Rete Ferroviaria Italiana dovrà pagare 1 milione e 750mila euro per il blocco ferroviario del 2 ottobre 2024 partito dal nodo di Roma e propagatosi su gran parte della rete nazionale. L’Autorità di regolazione dei trasporti ha chiuso il procedimento avviato nel luglio 2025 accertando che Rfi non adottò misure adeguate a garantire esercizio, manutenzione, accessibilità e funzionalità dell’infrastruttura.
Il caso era diventato famoso come quello del “chiodo” che fermò i treni, ma la delibera dell’Authority ricostruisce una vicenda molto più complessa: il danneggiamento iniziale di un cavo durante lavori notturni fu seguito da problemi nei sistemi di allarme, nei meccanismi di alimentazione alternativa e nella gestione tecnica dell’anomalia.
Il guasto nella notte e il blackout alle 6.20
La ricostruzione contenuta nella delibera n. 163/2026, approvata il 3 settembre e pubblicata il 4 settembre 2026, parte dalla notte fra il primo e il 2 ottobre 2024. Alle 1.30, nel corso di lavori nei pressi di Roma Termini, un’impresa appaltatrice danneggiò una linea elettrica che alimentava la cabina di media e bassa tensione della stazione. Il personale Rfi venne informato e i tecnici furono contattati alle 1.45, arrivando sul posto intorno alle 2.20.
Il danneggiamento del cavo, tuttavia, non determinò immediatamente il collasso della circolazione. Gli impianti continuarono a funzionare grazie alle batterie UPS, mentre all’interno della cabina si era verificato un blocco della logica che impediva il passaggio dall’alimentazione Acea a quella FS. Anche il gruppo elettrogeno non entrò in funzione perché risultava ancora presente l’alimentazione FS a media tensione.
Il punto decisivo arriva alle 6.20, quando le batterie di continuità esaurirono la loro capacità e si spensero gli impianti tecnologici che governavano la circolazione a Roma Termini. Il problema coinvolse anche Roma Tiburtina. In quella fascia oraria vennero meno inoltre le informazioni visive e sonore a Termini e i monitor a Tiburtina. La piena funzionalità degli impianti fu ristabilita alle 9.15, mentre le conseguenze sulla circolazione continuarono fino al tardo pomeriggio.
Il “chiodo” e quello che ha realmente accertato l’Autorità
Il riferimento al chiodo, diventato in quelle ore il simbolo dell’intera vicenda, richiede una precisazione. La documentazione ufficiale dell’Autorità parla di “danneggiamento di un cavo da parte di un’impresa appaltatrice” durante i lavori notturni. La ricostruzione del chiodo piantato accidentalmente sul cavo era stata resa pubblica nelle ore successive al disservizio e ripresa anche dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.
La sanzione inflitta quasi due anni dopo, però, non si concentra semplicemente sull’errore materiale commesso dall’impresa esterna. Il provvedimento esamina soprattutto ciò che accadde dopo il danneggiamento e il livello di protezione di un nodo ferroviario centrale come quello romano.
L’Autorità ha individuato diversi elementi di responsabilità nella gestione dell’infrastruttura: mancavano o non funzionavano sistemi di allarme in grado di segnalare tempestivamente le anomalie; non era presente un allarme presso la centralina di alimentazione di bassa tensione; non era stata predisposta una ridondanza adeguata degli apparati logici; il personale intervenuto non individuò tempestivamente il blocco della logica della cabina, che poteva essere rimosso manualmente.
L’Authority rileva anche la mancata applicazione di una specifica interna di Rfi che prevedeva la visualizzazione, presso le postazioni del personale addetto alla manutenzione e alla gestione del movimento, degli allarmi relativi ai malfunzionamenti dei sistemi di alimentazione.
1.165 treni coinvolti e oltre 69mila minuti di ritardo
Le dimensioni del disservizio spiegano il peso della sanzione. I primi dati forniti da Rfi indicavano 1.165 treni coinvolti, con 69.267 minuti complessivi di ritardo, pari a una media di 59 minuti. Furono adottati 680 provvedimenti di soppressione, dei quali 476 totali e 204 parziali, oltre a 31 deviazioni.
