Ci siamo quasi dimenticati di come gioca Jannik Sinner. Sembra una provocazione, ma basta guardare il calendario. L’ultima partita ufficiale del numero uno del mondo risale al 12 luglio, quando sul Centrale di Wimbledon superò Alexander Zverev in quattro set conquistando il suo quinto titolo del Grande Slam. Da allora sono trascorsi 74 giorni senza una partita di Sinner. Un’eternità per il tennista che fino a quel momento aveva dominato la stagione con 44 vittorie, appena tre sconfitte e sei tornei conquistati.
Prima Montreal, poi Cincinnati, infine soprattutto gli US Open. Il ginocchio destro ha costretto Sinner a rinunciare alla parte più importante dell’estate americana. A New York, dove aveva vinto nel 2024 ed era arrivato in finale nel 2025, il numero uno del mondo non si è nemmeno presentato. Era dal 1999, quando si ritirò Pete Sampras, che lo US Open maschile non si disputava senza il primo giocatore della classifica mondiale.
Il paradosso di Sinner: domina anche quando non può giocare
Ed è proprio questo il dato che rende singolare la vicenda. Sinner non si è fermato perché attraversava una crisi tecnica o perché non riusciva più a vincere. Si è fermato mentre era, risultati alla mano, devastante. Prima dell’infortunio aveva conquistato Indian Wells, Miami, Monte-Carlo, Madrid, Roma e Wimbledon. Aveva messo insieme una stagione che sembrava destinata a trasformarsi in una marcia quasi senza interruzioni, poi invece ha premuto il tasto stop.
Il campione che vince quasi sempre è diventato improvvisamente il campione che aspettiamo di rivedere. Il suo nome continua a stare in cima alla classifica, ma da oltre due mesi manca ciò che conta davvero per chi ama questo sport: vederlo servire, rispondere, accelerare di rovescio, costruire uno scambio, cambiare direzione alla palla con quella naturalezza che negli ultimi anni lo ha portato al vertice mondiale.
Sinner resta iscritto al China Open di Pechino, in programma dalla fine di settembre, mentre è già stata annunciata la sua presenza a Vienna in ottobre. Il ritorno alle competizioni, però, assume ormai un significato diverso: non sarà interessante soltanto sapere se vincerà, ma capire in quali condizioni tornerà a sopportare settimane consecutive di tennis ad altissimo livello.
Alcaraz, 139 giorni senza una partita
Carlos Alcaraz ha vissuto qualcosa di persino più impressionante. Prima degli US Open non disputava un incontro ufficiale da 139 giorni. Il problema al polso destro lo aveva fermato ad aprile, facendogli saltare Roma e Roland Garros e cancellando praticamente tutta una parte centrale della stagione.
Lo spagnolo è tornato proprio a New York e, almeno inizialmente, sembrava aver cancellato il lunghissimo stop. Quattro vittorie, lampi del suo tennis migliore, accelerazioni, smorzate, recuperi impossibili. Nei quarti, però, Ben Shelton lo ha battuto dopo quattro ore e 28 minuti, 6-7, 6-1, 6-3, 1-6, 7-6. Alcaraz ha combattuto fino alla fine, ma ha anche ammesso di aver avvertito la stanchezza fisica durante la partita. Dopo oltre quattro mesi senza competizione sarebbe stato probabilmente sorprendente il contrario.
Prima del torneo aveva pronunciato una frase che raccontava meglio di molte analisi ciò che significa restare lontano tanto tempo: aveva quasi dimenticato come fosse una giornata di gara. Non stava parlando un comprimario che fatica a trovare posto nei tabelloni. Stava parlando Carlos Alcaraz.
I più forti e, nello stesso tempo, vulnerabili
Sinner e Alcaraz hanno trasformato gli ultimi anni del tennis maschile. Potenza, velocità, anticipo, copertura del campo, capacità di difendersi e attaccare nello stesso scambio hanno spostato ancora più avanti il limite atletico di questo sport. E proprio qui nasce il paradosso.
Sono fortissimi. Ma i loro corpi non sono indistruttibili.
La parola “fragili”, allora, non va confusa con debolezza. Nessuno può seriamente mettere in discussione la capacità di soffrire di atleti che giocano quattro o cinque ore, recuperano palline apparentemente irraggiungibili e ripetono accelerazioni violentissime per settimane. Fragilità significa altro: significa constatare quanto sia diventato sottile il confine tra il massimo rendimento possibile e lo stop.
Il tennis contemporaneo chiede moltissimo. Superfici differenti, continenti attraversati durante la stessa stagione, tornei ravvicinati, allenamenti, recuperi, partite sempre più fisiche. E quando un giocatore raggiunge livelli come quelli di Sinner e Alcaraz, ogni incontro viene disputato con una velocità e un’intensità che lasciano poco spazio alla gestione.
Berrettini e Musetti, l’Italia conosce bene questa storia
In Italia il caso di Matteo Berrettini insegna da tempo quanto una carriera possa essere condizionata dagli infortuni. Nel 2026 il romano era riuscito finalmente a spingersi nuovamente fino ai quarti del Roland Garros, il suo miglior risultato Slam dopo anni difficili, ma contro Matteo Arnaldi è stato ancora una volta costretto al ritiro per un problema fisico. Le sue parole dopo la partita erano amare: essere costretto continuamente a fermarsi è diventato uno degli avversari più difficili della sua carriera.
Lorenzo Musetti ha attraversato una stagione altrettanto complicata. Un problema alla parte alta della gamba lo aveva costretto al ritiro nei quarti degli Australian Open mentre conduceva due set a zero contro Novak Djokovic; successivamente è arrivato un problema al braccio destro e, durante gli Internazionali di Roma, una lesione al retto femorale che gli ha fatto perdere prima il Roland Garros e poi Wimbledon.
Quattro nomi diversi, quattro storie differenti, ma una domanda comune.
Il tennis può permettersi di perdere così spesso i suoi protagonisti?
Per molti anni abbiamo misurato la grandezza dei campioni contando vittorie, Slam, settimane da numero uno e confronti diretti. Forse bisognerà cominciare a osservare anche un altro numero: le settimane nelle quali quei campioni riescono effettivamente a essere in campo.
Sinner è il numero uno del mondo e non gioca una partita dal 12 luglio. Alcaraz è rimasto lontano dalle competizioni per 139 giorni. Musetti ha perso due Slam consecutivi. Berrettini continua a combattere contro interruzioni che sembrano arrivare proprio quando il suo tennis torna a decollare.
Non significa che Sinner e Alcaraz siano diventati improvvisamente giocatori fisicamente inaffidabili. Sarebbe una conclusione eccessiva. Significa però che persino i due uomini che hanno portato il tennis verso una dimensione atletica superiore mostrano quanto sia difficile sostenere quella stessa dimensione senza pagare un prezzo.
E così siamo arrivati al paradosso più curioso. Aspettiamo il ritorno di Jannik Sinner non perché debba dimostrare di essere ancora il più forte, lo ha già fatto. Aspettiamo semplicemente di rivederlo giocare a tennis.
