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28 Settembre 2020

Pubblicato il

Contro il reato di negazionismo

di Redazione

Brevi considerazioni sul reato di negazionismo

"Siamo di fronte a una di quelle misure che si rivelano al tempo stesso inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che vorrebbero debellare, e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi". Così nel 2007 Stefano Rodotà in merito all'ipotesi di introduzione del reato di negaziosnimo nel nostro codice penale, proposto dall'allora ministro della Giustizia Mastella, prevedendo la pena per chiunque neghi l'esistenza storica della Shoah.

Oggi, "queste misure al tempo stesso inefficaci e pericolose", pare, siano riferibili anche alla legge sull'omofobia e a quella sul femminicidio.
Ma concentriamoci sul reato di negazionismo, tornato agli onori della cronaca dopo che la Commissione giustizia del Senato ha dato il primo via libera a un disegno di legge che modifichi l'art. 414 del codice penale: da 1 anno e mezzo fino a 7 anni e mezzo di prigione per chiunque si macchi di negazionismo.

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Partiamo da un presupposto: come ha ben ricordato un articolo pubblicato da Unione delle Camere Penali, la prima arma contro il negazionismo è la cultura. Il campo di battaglia su cui combattere questa "guerra" (culturale), viene da sé, è la scuola. Non coinvolgiamo, quindi, i Tribunali.

Non solo. Un provvedimento del genere, che non introduce solo una nuova figura di reato, ma impone una "verità (storica) di Stato", rischia di compromettere il libero scambio di opinioni, il libero confronto, e la libera ricerca storica. Lo Stato non può intervenire – mai e poi mai – in tema di libertà del pensiero. Nemmeno quando si tratta di negazionismo: la storia diventa norma di legge nei sistemi totalitari. O, al massimo, nei libri di Orwell.

Introdurre una "verità tale in quanto lo stabilisce la legge", infatti, può rivelarsi non solo pericoloso (per quanto già detto), ma anche controproducente perché:
– si offre ai negazionisti un alibi, ovvero si diffonde il sospetto che, se per far tacere un'opinione si debba ricorrere allo strumento della legge, allora non è poi così improbabile che l'opinione in questione sia vera;
– si offre ai negazionisti la possibilità di interpretare il ruolo dei paladini della giustizia, con slogan (che non sono, poi solo slogan) che inneggiano alla libertà d'espressione e d'opinione c-o-s-t-i-t-u-z-i-o-n-a-l-m-e-n-t-e garantite;
– una verità storica imposta rischia di delegittimare la verità che si cerca proprio di imporre;
– si crea una classifica del male, tale per cui il genocidio armeno in Turchia, ad esempio, in confronto alla Shoah è come un po' di raffreddore paragonato al colera. Quindi, di conseguenza, si stila anche una classifica: da una parte i buoni, gli amici del mondo; dall'altra i cattivi, i nemici del mondo;
– imporre per legge una verità storica dimostra la debolezza di una società (che non sa essere forte sul piano culturale ed è, quindi, costretta a ricorrere alle sanzioni penali), del suo sistema politico (una democrazia che pretende di fare del negazionismo un reato – la Shoah è il fatto storico più sedimentato nelle nostre coscienze -, è una democrazia fallimentare, una democrazia che ha paura e che, quindi non è una democrazia forte), e del suo sistema di giustizia (sempre più – e ne è pratico esempio anche la legge sul femminicidio – in Italia si ricorre allo strumento della "legge d'emergenza" per intervenire su fattispecie che l'apparato di norme già esistente dovrebbe riuscire, da solo, a sanzionare).

Infatti, per il negazionismo così come per l'omicidio in tema di legge sul femminicidio e per l'omofobia, il nostro ordinamento dispone già di articoli di legge sufficienti a contrastare i tre fenomeni. Le leggi ci sono, non vengono applicate. L'unica via da percorrere, semmai, è quella della battaglia culturale, etica e politica.
Un sistema che preferisca agire d'urgenza, e non battendo un cammino che affondi le sue radici nel sociale, dove è d'obbligo intervenire per contrastare certi fenomeni – se lo si vuole fare realmente – non è un sistema politico che dimostri maturità.
La nostra Repubblica, è vero, è molto giovane. Ma i suoi 18 li ha passati da un pezzo.

Non è forte nemmeno quel sistema che dimostri di non saper agire autonomamente, ma che ha bisogno di spinte emotive provenienti dall'opinione pubblica per costruirsi un piano d'azione.
Non a caso, della legge sul negazionismo si è tornato a parlarne a pochi giorni dalla morte di Priebke.
Non a caso, del metodo Stamina se ne è parlato mentre su tutti i mass media scorrevano le immagini della piccola Sofia sofferente, salvo poi dover tornare sui propri passi perché la pratica si è dimostrata diversa dalla teoria, e viceversa.

 
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