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Quanto costa fare un figlio in Italia? Noi abbiamo fatto i conti

di Carlo Raspollini
Nel Lazio la media è di 1,15. Perché con tante dichiarazioni di amore per la vita, non si agevolano le donne che vogliono avere un figlio?
Bambina di spalle
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Fare un figlio è un impegno economico e psicologico rilevantissimo. Per questo si fanno sempre meno figli? Nel Lazio 1,15 figli ogni donna. Quello che mancano sono i servizi efficienti e il supporto per le famiglie. Perché con tante dichiarazioni di amore per la vita, non si fa nulla per agevolare le donne che vogliano avere un figlio?

In Italia non si fa nulla per gli asili nido, nulla per abbassare i costi (o l’iva) dei prodotti per l’infanzia, nulla per consentire congedi parentali adeguati o preservare i diritti dei lavoratori che intendano avere figli. Così fare un figlio costa troppo in termini di spesa e di sacrifici, costa perché c’è chi rischia di perdere il lavoro o costa perché bisogna assumere una baby sitter o avere una nonna a disposizione per lasciare il bambino a qualcuno quando si è occupati con il lavoro o si deve uscire per una incombenza importante.

Nonostante si rimandi sempre, se non si sta attenti il figlio viene quando meno te lo aspetti

C’è chi addita il calo demografico all’aborto, alla pillola, agli anticoncezionali. Ma questi sono strumenti conquistati dalle donne per gestire il loro corpo in piena libertà. Un figlio è una grande ricchezza ma deve arrivare nel momento in cui la famiglia se lo possa permettere. Purtroppo sappiamo bene che non succede mai così. Per quanto vorresti programmare l’arrivo di un figlio è sempre una sorpresa, capita quando meno te lo aspetti. È la vita. Così la donna, e la famiglia, si premunisce. Evita la sorpresa con gli anticoncezionali. E quando arriva, viene tra mille problemi economici, di gestione familiare, di rapporti di coppia, di logistica, di tempi. Tutto si incasina terribilmente e quelli che prima erano i problemi di una coppia di sposi, diventano dei drammi, per i quali la famiglia stessa può anche saltare in aria.

Tra le cause per cui si fanno sempre meno figli in Italia c’è la fatica per il 40%, per il 33% la difficile conciliazione lavoro/famiglia, per il 26% la mancanza di supporto e per un altro 26% la scarsità dei servizi esistenti. Asili, assistenza pediatrica, sostegni economici.

Un figlio costa in media 640 € al mese fino ai 18 anni

I dati Istat elaborati da Banca d’Italia dimostrano che per mantenere un figlio fino a 18 anni d’età occorrono 640 euro al mese. Dopo forse anche di più. Si fa presto a fare i conti. Un lavoratore che guadagna un salario da fame di 7 € l’ora e lavora 8 ore al giorno per 6 giorni a settimana guadagna 1.344 € in un mese, che detratti gli oneri fiscali del 25%, restano circa 1.000 €. Con l’affitto, la spesa, le bollette, i trasporti può mai pensare di avere un figlio? Sempre che poi trovi un asilo e una scuola pubblica per iscriverlo il figlio.

Il costo che ha calcolato Banca d’Italia comprende gli acquisti di beni e servizi destinati esclusivamente ai figli. Al primo posto troviamo spese alimentari, seguite da spese dei trasporti e per la casa. Una buona parte dei costi riguarda il tempo libero come hobby e sport, seguono istruzione (nidi e scuole), abbigliamento e salute, per un totale corrispondente a circa un quarto del reddito medio delle famiglie, con almeno 1.700- 1.800 € mensili netti.

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Nel Paese del Papa non vi è nessun sostegno per la vita di chi è nato, né dallo Stato né dalla Chiesa

Nel 2020 la spesa è stata calcolata in 580 €, ma solo per le restrizioni dovute alla pandemia che hanno limitato gli spostamenti e le spese relative al tempo libero. Le voci più care sono i prodotti dell’infanzia: pannolini, pediatra, farmaci, vestiti e, soprattutto, le scuole nido, che tra l’altro continuano ad essere insufficienti per le richieste delle famiglie, costrette a fare i salti mortali per gestire il figlio, tra tutti gli impegni di lavoro e di spostamento.  

Crescere un figlio è insomma una spesa per molti insostenibile in Italia. Mi sembra assurdo che nel paese in cui ha sede la Città del Vaticano, la sede della Chiesa Cattolica, con tutti i suoi fedeli, con tante persone che dicono di avere apparizioni, con i movimenti cristiani per la vita, le opere pie, le iniziative anti abortiste e antidivorziste, possibile nessuno abbia pensato a un piano per agevolare le famiglie a procreare? No, non ci hanno pensato. Preme tanto a loro la vita che non fanno nulla per tutelarla quando il bambino c’è e deve vivere.

