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02 Agosto 2021

Pubblicato il

Din Don Dan

La Parola che ci chiama all’annuncio: invio in missione dei Dodici

di Redazione
Oggi il vangelo contiene due istruzioni per la missione: ciò che si deve portare con sé e il comportamento da tenere
il capocordata
Il Capocordata

Oggi il vangelo (Mc. 6, 7-13) contiene due istruzioni per la missione: ciò che si deve portare con sé e il comportamento da tenere in caso di accoglienza o di rifiuto. Nell’invio dei Dodici è prefigurata e regolata la missione di ogni tempo della chiesa. Con tre brevi frasi l’evangelista Marco descrive: chiamata, invio e attribuzione dei poteri di cacciare i demoni. “Chiamare” è il verbo che richiama e conferma la vocazione dei Dodici, i quali formano il gruppo collegiale e ristretto fra i discepoli. L’invio in missione in coppia, “a due a due” (v. 7), è un uso dei primi cristiani che rispetta il diritto giudaico-rabbinico di testimonianza. Il potere sugli “spiriti immondi” (v. 7) è una prerogativa di Gesù stesso, che egli conferisce ai Dodici. Gesù li manda a due a due: non li manda soli, né individualmente e né in gruppo, ma due a due.

Il valore avverbiale di due alla volta fa comprendere che deve esserci una motivazione pedagogica in tale scelta, non solo di fedeltà alla prassi giuridica o del diritto rabbinico. Tale scelta, infatti, non sembra conveniente, né più efficace. Perché due allora? Due è il numero della relazione, dalle origini della creazione alla meta della redenzione. La dualità significa differenza e alterità, ma anche bisogno, reciprocità e condivisione. Due è il numero che supera l’egoismo e l’autoreferenzialità senza però perdersi nella massa impersonale o nelle dinamiche di gruppo. Ci si guarda negli occhi in due, non in tre o in dodici, né da soli.

Questa è la prima essenziale dimensione dell’invio, che Marco afferma essere un criterio di fondo della ministerialità della chiesa voluta dal Maestro. Chi invita l’altro a vivere una relazione di fede deve avere già esperienza dell’essere in relazione con l’altro, con tutto ciò che l’altro significa. Ciò è di aiuto per coloro che sono inviati “a due a due” a evitare i rischi di restare impigliati nelle reti di ogni tipo di potere, o di lasciarsi attrarre da cose che portano lontano da colui che manda e da coloro a cui si è mandati.

Istruzioni per il viaggio e la missione

La prima istruzione riguarda l’ordine di non prendere niente per il viaggio. Il verbo “ordinò” (v. 8) significa: annunziare, comandare, prescrivere. Sono raccomandazioni che pongono il fondamento per ogni collaborazione dell’uomo con Dio. Uniche provviste ammesse sono: bastone, sandali e una sola tunica, perché necessari al cammino. Tutto il resto i discepoli dovranno sperimentarlo e trovarlo nella generosità dell’altro che incontreranno, fiduciosi della sua accoglienza e consapevoli della possibilità di essere respinti.

La missione protocristiana è itinerante, “sulla via” (v. 8). La radicalità di questa richiesta da parte di Gesù supera anche quella degli Esseni (gruppo ebraico del secondo secolo), che in viaggio potevano portare armi e sandali. L’inconsueto aspetto dei missionari di Gesù ha la funzione di un segno: serve a dimostrare il loro programma pacifico. Nello stesso tempo, tali indicazioni sottolineano il carattere urgente e provvisorio della missione.

La seconda istruzione è così formulata: “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accoglieranno e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro” (vv. 10-11). L’annuncio del vangelo non deve essere imposto con la forza, ma va proposto, ricordando l’indicazione di allontanarsi in mancanza di ascolto. L’atto di scuotere la polvere attaccata ai piedi è un gesto simbolico concreto, che richiama le persone alla conversione, a riflettere sul loro atteggiamento, esortandoli al pentimento.

L’evangelista Marco sottolinea che la missione è destinata anzitutto alla predicazione della conversione: “partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano” (vv. 12-13). La predicazione rimane il compito essenziale dei Dodici, quale primo contenuto dell’annuncio. Tali parole riprendono e interpretano l’invito iniziale di Gesù alla conversione (1, 14-15), che diventerà la missione della chiesa alla Pentecoste.

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La povertà come segno della missione

Non possiamo tralasciare un accenno alla povertà dell’apostolo che viene inviato a proclamare il Vangelo con lo stretto necessario. Perché la missione possa essere trasparente del messaggio che viene da Dio, è decisivo il fatto che sia vissuta nella povertà. Solo così vi è immediata evidenza del messaggio divino e nello stesso tempo piena libertà nell’adesione. L’apostolo chiamato da Gesù per la missione deve capire bene ciò che conta veramente: non sono i mezzi di cui fornirsi, e neppure le sue doti personali, le sue risorse, il suo coraggio e la sua grinta; tutto, prima o poi, ha una fine. Inesauribile, invece, è la forza che viene dal Signore: inesauribile la potenza del Vangelo, la grazia che ci accompagna, il dono di consolazione, di perdono da trasmettere.

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Inesauribile, ma operante solo se si ha fede, solo se ci si getta anima e corpo nell’impresa credendo che il successo è assicurato, nonostante i provvisori fallimenti, e che non saremo mai abbandonati. Davanti al rischio non ci sono scorciatoie: o lo si accetta o lo si rifiuta, o lo si affronta o ci si tira indietro. Il bello di questo rischio evangelico è un ottimismo e una speranza a tutta prova. In fondo chi si lancia nel progetto di Gesù sa che nessuno è padrone della sua vita, e quindi nessuno gliela può veramente rovinare, dal momento che è nelle mani di Dio.

A duemila anni di distanza, o Signore, la missione è sempre la stessa. E’ il Vangelo la sua punta di diamante: un annuncio che esige una risposta coraggiosa perché cambia completamente la vita. E i santi segni possono manifestare che ancor oggi lo Spirito è all’opera, che in ogni situazione egli agisce, trasfigura, trasforma.                                                                                                   

Il Capocordata.

Bibliografia consultata: Mazzeo, 2021; Brunello, 2021; Laurita, 2021.

 
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