Attentato a Sigfrido Ranucci, 4 misure cautelari: l’esplosivo da cava poteva uccidere

Quattro misure per l’attentato a Ranucci vicino Torvaianica: ordigno da cava, auto distrutte, sopralluoghi e mandanti da identificare
Di Francesco Vergovich
Sigfrido Ranucci
Sigfrido Ranucci

Sigfrido Ranucci finì nel mirino di un commando che, nell’autunno scorso, fece esplodere un ordigno davanti alla sua abitazione vicino Torvajanica. All’alba di martedì sono scattate quattro misure cautelari: il dato più grave resta la natura dell’esplosivo usato, materiale da cava ad alto potenziale.

Bomba contro Sigfrido Ranucci, le accuse e i nomi dei destinatari delle misure

L’attentato al giornalista e conduttore di Report entra in una fase nuova con l’esecuzione di quattro misure cautelari da parte dei carabinieri. Le accuse contestate sono pesanti: detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con aggravanti legate all’azione in più persone e alle modalità di tipo mafioso.

I destinatari dei provvedimenti sono Pellegrino D’Avino, 26 anni, Antonio Passariello, 53 anni, entrambi di Avellino, Saverio Mutome e Luca Amato, rispettivamente di 40 e 21 anni. Quest’ultimo è della provincia di Napoli. Nell’inchiesta risulta coinvolta anche una ragazza di 22 anni, indagata. Il quadro ricostruito dagli investigatori disegna un’azione preparata, non un gesto improvvisato, con ruoli distribuiti e una regia ancora da identificare.

Il nodo centrale riguarda proprio il mandato. Gli atti descrivono un gruppo che avrebbe agito per conto di una persona non ancora individuata, preparando e programmando l’azione nei giorni precedenti. Passariello avrebbe procurato l’auto, mentre gli altri avrebbero effettuato sopralluoghi nell’area dell’abitazione. La fase finale sarebbe stata affidata a Passariello e Mutome, incaricati di posizionare e far deflagrare l’ordigno davanti al cancello.

Esplosivo da cava ad alto potenziale: perché il rischio era enorme

L’ordigno esplose davanti al cancello dell’abitazione di Ranucci, distruggendo due auto parcheggiate e danneggiando il muro perimetrale. Non ci furono vittime, ma la dinamica impone una lettura severa. Anche quando non viene accertata una volontà diretta di uccidere, chi piazza materiale esplodente ad alto potenziale in un luogo abitato deve mettere in conto l’eventualità di colpire persone, passanti, familiari, vicini, automobilisti in transito.

La gelatina da cava indicata nelle indagini è descritta come materiale obsoleto, ma dotato di una capacità distruttiva notevole. Non si tratta di un petardo potenziato né di un gesto dimostrativo privo di conseguenze possibili. Un ordigno del genere, collocato davanti a una casa, lungo una strada, vicino a veicoli e muri, produce effetti difficili da controllare una volta innescato.

Per il Lazio, questa vicenda porta con sé un segnale inquietante. L’area di Torvajanica e Pomezia, con la vicinanza alla Pontina, al litorale romano e a Pratica di Mare, diventa lo scenario di un’azione che somiglia a un messaggio criminale costruito per intimidire. L’obiettivo era un giornalista sotto attenzione pubblica, ma il luogo scelto era uno spazio reale, attraversato da persone comuni.

La Fiat 500 X noleggiata in Campania e la pista dei sopralluoghi

Un passaggio decisivo riguarda la Fiat 500 X utilizzata dagli attentatori. L’auto era stata noleggiata in Campania ed è stata individuata sulla via Pontina, con riscontri collegati alle celle telefoniche. Il contratto di noleggio era stato firmato dalla figlia della convivente di Passariello, che si sarebbe recato con lei a ritirare la vettura.

Questo dettaglio ha permesso di stringere il cerchio su spostamenti, presenze e contatti. La Pontina, asse fondamentale per collegare Roma al litorale sud e alle aree della provincia, diventa così una direttrice investigativa. Non solo una strada percorsa dal mezzo, ma una traccia capace di collegare tempi, luoghi e persone.

