Un’organizzazione capace, secondo gli investigatori, di importare ingenti quantitativi di cocaina dal Sudamerica, movimentare droga tra Roma e il litorale laziale, utilizzare automobili con doppi fondi e telefoni criptati e trasferire denaro attraverso moneta virtuale. Sullo sfondo anche un sequestro di persona durato circa sette ore, accompagnato da violenze, minacce e dalla sottrazione di denaro e beni di valore.
È il quadro investigativo che ha portato nella mattinata di giovedì 24 settembre la Squadra Mobile di Roma e i Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia a eseguire un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di nove persone di nazionalità dominicana e colombiana.
Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia capitolina. Gli indagati sono gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti con l’aggravante della transnazionalità, sequestro di persona a scopo di estorsione, rapina e lesioni personali.
Il sequestro nella notte tra Casal Bertone, Borghesiana e Centocelle
Uno degli episodi che ha consentito agli investigatori di ricostruire attività e componenti del gruppo risale alla notte del 7 giugno 2026.
Secondo quanto emerso dalle indagini, un cittadino colombiano sarebbe stato attirato intorno alle 2.30 in una trappola nel quartiere Casal Bertone con la collaborazione di una donna. L’uomo sarebbe stato aggredito, immobilizzato a terra e caricato con la forza su un’automobile.
Da quel momento sarebbe iniziato un sequestro durato complessivamente circa sette ore. La vittima sarebbe stata trasportata prima in un’abitazione nella zona della Borghesiana e successivamente in un appartamento seminterrato a Centocelle.
Durante la prigionia l’uomo, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato legato alle mani e ai piedi, minacciato con una pistola e ferito ripetutamente con armi da taglio. I sequestratori lo avrebbero quindi costretto a consegnare 8.900 euro in contanti, gioielli in oro, un orologio di lusso e le chiavi della propria abitazione.
Una parte del gruppo avrebbe poi raggiunto l’appartamento della vittima, perquisendolo e impossessandosi di altri beni e dispositivi informatici.
Le telecamere ricostruiscono il raid
Un ruolo importante nell’indagine è stato svolto dall’esame dei sistemi di videosorveglianza urbana e condominiale.
La comparazione dei filmati avrebbe consentito a Polizia e Carabinieri di seguire gli spostamenti, ricostruire le diverse fasi dell’azione e acquisire elementi ritenuti rilevanti per l’identificazione dei presunti componenti del commando.
L’indagine sul sequestro ha aperto una finestra su un’attività molto più ampia. Gli investigatori ritengono infatti di avere individuato una struttura criminale transnazionale impegnata nell’importazione di ingenti quantitativi di cocaina proveniente dal Sudamerica.
La droga sarebbe stata destinata alla distribuzione nella Capitale e sul litorale, attraverso una rete che poteva contare su basi logistiche e operative dislocate tra Roma, Cerveteri, Ladispoli e Tarquinia.
Auto con doppi fondi, cellulari criptati e moneta virtuale
Particolare attenzione veniva riservata, secondo l’accusa, alle modalità utilizzate per cercare di sottrarsi ai controlli.
Per il trasporto dello stupefacente sarebbero state impiegate automobili appositamente modificate, dotate di doppi fondi nascosti azionabili mediante sistemi meccanici o elettronici. Le comunicazioni avvenivano invece attraverso smartphone criptati, muniti anche di sistemi che avrebbero consentito di cancellare i dati da remoto.
Sul fronte finanziario, una parte dei proventi dell’attività illecita sarebbe stata movimentata mediante operazioni in moneta virtuale, nel tentativo di rendere più difficile la ricostruzione dei flussi di denaro.
Durante lo sviluppo delle indagini Polizia di Stato e Carabinieri hanno inoltre effettuato arresti in flagranza e sequestri di sostanze stupefacenti lungo alcune delle principali arterie stradali.
A Roma un deposito con 24 chili di hashish e la “cocaina rosa”
Gli investigatori hanno individuato anche un appartamento utilizzato, secondo l’ipotesi accusatoria, come deposito per lo stoccaggio della droga.
All’interno sono stati sequestrati 24 chilogrammi di hashish e diversi quantitativi di cocaina che sarebbero stati pronti per essere immessi sul mercato. Sono state inoltre recuperate differenti sostanze sintetiche, comprese quelle indicate dagli investigatori come “cocaina rosa”.
L’attività si inserisce in un filone investigativo più ampio. In precedenti indagini dei Carabinieri su persone ritenute riconducibili allo stesso contesto criminale era stata individuata nelle campagne di Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, una struttura utilizzata come raffineria clandestina.
L’operazione del 24 settembre mostra così un sistema che, nell’ipotesi della Dda, non si sarebbe limitato alla vendita al dettaglio ma avrebbe collegato importazione internazionale, trasporto, depositi, distribuzione territoriale e movimentazione dei proventi.
Resta centrale la posizione processuale delle persone coinvolte. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e le contestazioni formulate dovranno essere sottoposte al vaglio giudiziario. Tutti gli indagati devono pertanto essere considerati innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.
