Ci sono legami che non finiscono quando finiscono le parole. Restano nel corpo, nei gesti, nella voce che usiamo senza accorgercene, nella paura di somigliare a chi ci ha generato e nel bisogno, spesso taciuto, di essere finalmente viste. Madri e figlie, il romanzo di Anna Oliverio Ferraris pubblicato da Gallucci Editore, nasce proprio in questo territorio intimo e pericoloso: quello in cui l’amore non consola sempre, la vicinanza può ferire, la distanza può custodire, il giudizio può diventare una gabbia e la memoria, a volte, arriva tardi ma arriva con la forza di una rivelazione.
Il libro sarà presentato sabato 30 maggio alle ore 18 a Palazzo Doria Pamphilj di Valmontone, nell’ambito della rassegna letteraria Le parole per dirlo, promossa dal Comune di Valmontone, dalla sindaca Veronica Bernabei e dall’assessore alla cultura Matteo Leone.
A dialogare con l’autrice sarà Mariagloria Fontana, in un incontro che promette di portare la letteratura dentro una delle domande più delicate della vita familiare: che cosa significa davvero essere figlie, quando si comincia a guardare la propria madre non più soltanto come madre, ma come donna?
Anna Oliverio Ferraris non scrive questo libro con lo sguardo freddo di chi osserva da lontano. La sua esperienza di psicologa e psicoterapeuta e docente di Psicologia dello sviluppo all’Università della Sapienza di Roma si sente, ma non invade mai la pagina. Non diventa spiegazione e non diventa tesi e nemmeno schiaccia i personaggi dentro categorie.
Anzi, accade il contrario: la competenza entra nella narrazione come una luce radente, capace di mostrare le zone d’ombra senza giudicarle. Il risultato è un romanzo composto da storie che sembrano nate da ferite vere, da silenzi raccolti nel tempo, da confessioni rimaste a lungo impronunciabili.
Il rapporto fra madre e figlia, qui, non viene addolcito. Non è trasformato in un santino sentimentale, né ridotto a conflitto generazionale. È molto di più: è una stanza piena di specchi, dove ciascuna vede nell’altra ciò che teme, ciò che desidera, ciò che non ha avuto il coraggio di diventare. La madre può essere rifugio, peso, enigma, rivale, assenza, salvezza. La figlia può essere prosecuzione, frattura, domanda, accusa, perdono. In mezzo ci sono anni di parole sbagliate, gesti non compresi, aspettative, dipendenze affettive, orgogli, fughe, ritorni.
La forza del romanzo sta nella capacità di raccontare questo vincolo senza semplificarlo. In Madri e figlie non esiste una sola maternità, come non esiste una sola forma di figlia. Ogni storia apre una crepa diversa. C’è chi comprende troppo tardi che la madre aveva una vita segreta, un desiderio proprio, una libertà mai concessa allo sguardo dei figli. E chi deve passare attraverso il dolore amoroso per ritrovare il legame con la propria origine. C’è chi cerca una madre biologica per capire qualcosa di sé nel momento più fragile della propria esistenza. E chi perde una figlia e rimane sospesa in un dolore che non conosce misura. Infine c’è chi scopre che la maternità può abitare anche fuori dai ruoli di sangue, nei gesti di cura, nella presenza, nell’accudimento reciproco.
Oliverio Ferraris tocca un nodo decisivo: per molte figlie, diventare adulte significa smettere di chiedere alla madre di essere perfetta. È un passaggio doloroso, perché obbliga a rinunciare a una pretesa antica, quella di essere state amate nel modo esatto in cui ne avevamo bisogno. Il romanzo mostra quanto sia difficile accettare che una madre abbia avuto paure, desideri, errori, amori, fragilità, ambizioni, cedimenti. La madre, quando viene vista finalmente come donna, perde qualcosa della sua figura assoluta, ma proprio per questo può diventare più vera.
Ed è qui che il libro colpisce con maggiore intensità. Racconta che capire può essere un atto di liberazione. Capire non significa giustificare. Significa uscire dalla prigione di una sola versione dei fatti. Significa scoprire che una madre non è soltanto colei che ci ha educato, rimproverato, trattenuto, deluso o protetto. È anche una persona che ha attraversato il proprio tempo, con i suoi divieti, le sue mancanze, i suoi slanci, le sue rinunce.
La scrittura procede con una delicatezza che non indebolisce mai la materia emotiva. Al contrario, la rende più incisiva. Il dolore non viene urlato, viene lasciato depositare. Le riconciliazioni, quando arrivano, non sono facili né decorative. Hanno il sapore delle cose conquistate tardi, quando non si può più cambiare ciò che è accaduto, ma si può cambiare il modo in cui lo si porta dentro. In questo senso, Madri e figlie è anche un libro sulla memoria: non la memoria come archivio del passato, ma come luogo vivo, mobile, capace di mutare il presente.
La lettura lascia addosso questa domanda: quante volte abbiamo amato una persona senza conoscerla davvero? Quante volte abbiamo confuso il ruolo con l’identità, la funzione con la vita interiore? Una figlia può passare anni a chiedere alla madre di essere madre e basta. Poi, un giorno, magari troppo tardi, scopre che dietro quel volto c’era una donna che aveva sognato, desiderato, sofferto, scelto, perso. Da quella scoperta può nascere rabbia, ma anche tenerezza. Può nascere un lutto, ma anche una forma nuova di vicinanza.
Il romanzo di Anna Oliverio Ferraris ha il merito raro di parlare a generazioni diverse. Alle madri, perché le riconosce nella loro complessità. Alle figlie, perché le accompagna nel passaggio più difficile: separarsi senza cancellare, comprendere senza arrendersi, ricordare senza restare prigioniere. E parla anche agli uomini, ai padri, ai figli, perché dentro questo legame femminile così specifico si muove qualcosa che riguarda tutti: il bisogno di essere guardati oltre il ruolo che la vita ci ha assegnato.
A Palazzo Doria Pamphilj di Valmontone, sabato 30 maggio alle ore 18, dentro la rassegna Le parole per dirlo, questo libro trova una collocazione particolarmente felice. Perché davvero servono parole per dirlo: per nominare l’amore quando non è lineare, per raccontare la maternità senza retorica, per riconoscere le figlie nella loro fame di verità, per restituire alle madri una profondità spesso negata. Madri e figlie è un romanzo che non si limita a raccontare una relazione. La attraversa. La interroga. La illumina nei suoi punti più fragili. E alla fine lascia nel lettore una sensazione precisa: nessun legame ci forma quanto quello che, anche quando sembra spezzarsi, continua a parlarci da dentro.
