Aggressioni negli ospedali del Lazio, 37 casi in tre mesi: allarme nei Pronto soccorso

Nel Lazio 37 aggressioni a medici e infermieri in tre mesi. Braccialetti elettronici in sei ospedali e 1.139 allarmi registrati
Di Alessandra Monti
Pronto Soccorso
Pronto Soccorso

Nei Pronto soccorso e nei reparti più esposti del Lazio le aggressioni agli operatori sanitari restano una ferita aperta: nei primi tre mesi dell’anno sono stati registrati 37 episodi, uno ogni 2,4 giorni, con Roma e le grandi strutture regionali al centro del nuovo monitoraggio.

Violenza nei Pronto soccorso del Lazio, i numeri che preoccupano medici e infermieri

Il Lazio è la prima regione italiana ad applicare il progetto Raoss, sistema di rilevazione delle aggressioni ai danni degli operatori sanitari e socio-sanitari. Il primo quadro emerso nei mesi di gennaio, febbraio e marzo conferma una realtà che da tempo attraversa i corridoi degli ospedali: chi cura, spesso, deve anche proteggersi.

Le 37 aggressioni rilevate nei primi tre mesi dell’anno riguardano Pronto soccorso, reparti di emergenza, aree psichiatriche, pediatrie e unità operative ad alta complessità assistenziale. Sono luoghi nei quali la pressione è forte, i tempi di attesa possono diventare motivo di tensione e il personale sanitario si trova a gestire non solo la malattia, ma anche paura, rabbia e disorientamento.

Il dato trimestrale si inserisce in un andamento già noto. Nel 2024 gli atti violenti registrati negli ospedali del Lazio erano stati 133. Nell’anno precedente si erano fermati a 111, ai quali si aggiungevano 38 danneggiamenti a macchinari o arredi e 621 aggressioni verbali. Numeri diversi per gravità, ma uniti da un elemento comune: l’ospedale, soprattutto nel momento dell’urgenza, è diventato anche un luogo di tensione sociale.

Braccialetti elettronici in corsia: 1.669 dispositivi per segnalare il rischio

La risposta regionale passa da un modello che punta su prevenzione, tecnologia e presenza delle forze dell’ordine. Nei primi tre mesi dell’anno sono stati distribuiti 1.669 braccialetti elettronici in sei strutture sanitarie: San Camillo Forlanini, Pertini, Santo Spirito, Santa Maria Goretti di Latina, Grassi di Ostia e Policlinico Umberto I.

Il dispositivo consente agli operatori di inviare un segnale di allarme in tempo reale, attivando la vigilanza interna e, nei casi più seri, polizia e carabinieri. Non si tratta solo di uno strumento tecnico. Per medici, infermieri e personale socio-sanitario rappresenta una forma concreta di protezione in reparti dove basta un litigio, una minaccia o un gesto improvviso per trasformare il turno di lavoro in un momento di pericolo.

Le unità operative monitorate sono trenta. La selezione ha riguardato le aree considerate più esposte: Pronto soccorso, servizi psichiatrici, medicina d’urgenza, reparti pediatrici e settori ad alta intensità assistenziale. In questi spazi, il rapporto con pazienti e familiari è spesso immediato, emotivo, carico di attese. Proprio per questo la sicurezza non può essere trattata come un tema laterale.

Oltre mille allarmi dai dispositivi, quasi 200 casi chiusi

Nei primi tre mesi di applicazione del progetto sono arrivate 1.139 segnalazioni tramite i braccialetti elettronici. Molte sono state poi annullate per cessato allarme, segno che il dispositivo viene usato anche in fase preventiva, quando la situazione appare a rischio ma può rientrare prima di un intervento più pesante.

I casi conclusi sono stati 194. Di questi, il 71,4% non ha richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, mentre il 28,6% è stato gestito con il coinvolgimento di polizia o carabinieri. Il dato indica due aspetti importanti: da un lato la tensione è reale e frequente, dall’altro una parte degli episodi può essere contenuta rapidamente se il personale dispone di strumenti adeguati e se la vigilanza interna interviene in tempi stretti.

Gli ospedali nei quali si è registrato il maggior numero di interventi utili a prevenire o bloccare episodi violenti sono il San Camillo e il Santa Maria Goretti, seguiti dal Policlinico Umberto I e dal Grassi di Ostia. La mappa racconta una pressione che non riguarda solo Roma, ma anche strutture fondamentali per territori ampi, come Latina e il litorale romano.

Rocca: proteggere chi lavora in prima linea rafforza la sanità pubblica

Per il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, la sicurezza è parte integrante della cura. Il progetto Raoss nasce dall’ascolto del personale sanitario e dall’analisi delle aree più esposte, con l’obiettivo di unire prevenzione, formazione e tecnologie avanzate. Difendere chi lavora ogni giorno in prima linea significa rendere più forte anche la qualità dell’assistenza ai cittadini.

La questione non riguarda soltanto l’ordine pubblico. Un medico o un infermiere che lavora sotto minaccia, che teme insulti o aggressioni durante il turno, opera in una condizione che può incidere sulla serenità del reparto e sulla relazione con il paziente. La tutela del personale, quindi, diventa tutela del servizio sanitario.

La riattivazione dei presidi di polizia h24 negli ospedali va nella stessa direzione. La presenza visibile delle forze dell’ordine può scoraggiare i comportamenti più aggressivi e offrire una risposta immediata nelle situazioni più delicate. Resta però il nodo più profondo: ridurre la tensione che si accumula nei reparti, migliorando organizzazione, tempi, comunicazione con i familiari e gestione dell’attesa.

Ordine dei medici: molte aggressioni non vengono denunciate

Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici, chirurghi e odontoiatri di Roma, richiama un aspetto che rende il fenomeno ancora più complesso: le aggressioni monitorate e denunciate sarebbero solo una parte di quelle reali. Molti episodi, soprattutto verbali o ritenuti “minori”, restano fuori dalle statistiche perché non vengono segnalati.

La diminuzione registrata nei dati ufficiali può indicare un effetto positivo delle campagne di sensibilizzazione, ma non basta a chiudere il problema. La rabbia che si scarica contro medici e infermieri spesso nasce da servizi percepiti come insufficienti, ritardi, attese lunghe, difficoltà nel ricevere informazioni. La violenza resta inaccettabile, ma comprenderne l’origine serve a intervenire prima che degeneri.

 
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