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“Ecco l’Agnello di Dio”: Gesù è la nostra Pasqua

di Redazione
Il Battista ripete quanto ha già detto in precedenza, utilizzando un potente simbolo biblico: Gesù è infatti il vero “agnello pasquale”
Il Capocordata in montagna
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Ecco l’agnello di Dio (Gv. 1, 35-42)

Il Battista ripete quanto ha già detto in precedenza, utilizzando un potente simbolo biblico: Gesù è infatti il vero “agnello pasquale” (Es. 12, 3) che viene ucciso quando nel Tempio si immolavano gli agnelli per la celebrazione della Pasqua; come per l’animale, a Gesù non viene spezzato alcun osso; l’issopo (una pianta) usato per offrirgli una spugna imbevuta di aceto, richiama il racconto della prima Pasqua di Israele.

Gesù è la “nostra Pasqua” che permette ai fedeli di attraversare i momenti in cui la vita e la morte si avvicinano pericolosamente, proprio come per Israele nella notte della liberazione, quando l’angelo distruttore è “passato oltre” (pasqua) le case segnate dal sangue.

D’altra parte, il simbolo dell’agnello rivela ai discepoli che Gesù realizzerà la vittoria sulla morte in maniera sorprendente: il passaggio questa volta si realizzerà con un agnello vivente che, “condotto al macello” non aprirà la bocca. L’immagine ricorda la figura del “Servo del Signore”, il profeta che compie la sua missione attraversando un dolore intenso, caricando su di sé le sofferenze del popolo. Il riferimento al servo attesta che nel buio della morte è possibile scorgere la luce divina ed essere consolati dalla relazione con Dio, come succede a Gesù Cristo durante la Passione.

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Che cosa cercate?

La parola di Giovanni Battista conduce i due discepoli all’incontro con Gesù (v. 37). Questo passo offre una preziosa indicazione a tutti coloro che predicano il Vangelo. La parola del ministro o del catechista è efficace solo se non è autoreferenziale e favorisce l’incontro con Gesù Cristo. Come in questo caso, ogni fedele scoprirà che l’ascolto prevede una conseguenza pratica (“seguirono Gesù”), perché il vangelo annunciato non è solo un messaggio da capire, ma ha degli effetti concreti sulla vita.

Gesù ammira lo “spettacolo” dei due uomini che si muovono verso di lui e pronuncia le sue prime parole: “che cosa cercate?” (v. 38). La domanda li rinvia alle loro aspirazioni più profonde; Gesù non formula una questione relativa alla sua identità (“chi cercate”), ma li interroga sul loro desiderio.

“Rabbì, dove dimori?” (v. 38)

Il verbo “dimorare” introduce un tema chiave per il Vangelo di Giovanni: i discepoli dovranno scoprire che l’intimità con Gesù non si limiterà a una semplice prossimità, ma Gesù dimorerà in loro ed essi in lui, grazie allo Spirito Santo, creando una comunione e una vicinanza ancora più grande di qualsiasi relazione umana.

“Venite e vedrete” (v. 39)

Gesù non propone una dottrina, ma invita i discepoli a condividere un’esperienza. L’incontro viene descritto senza raccontare i dettagli, perché ogni fedele possa trovare lo spazio per la propria esperienza personale. “Andarono e videro”, “rimasero con lui”, “erano le quattro del pomeriggio” (v. 39).

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La loro esperienza non è fugace, non vanno per curiosare; vedendo Gesù, rimangono vicino a lui, capiscono che questi è la chiave della loro ricerca. L’incontro è talmente decisivo che il Vangelo riporta addirittura l’ora; nel flusso continuo del tempo, quel momento si imprime nella loro memoria e diviene un ricordo indelebile, l’evento più importante della loro vita.

“Abbiamo trovato il Messia”

Uno dei due discepoli di Giovanni Battista è Andrea fratello di Simon Pietro (v. 40). La precisazione è importante, perché dimostra che il Vangelo viene annunciato per propagazione, il bene che si è conosciuto tende a diffondersi e a coinvolgere altri. Andrea infatti condivide la propria scoperta con il fratello, perché riconosce di aver incontrato il Messia, il salvatore atteso da Israele, e lo porta da Gesù; in Andrea si trova la vocazione di ogni cristiano: invitare tutti all’incontro con Gesù Cristo.

“Cefa”

Gesù fissa lo sguardo su Simone (v. 42), dimostra di conoscere il suo nome, “tu sei Simone il figlio di Giovanni”, per poi cambiarlo in “Cefa, che significa Pietro”. In questo modo l’identità di Simone è ridefinita dall’azione di Dio, quindi dal legame con lui e dal suo mandato in favore di quelli che saranno affidati alle sue cure. Come spesso succede nella vita di ogni fedele, l’incontro con Gesù Cristo rilancia il cammino della vita, trasformandola da una ricerca di affermazione della propria identità, alla consapevolezza di avere una missione e una vocazione.

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Il racconto di oggi non è solo la storia dell’incontro avvenuto tra Gesù e i primi discepoli. In quell’esperienza ogni cristiano è invitato a ritrovarsi. Tutto comincia con la parola di Giovanni Battista: “Ecco l’Agnello di Dio!”. Anche per noi, oggi, qualcuno ci ha indicato Gesù: i nostri genitori, un prete, una suora, una catechista, un educatore, un amico che hanno avuto un posto importante nella nostra vita.

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E ci siamo messi in cammino per seguire Gesù. Una decisione che non passa inosservata: Gesù se ne accorge e ci ha posto una domanda: “che cosa cercate?” E noi: “Dove dimori?” Un’adesione globale alla persona, a quello che la caratterizza, al suo progetto. Lui ci ha risposto: “Venite e vedrete”. State con me, prendete tutto il tempo necessario per conoscermi, per entrare nel mistero.

Perché l’incontro avvenga ci vuole del tempo. L’importante non è “capire” ma “stare insieme”. Perché qui non si tratta di apprendere una lezione, ma di incontrare colui che cambia il nostro nome perché cambia la nostra vita. “Signore, a partire da quell’incontro è passato ormai tanto tempo, ma non ho smesso di cercarti anche perché tu continui a cercare me!

Il Capocordata.

Bibliografia consultata: Ficco, 2024; Laurita, 2024.

 
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