Nel corso dell’istruttoria i numeri sono stati ulteriormente dettagliati: 686 treni del trasporto regionale, 277 dell’Alta Velocità, 41 del servizio universale, 38 merci e 122 convogli classificati come altri movimenti ferroviari. Gli effetti interessarono centinaia di migliaia di passeggeri, proprio nella fascia pendolare delle prime ore del mattino, e si estesero all’intera rete nazionale per la centralità del nodo di Roma.
Per l’Autorità la vicenda ha prodotto anche una lesione del diritto costituzionale alla mobilità dei passeggeri e del diritto delle imprese ferroviarie a poter disporre pienamente dell’infrastruttura.
L’Authority: carenze negli allarmi e nelle procedure
Nel provvedimento il giudizio sull’operato del gestore è particolarmente severo. L’Autorità ritiene accertata una pluralità di criticità organizzative e gestionali: insufficienza dei sistemi di allarme, carenza di sistemi ridondanti, individuazione tardiva dell’anomalia e conseguente ritardo nel ripristino dell’esercizio.
Un elemento significativo riguarda proprio l’intervallo di tempo trascorso nella notte. Il cavo venne danneggiato alle 1.30, ma il deterioramento della situazione non fu rilevato attraverso sistemi automatici capaci di segnalare tutte le anomalie in corso. Quando alle 6.20 le batterie UPS smisero di garantire l’alimentazione, il nodo entrò in crisi e l’effetto si trasferì immediatamente alla rete ferroviaria.
Per l’Authority, quindi, il problema non può essere ricondotto soltanto all’azione della ditta che danneggiò il cavo: un’infrastruttura della rilevanza di Roma Termini avrebbe dovuto disporre di sistemi e procedure capaci di limitare le conseguenze di un evento di questo tipo.
Rfi respinge l’accusa di negligenza: “Responsabilità di una ditta esterna”
Rfi ha preso atto della decisione ma mantiene una posizione diversa sulla ricostruzione delle responsabilità. La società ribadisce di aver attivato tempestivamente le misure necessarie per consentire la ripresa della circolazione e sottolinea che l’episodio originario è riconducibile all’operato di una ditta esterna al Gruppo Ferrovie dello Stato, impegnata nei lavori notturni.
Per Rfi l’accaduto deve essere qualificato come un guasto all’infrastruttura, affrontato attraverso gli interventi che permisero il graduale ripristino dell’operatività. Già all’apertura del procedimento nel 2025 la società aveva sostenuto di avere rispettato tutte le procedure previste.
L’Autorità ha tuttavia considerato anche gli interventi correttivi realizzati successivamente da Rfi. La società ha rafforzato il sistema di allarme, introdotto la remotizzazione delle segnalazioni e nuove procedure che prevedono verifiche sul posto in caso di guasto anche quando non arrivino ulteriori allarmi. Queste misure hanno inciso sulla quantificazione finale: l’importo di partenza era stato fissato in 2 milioni di euro, poi ridotto di 250mila euro fino alla sanzione definitiva di 1,75 milioni.
La multa dovrà essere pagata entro 30 giorni
La delibera accerta formalmente la violazione dell’articolo 11, comma 3, del decreto legislativo 112 del 2015 e delle disposizioni del Prospetto informativo della rete 2024. Rfi dovrà versare la somma di 1.750.000 euro entro trenta giorni dalla notifica.
La società potrà impugnare il provvedimento davanti al Tar del Piemonte entro sessanta giorni, oppure presentare ricorso straordinario entro 120 giorni.
A quasi due anni da quella mattina di cancellazioni, ritardi e stazioni affollate, la decisione dell’Autorità modifica dunque la prospettiva con cui leggere il famoso caso del “chiodo”: il danneggiamento del cavo fu l’origine materiale dell’emergenza, mentre la sanzione riguarda le condizioni dell’infrastruttura e le modalità con cui il guasto venne individuato, contenuto e gestito in uno dei punti più importanti dell’intero sistema ferroviario italiano.
