eventuali agevolazioni specifiche e formalmente previste per i residenti. Una differenza basata sulla provenienza del cliente, invece, rischia di trasmettere un’immagine poco limpida della gestione del servizio.

La contraddizione diventa ancora più evidente perché i prezzi sono rimasti da località esclusiva mentre i servizi non sono più quelli garantiti dagli stabilimenti precedenti. Chi paga cifre elevate oggi non trova necessariamente la stessa organizzazione, la stessa assistenza, la stessa cura degli spazi e quella integrazione fra balneazione, ristorazione e accoglienza che caratterizzava Marina Grande e gli altri lidi.

Il vero rischio è perdere chi ad Amalfi voleva tornare ogni anno

Amalfi non corre il rischio di rimanere senza turisti domani mattina. Continueranno ad arrivare milioni di persone in Costiera, continueranno le fotografie davanti al Duomo e continueranno i video sui social.

Il problema è più sottile, può perdere progressivamente il turista che soggiorna, quello che ritorna, quello che stabilisce un rapporto personale con un albergo o un ristorante, quello che conosce i camerieri, prenota per l’anno successivo, porta amici e famiglia. In altre parole, può perdere il visitatore che considera Amalfi una destinazione e non una tappa. Io stesso appartenevo a quella categoria.

Amavo arrivare ad Amalfi, fermarmi, andare a Marina Grande, trascorrere alcune ore davanti al mare e vivere la città senza avere l’impressione di partecipare a una gara contro il tempo.

Negli ultimi anni ho progressivamente smesso di farlo e se una delle città più belle d’Italia riesce a scoraggiare perfino chi la ama, il problema merita almeno di essere affrontato.

Amalfi deve scegliere se essere una destinazione o un gigantesco luogo di passaggio

L’amministrazione comunale non è rimasta immobile. Sarebbe scorretto sostenerlo. Ha avviato una DMO, adottato strumenti di monitoraggio, lavorato sulla Ztl, eliminato parte della sosta dei bus, creato punti informativi per distribuire meglio i flussi e promosso insieme ad altre località italiane la Carta di Amalfi.

Proprio questi interventi dimostrano però quanto il problema sia ormai strutturale, non basta gestire meglio la folla. Bisogna decidere quale modello economico costruire.

Amalfi dovrebbe puntare sul turismo che rimane, spende sul territorio, cerca qualità, cultura, gastronomia e bellezza. Dovrebbe proteggere i luoghi capaci di rappresentarne l’identità, favorendo contemporaneamente legalità e concorrenza. Dovrebbe rendere più semplice raggiungerla senza automobile, ma anche impedire che chi utilizza l’auto viva ogni visita come un’incognita. Dovrebbe selezionare la qualità attraverso l’organizzazione e non attraverso prezzi sempre più elevati.

Soprattutto dovrebbe evitare l’errore più grave che possa commettere una destinazione turistica già famosa: pensare che, siccome il mondo vuole venire ad Amalfi, il mondo continuerà necessariamente ad amarla nello stesso modo.

La bellezza naturale probabilmente resterà, il fascino, invece, dipende da come quella bellezza viene vissuta.

Ed è precisamente quel fascino che oggi Amalfi deve ricominciare a difendere.

 
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Cronaca

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