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21 Settembre 2020

Pubblicato il

Il discorso della montagna

di Redazione

Il discepolo: sale della terra e luce del mondo

Questo brano (Mt. 5, 13-16) forma con quello delle beatitudini l’inizio del discorso della montagna. Il vangelo di Matteo ha appena tracciato ai cristiani un programma tutto mitezza e umiltà, ricordando loro che appartenere a Cristo significa accettare di sopportare per lui oltraggi e persecuzioni. Niente di meglio che proseguire con la celebrazione della loro incomparabile dignità: è quel che appunto suggeriscono le immagini del “sale” e della “luce”.

“Voi siete il sale della terra” (v. 13)
Mettere in luce i diversi usi del sale e i loro significati simbolici nell’antichità orientale è una cosa interessante e istruttiva, ma solo preliminare alla scelta del significato nel brano di Matteo. Il sale dà sapore agli alimenti, ha un potere di conservare i cibi e, perfino, ha un’azione sterilizzatrice nella condanna contro le città conquistate. Nell’Antico Testamento lo si usava per il sacrificio di oblazione. Nel mondo greco esso simboleggia l’ospitalità. Si sa anche che il sale era usato come concime presso gli antichi: che c’è di più naturale che vedervi questa funzione a proposito del “sale della terra”? E in Matteo, non tanto la terra come suolo coltivabile quanto come umanità universale.

Ma come concepire questa azione fertilizzatrice dei discepoli? Ciò che fa dei discepoli il sale della terra è la sapienza del tempo, della storia e del suo compimento. I cristiani dimostrano di essere quello che sono se vivono una vita in armonia con ciò che hanno ricevuto circa la conoscenza della volontà messianica di Dio. Manifestamente i discepoli di Gesù sono insostituibili per il mondo. Ma l’accento non è posto su questo punto, bensì sulla possibilità di fallire. Il sale può diventare stantio, insipido, senza gusto e allora con che cosa “lo si potrà rendere salato?” (v. 13). Un cristiano che ha perduto la sua forza si trova nell’impossibilità di esercitare la funzione che gli compete nei confronti del mondo: quella di agire nel mondo e di trasformarlo. Se i discepoli falliscono, se mancano al proprio compito, non resta loro che attendere il giudizio che gli uomini pronunciano su di loro. Non gli resta altro che “essere gettato via e calpestato dagli uomini”. L’essere calpestato è un’antica, profetica immagine di giudizio dell’Antico Testamento: è simile all’immagine del torchiare e del trebbiare.

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Questo modo di parlare si adatta perfettamente allo stile di insegnamento di Gesù. Ma quale significato gli dava? Vi possiamo intravedere un appello di Gesù a far valere le proprie ricchezze religiose: l’israelita che non vive secondo le esigenze della Legge o il discepolo che segue Gesù senza aderire veramente al suo messaggio, sono irrecuperabili per la salvezza. Qui Gesù mette in guardia i suoi discepoli e li invita, sotto pena di patire il castigo supremo, a non tradire la loro vocazione di orientatori del mondo. Allora l’essere “sale” diventa con naturalezza l’espressione, il segno, la testimonianza di una scelta, di una fede, di una vita, di un impegno che ha come punto di riferimento Gesù Cristo.

La luce del mondo (vv. 14-16)
“Voi siete la luce del mondo” (v. 14). Per Matteo l’immagine non riguarda Gesù, ma per mezzo di essa Gesù definisce la funzione che attribuisce ai discepoli. Affermando che i discepoli sono la luce del mondo, Gesù attribuisce loro un onore considerevole. Infatti, non è forse questa la definizione che i rabbini davano della legge mosaica e del tempio di Gerusalemme? Il precetto è una lampada e la Legge una luce! Anche Israele si considera come la luce del mondo. Secondo Matteo tale compito è stato tolto agli ebrei e affidato ormai ai cristiani. Il mondo, come la terra, designa l’umanità che popola l’universo. Tuttavia, i cristiani non hanno alcun motivo di inorgoglirsi: la luce con cui devono illuminare il mondo altro non è se non la rivelazione messianica, pura grazia di cui l’uomo non si può vantare. Non siamo noi che viviamo, ma vive in noi la luce, cioè Cristo capace di illuminare con la sua parola il mondo intero. Inoltre, i discepoli non hanno il diritto di impedire alla rivelazione divina di raggiungere gli uomini: essi devono al contrario comportarsi come una città visibile da lontano, come la Gerusalemme radiosa annunciata dai profeti, o anche, più semplicemente, come la lampada posta sul lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Nell’accostamento delle immagini di luce e città si dovrà quindi vedere riflessa l’idea profetica del pellegrinaggio dei popoli descritto dal profeta Isaia (2, 2-5). La forza di attrazione che essa irradia deriva da Dio, al pari della luce di Cristo che i discepoli devono diffondere. I discepoli non possono attribuirsi da sé la luce, ma possono comprometterne l’azione e causarne perfino lo spegnimento. Ai discepoli è affidata la luce perché la facciano risplendere. Occultando la loro luce, i discepoli si renderebbero colpevoli.

“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone” (v. 16)
Distinte dai 613 precetti della Legge, le “opere buone” comprendono sia l’elemosina che le diverse “azioni caritatevoli”. A tutto questo è assicurata una grande ricompensa non solo in questo mondo, ma anche nell’altro. Tuttavia le opere buone perdono il loro carattere facoltativo, e non si guarda alla ricompensa che ci si potrebbe attendere: conta solo la gloria di Dio. La conversione di pagani, scopo essenziale del cristianesimo apostolico, appare qui come una tappa intermedia. Inclusa in questa istruzione, essa si attenua sul finale per lasciare il posto solo alla gloria di Dio. Il fine del nostro ministero consiste nel ricordare Dio agli uomini, nel rendere loro visibile la bontà di Dio, al fine di condurli alla lode riconoscente della grazia divina. Abbiamo invece rovinato il nostro ministero, se perseguiamo in esso la nostra glorificazione. L’unica vera riuscita consiste nel far risultare dalla nostra azione la lode divina.

Il fine di queste opere buone è che gli uomini lodino Dio: l’opera dei discepoli si distingue quindi dal proselitismo, dal reclutamento interessato e dall’esibizionismo. Il mettersi in mostra tende alla lode di sé, al soddisfacimento della vanità e dell’ambizione. Il far risplendere la luce ha però a che fare con la professione di fede che avviene anche davanti agli uomini e richiede sacrificio. Il cercare la propria lode non può conciliarsi con la volontà di indurre gli altri a lodare Dio.

Bibliografia consultata: Legasse, 1974; Gnilka, 1990.

 
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