Il gruppo avrebbe effettuato sopralluoghi prima dell’attentato, studiando la zona e preparando l’azione. Una scelta del genere mostra organizzazione, conoscenza del territorio e volontà di ridurre il margine d’errore. Proprio questo rende più allarmante la vicenda: non emerge l’immagine di una violenza estemporanea, ma di un’operazione messa a punto con passaggi successivi.

Il testimone in viale Po e il boato alle spalle

Un automobilista in transito su viale Po ha fornito una testimonianza rilevante. Ha descritto una persona ferma davanti al civico 91, presumibilmente un uomo, corporatura esile, volto coperto da passamontagna, abiti scuri, altezza intorno a un metro e settanta. Il soggetto si sarebbe mosso con fare sospetto, allontanandosi a passo svelto per poi salire su un’auto scura di piccole dimensioni.

Poco dopo, l’automobilista ha sentito un forte boato alle spalle e, guardando dallo specchietto retrovisore, ha notato che l’esplosione era avvenuta proprio nel punto dove aveva visto la persona con il volto coperto. È un frammento di racconto che restituisce la concretezza del pericolo: l’attentato non si è consumato in un luogo isolato, fuori dal passaggio quotidiano, ma in una strada dove poteva trovarsi chiunque.

La testimonianza ha contribuito a rafforzare la ricostruzione degli spostamenti del commando. Ogni elemento, dal passaggio dell’auto al noleggio, dalle celle telefoniche ai movimenti prima della deflagrazione, compone un mosaico che porta verso un’azione studiata e sostenuta da una rete più ampia.

Mandanti da identificare, soldi e tentativi di depistaggio

Gli investigatori ritengono che il commando abbia agito su commissione, per fare un favore a qualcuno e dietro un compenso economico. I mandanti avrebbero fornito materiali, denaro, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e perfino una pianificazione per una possibile fuga all’estero. Nello stesso quadro rientrano i tentativi di depistare le indagini.

È qui che la vicenda supera il profilo dei soli esecutori. Le quattro misure cautelari colpiscono un livello operativo, ma la domanda centrale resta aperta: chi ha voluto colpire Ranucci e perché? L’attentato a un giornalista non riguarda solo la vittima diretta. Tocca il diritto di informare, la sicurezza di chi lavora su inchieste delicate e la capacità dello Stato di proteggere chi viene minacciato per ciò che racconta.

Le intercettazioni aggiungono un elemento ulteriore. Frasi come “Dobbiamo buttare i palazzi per terra” e i riferimenti a ordigni azionabili con telecomando restituiscono un linguaggio di violenza, potenza distruttiva, disponibilità tecnica. Anche al netto della cautela processuale, quelle parole pesano dentro un fascicolo in cui l’esplosivo non era simbolico, ma reale.

Perché il caso riguarda tutto il Lazio

Il Lazio ha già conosciuto intimidazioni, pressioni e segnali criminali rivolti a imprenditori, amministratori, giornalisti, cittadini esposti. In questo caso, la collocazione geografica rende l’episodio ancora più sensibile: il litorale romano, la provincia, la Pontina, il collegamento con la Campania e l’ipotesi di una rete in grado di procurare gelatina da cava.

La frase del giudice sulla mancata possibilità di accertare una finalità omicida non riduce la gravità del quadro. La responsabilità di chi usa un ordigno ad alto potenziale non si misura soltanto sull’intenzione dichiarata, ma anche sul rischio generato. Far esplodere materiale da cava davanti a un’abitazione significa accettare che la violenza possa uscire dal perimetro dell’intimidazione e trasformarsi in morte.

Le perquisizioni domiciliari eseguite martedì confermano che l’inchiesta resta aperta. Gli esecutori sono un livello. I mandanti, ancora da individuare, rappresentano il passaggio decisivo. Perché una bomba davanti alla casa di un giornalista non è mai solo un episodio di danneggiamento: è un avvertimento costruito per fare paura. E quando la paura viene affidata a esplosivi da cava, il confine con la tragedia dipende solo da pochi metri, da un passante in meno, da un orario, da una casualità.

 
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Cronaca

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