Non ci sono asili nido gratuiti magari con fondi tratti dall’8 per mille o dalle donazioni, non ci sono iniziative a sostegno della vita vera, non quella potenziale nel grembo materno, ma quella di chi è venuto al mondo e avrebbe tutto il diritto di restarci. Non c’è niente. Non parliamo poi di chi ha figli disabili. Quelle famiglie sono ancor più abbandonate a sé stesse e tutto il carico e la responsabilità della gestione della crescita e delle cure ricade sulle loro spalle, come se quel figlio fosse una “punizione” divina invece di un grande dono. Sono cristiani solo per andare a messa a farsi vedere. O per fare battaglie ideologiche che gli fruttano voti e consensi.

Ogni anno che cresce il figlio costa sempre di più

Secondo il sito Moneyfarm, il mantenimento di un figlio da 0 a 18 anni comporta una spesa tra i 96 mila e i 183 mila euro. Una cifra in linea con quella dell’Osservatorio di Federconsumatori, che ha conteggiato un costo medio di 175.642 euro, con una media di oltre 7 mila euro l’anno.

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I costi aumentano con l’avanzare dell’età e sono maggiori nel Centro-Nord piuttosto che in Meridione. Se fino ai tre anni, crescere un bambino richiede una cifra compresa tra i 10 mila e i 25 mila euro, dai 4 ai 5 anni la somma varia tra 10 mila e 27 mila euro. Dai 6 agli 11 anni cresce tra i 28 mila e i 48 mila euro e dai 12 ai 18 anni tra i 45 mila e i 74 mila euro. E con le precarie condizioni di molti lavoratori, soprattutto donne, ancora adesso imbrigliate in contratti part-time in condizioni svantaggiose, programmare una gravidanza è un rischio troppo grande per molti genitori.

Molte coppie rimandano o scelgono addirittura di rinunciarvi. Per il momento l’inflazione ha risparmiato le spese ricreative e culturali, ma non quelle dei prodotti alimentari, il cui costo è aumentato del 20% rispetto al periodo pre-Covid. Non è un caso che il 2022 abbia segnato il record negativo di nascite, con appena 393 mila nati a fronte di 713 mila decessi e un saldo negativo di -320 mila unità.

Nel Lazio 40mila nati, record negativo. Per la statistica la Sardegna ha meno di un nato per ogni donna

Tra le regioni del Centro, il livello più elevato si osserva nel Lazio (1,13). Una stima drammatica quella di soli 40.000 nati nella regione nel 2022. La Sardegna è l’ultima regione italiana per natalità, unica con un valore minore a un figlio per donna. Lo rivela sempre l’ultima analisi dell’Istat, che lancia un inutile allarme sulla natalità in Italia. Inutile perché non si vedono né le intenzioni né i fatti per una inversione di tendenza e lo scorso anno si è raggiunto il livello più basso mai registrato. Nella ultima legge di Bilancio non risulta nulla e se ci sono provvedimenti vanno nel senso opposto.

L’aumento dell’iva sui pannolini dal 10 al 22% è una chiara dimostrazione che non si vuole aiutare le famiglie in tal senso. La regione con più natalità è il Trentino Alto Adige, con 1,51 figli per donna. Saranno le buone condizioni economiche che aiutano una natalità responsabile? No perché seguono Sicilia e Campania con 1,35 e 1,33 figli per donna e non sono regioni che godono di una fiorente economia. Inoltre sono tre regioni con le madri più giovani del resto del paese, mediamente hanno tra i 31 e i 32 anni.

Tra chi fa meno figli figurano il Molise e la Basilicata con 1,09 per donna. Forse le cause non sono da cercare nel livello economico ma nel sostegno esterno, in una politica dei servizi che agevoli le madri. In questo forse in Alto Adige e Trentino ci sono servizi efficienti e in Sicilia e Campania ci sono le nonne che sopperiscono agli asili mancanti.

I neonati in Italia sono scesi per la prima volta sotto i 400 mila, ovvero a 393 mila unità. Il 2008 fu l’ultimo anno dall’Unità d’Italia in cui s’è registrato un aumento delle nascite. Il calo adesso è di 184 mila nati, di cui 27 mila concentrati dal 2019 in poi.

L’Emilia Romagna, con Toscana, Umbria e Valle d’Aosta le regioni con più strutture pubbliche

L’Emilia Romagna è la regione dove sono nate e si sono sviluppate le prime esperienze di asili nido e servizi educativi per la prima infanzia in Italia. È anche per questo motivo che rappresenta uno dei territori all’avanguardia da questo punto di vista. Secondo i dati del 2018, la regione offriva complessivamente 40.286 posti in 1.250 strutture tra asili nido e servizi integrativi. L’Emilia Romagna offre circa 39,2 posti ogni 100 residenti tra 0 e 2 anni di età

Un dato superiore alla media nazionale (25,5%) di quasi 14 punti. Una quota che la pone al di sopra dell’obiettivo Ue sui servizi prima infanzia di oltre 6 punti percentuali. L’Emilia Romagna è infatti una della quattro regioni italiane (insieme con Valle d’Aosta, Umbria e Toscana) ad aver già raggiunto questo risultato.

Per l’anno in corso l’Emilia Romagna, secondo i dati di Cittadinanzattiva, è ancora in testa alle regioni italiane per numero di strutture pubbliche. In tutti i comuni ci sono complessivamente 619 nidi pubblici, con una disponibilità di 28.388 posti, mentre le strutture private sono 399, per un totale di 9.890 posti. Nei capoluoghi di provincia si contano 319 strutture comunali, con una lista d’attesa del 16% in media.

