28 Febbraio 2021

Pubblicato il

Cosa ci spiega l’astensionismo delle elezioni

di Redazione

Cosa ci spiega l’astensionismo delle ultime elezioni di Luciano Lanna

La crisi culturale della sinistra e il disorientamento del Pd, la scomparsa (l'estinzione?) politica della destra di derivazione missina, l’eclissi del centro cattolico e laico, l’apparente e temporanea tenuta della lobby politica berlusconiana, la battuta d’arresta dei grillini, il compiacimento rassegnato di chi verrà comunque eletto nei comuni ma con pochi consensi… Mentre i media commentano a suon di luoghi comuni e interpretazioni ad hoc gli ennesimi risultati elettorali, l’equivoco di fondo sul significato della politica continua ad aleggiare in tutta evidenza.

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Nel momento stesso in cui, infatti, s’affermano in crescendo pulsioni e reazioni almeno apparentemente antipolitiche – dalla disaffezione costante sino all’astensionismo consapevole, quello per cui solo a Roma non ha votato un elettore su due – appare evidente che per i più la lotta politica è ormai percepita solo come una questione “di casta”, come l’insieme delle azioni (propagandistiche, di comunicazione, mediatiche, di mobilitazione attraverso contatti porta a porta o davanti ai mercati) per assicurarsi, conquistarsi e poi mantenere e gestire il potere.

Un qualcosa che di per sé è inevitabilmente distante dalle problematiche dei cittadini e di quasi esclusiva pertinenza dei partiti e delle oligarchie di apparato. E questa è purtroppo, una considerazione che, per quanto diffusa e generalizzata, esprime in realtà esattamente l’opposto di ciò che storicamente in Occidente è stata la cosiddetta invenzione della politica.

Vale la pena ricordarlo: la politica, ovvero l’insieme delle attività specificatamente umane che gravitano attorno alla polis (la città), è scaturita nella Grecia del quinto secolo quando s’è verificato lo scarto civile tra il regno della libertà (la polis) e l’intelaiatura dei rapporti di potere consolidati e gerarchizzati tipici della famiglia e delle entità di clan, di gruppo etnico o di corporazione professionale in cui prevaleva la necessità d’ordine biologico e deterministico (regno della necessità).

La politica autentica non è insomma la tecnica e la fisiologia dei sistemi di potere. Essa nasce quando nelle città-stato greche al di sotto dell’acropoli, la cittadella fortificata dove aveva sede il potere tradizionale degli arconti, prende corpo l’agorà, la città bassa con il suo intrico di stradine popolate, dove si affacciavano le botteghe degli artigiani, dove i mercanti presentavano le bancarelle con le merci, dove si allestiva il teatro e dove – proprio in quello spazio – si riuniva l’assemblea dei cittadini per discutere e prendere decisioni pubbliche. Cuore pulsante economico, produttivo, commerciale, creativo e partecipativo, l’agorà esprimeva così la libertà e l’invenzione della politica: mercato più teatro, più partecipazione e cittadinanza attiva.

La politica infatti non è, lo ripetiamo ancora, l’esercizio del potere, non è la realpolitik di chi si penserebbe smagato e scafato nella conoscenza delle alchimie per mantenersi al potere. Identificare la politica, come in molti oggi fanno, solo con la lotta per la conquista e la pratica del potere significa infatti perdere di vista l’essenza genetica ed energetica della stessa politica. La politica è semmai la capacità di inventare delle forme, degli spazi, dei tempi dell’azione pubblica in cui i ruoli prefissati dell’ordine dominante cambiano fisiologicamente.

Vale infatti quanto sostiene il filosofo francese Jacques Rancière, secondo cui la politica è “il perenne tentativo di dislocamento precario dell’ordine dato che mette ognuno al suo posto sotto il comando di quelli che sono designati a governare per ragioni di nascita, di ricchezza o di competenza. La politica esiste nello scarto che afferma l’uguale capacità di tutti e l’assenza di ogni fondamento per il dominio”.

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Ha quindi ragione un “leninista libertario” (non c’è forse ossimoro migliore per definire il suo approccio alla prassi politica) quale Peppe Nanni quando sostiene che il surreale dibattito politico-elettorale italiano degli ultimi tempi riesce a far emergere solo un paradosso di fondo: “La politica, che dovrebbe essere il protagonista, è invece il grande assente delle campagne elettorali celebrate in suo nome: la scena appare infatti vuota, e l’enfasi personalistica che si ripropone stancamente non riesce più a dare corpo al fantasma di un ceto di eletti che i più tendono a non riconoscere…”.

L’urgenza del desiderio di politica, aggiunge Nanni, lascia oltretutto come ineludibile “la domanda posta da un insistente desiderio, diffuso molecolarmente, consistente e sempre più consapevole, di partecipazione attiva a una vita pubblica che deve reinventare i suoi spazi, le sue articolazioni istituzionali, il suo inconfondibile linguaggio”. Come a dire: guardate che la politica non è il teatrino mediatico posto in essere dagli eletti e dagli eleggibili e funzionale solo alla conquista e al mantenimento di equilibri di potere e alla geografia delle “casematte” in gioco (la destra, la sinistra, il centro, i partiti, le coalizioni, le liste…) che aspirano a “tenere” compatti presunti elettorati di riferimento e così ottenere legittimazione al fine di occupare il potere.

Ma la politica, senza pervenire agli eccessi da anni Settanta del “tutto è politica”, è infatti qualcosa di più ampio e di più importante dell’orizzonte parlamentare o elettivo: dovrebbe essere la capacità di partecipare attivamente e liberamente alle scelte della polis. Un diritto e un dovere che esprime una prassi di per sé inclusiva, osmotica con la società e la vita delle persone, partecipata e democratica, sempre aperta e in itinere, diffidente e altra rispetto ai recinti, agli steccati, agli apparati chiusi e autoreferenziali. Un diritto e un dovere, quello della politica, che è di ogni singolo cittadino più che dei partiti, degli schieramenti, delle coalizioni, delle parti più o meno surrettiziamente contrapposte e delle stesse presunte appartenenze.

Ecco perché, invece di accontentarsi dei risultati dei ballottaggi, tutti – chi vincerà e chi perderà – dovrebbe mettersi in moto soprattutto per riaccendere tra le persone la voglia autentica di partecipazione attiva. Sta qui – e non nella scomparsa (o nella presunta rinascita) della sinistra, del centro o della destra, semplici oligarchie mascherate da coperture ideologiche e d’appartenenza – il cuore profondo della “crisi italiana”.

 
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