A Trento e Bolzano strutture efficienti a sostegno delle famiglie

Mi sono informato ed ho visto che nella provincia di Trento per l’anno in corso ci sono 1147 posti nei 24 nidi d’infanzia, dei quali 982 a tempo pieno, 165 a tempo parziale e 3 messi a disposizione dal Comune di Lavis. Questa prima assegnazione dei posti soddisfa il 70% delle richieste per il nuovo anno educativo. Come ogni anno, la percentuale è destinata a crescere in seguito alle rinunce (fisiologiche) e dunque alla nuova tornata di assegnazione dei posti.

In Alto Adige, provincia di Bolzano l’assistenza per i bambini da 0 a 3 anni è totale. Negli asili nido a Bolzano, Merano, Bressanone e Laives. Poi ci sono delle microstrutture e degli assistenti domiciliari dell’infanzia chiamate Tagesmütter, ovvero mamme di giornata. Alcuni datori di lavoro sostengono i propri dipendenti offrendo asili nido aziendali gratuiti o servizi di assistenza domiciliari all’infanzia. Tutti questi servizi pubblici, domiciliari e kinderheim aziendali integrano e supportano le famiglie nella formazione, nell’educazione e nell’assistenza alla prima infanzia. I servizi si svolgono in tedesco, italiano e in lingua ladina nella zona di Ortisei e Canazei.

Come si vede si può fare. Il perché ci siano zone in cui le cose riescono e altre zone in cui non riescono lo sapete meglio di me e quindi è inutile che ve lo spieghi. Ma questa è la realtà. I servizi a domicilio e l’asilo in azienda. Non è che ci vogliono dei geni per pensarci e ora coi fondi del Pnrr dovrebbero sorgere ovunque. Ci credete voi?

La popolazione invecchia e l’unica speranza viene dagli immigrati

La popolazione italiana invecchia. L’età media è salita da 45,7 a 46,4 anni. Gli over 65, che nell’insieme erano 14 milioni 177mila a inizio 2023, costituiscono il 24,1% della popolazione totale, rispetto all’anno 2022 quando erano il 23,8%.

Le donne ugualmente stanno invecchiando. L’età riproduttiva si concentra tra i 15 e i 49 anni e quelle in età riproduttiva sono ogni anno di meno. Diminuendo sempre la popolazione complessiva è normale che si riducano tutti i valori significativi. La pandemia ha accelerato ancora di più la tendenza alla minore natalità. Un dato positivo viene dai cittadini di origine straniera. Sono 5milioni e 50 mila, ovvero 20 mila in più dell’anno precedente. Di solito sono famiglie più fertili. Fare una sana politica di integrazione che le aiuti a entrare nell’ambito sociale e a identificarsi sempre più con il Paese in cui lavorano e crescono i loro figli darebbe quel contributo alla crescita natale che tutti vorremmo vedere.

Anche l’aumento degli ultracentenari, triplicato negli ultimi 20 anni, contribuisce all’invecchiamento della popolazione. Qui c’è da rilevare che la speranza di vita aumentata a 82,6 anni è una buona notizia per tutti ma il Paese ha bisogno di braccia e menti giovani e se non favorisce la loro natalità e non sa trattenerli una volta laureati e specializzati, sarà un lento inesauribile declino.

Il caso di una famiglia rumena con 13 figli ai quali il sindaco di Mansué a dato la cittadinanza italiana

A Mansuè, piccolo comune della provincia di Treviso c’è la famiglia Bizu, con 13 figli in quindici anni. Onisim e Oana, arrivati ventun anni fa in Italia dalla Romania sono i genitori e l’ultimo nato è di poche settimane fa all’ospedale di Oderzo. Capite che significa avere tredici figli? Sono 45 pasti al giorno, compresi i genitori, 15 letti, 15 posti nell’auto (ci vorrà un pulmino), 15 bisogni diversi a tutti i livelli. Così il sindaco di Mansué, Leonio Milan, senza aspettare leggi nazionali, ha deciso di dare loro la cittadinanza italiana e siamo diventati d’un sol colpo 15 italiani in più!

Non ci sono ricette facili per risolvere il problema. Ma la prima cosa da fare è rendere Italiani tutti coloro che studiano e lavorano e pagano le tasse nel nostro Paese. Minorenni che sanno parlare meglio l’italiano dei loro idiomi originali, che conoscono meglio il nostro Paese che quello da cui sono emigrati i loro genitori, che si sentono italiani a tutti gli effetti, che hanno amici tra i nostri figli e nipoti per cui è una ingiustizia mantenerli in questo limbo d’identità.

Più giovani significa più opportunità di lavoro future, più contributi pagati allo Stato, significa più Pil e la crescita economica significa possibilità di investire e di aiutare le famiglie. Non vedo altra ricetta virtuosa che questa indicata dal sindaco Leonio Milan. Ma i nostri governanti lo capiranno? E soprattutto lo capiranno gli elettori?

 
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