Jean-Luc Krautsieder non ha mai visto in un’aula di tribunale l’uomo che la giustizia francese avrebbe poi riconosciuto responsabile della sua morte. È forse questo il particolare che, più della stessa condanna a quindici anni pronunciata dalla Corte d’Assise della Gironda, racconta la parte più amara della sua storia. Jean-Luc morì il 22 settembre 2023. Il processo contro Diego Winterstein avrebbe dovuto cominciare il 2 ottobre successivo. Dieci giorni.
Dopo essere sopravvissuto per oltre quattro anni alle conseguenze devastanti del pestaggio subito nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno 2019 a Langon, il ragazzo cresciuto a Latina se ne andò proprio quando il procedimento giudiziario stava finalmente per arrivare davanti alla Corte d’Assise.
Quel processo non si tenne. La morte della vittima modificava inevitabilmente il quadro giudiziario e rendeva necessario stabilire se esistesse un rapporto diretto tra l’aggressione e il decesso.
La risposta sarebbe arrivata soltanto tre anni dopo.
Sette anni tra l’aggressione e la sentenza
Il 16 settembre 2026 Diego Winterstein è entrato nell’aula della Corte d’Assise della Gironda da uomo libero ed è uscito in manette. I giudici lo hanno riconosciuto colpevole dell’omicidio di Jean-Luc Krautsieder, condannandolo a quindici anni di reclusione, la stessa pena richiesta dall’accusa.
Sette anni erano trascorsi da quella notte di Langon.
Winterstein aveva trascorso nove mesi in custodia cautelare nella fase iniziale dell’inchiesta, prima di essere rimesso in libertà sotto controllo giudiziario. Nel frattempo Jean-Luc affrontava una condizione completamente diversa: tetraplegico, con un livello minimo di coscienza, dipendente dall’assistenza sanitaria dopo le gravissime lesioni riportate alla testa e al volto.
Il processo previsto per ottobre 2023 fu rinviato dopo la sua morte. Un altro rinvio sarebbe arrivato successivamente anche per problemi organizzativi della Corte d’Assise. Alla fine la famiglia Krautsieder ha dovuto attendere fino al settembre 2026.
Quella notte a Langon
Jean-Luc aveva 33 anni quando venne aggredito. Si era trasferito in Francia nel 2016 alla ricerca di opportunità di lavoro, mantenendo un legame fortissimo con Latina, la città nella quale era cresciuto, aveva studiato e costruito le sue amicizie.
Quella notte stava tornando a casa in bicicletta dopo essere stato dalla nonna.
L’aggressione avvenne poco dopo l’una. Alcuni testimoni videro Jean-Luc a terra mentre continuava a essere colpito con calci diretti soprattutto alla testa e al volto.
Le testimonianze riportate durante il processo hanno restituito una violenza difficilmente conciliabile con una semplice colluttazione. Uno dei presenti ha raccontato di aver visto un vero e proprio accanimento sul corpo della vittima ormai a terra.
Quando Jean-Luc arrivò in ospedale le sue condizioni erano gravissime. Il volto era talmente tumefatto che per identificarlo fu necessario un esame genetico.
Dopo circa due mesi di coma riaprì gli occhi, ma la vita precedente non tornò più.
Quattro anni nei quali Latina non lo dimenticò
Cominciò allora una lunga esistenza all’interno delle strutture sanitarie francesi. Jean-Luc rimase tetraplegico e in uno stato di coscienza minima.
Mamma Lucia Pellecchia e la sorella Alessia attraversarono continuamente la distanza tra l’Italia e la Francia. A Latina amici, conoscenti e cittadini organizzarono iniziative per sostenere economicamente la famiglia e contribuire alle spese.
“Ci sentirai a Bordeaux” fu il nome scelto per una delle mobilitazioni.
Non era soltanto una raccolta fondi. Era il tentativo della città di continuare a parlare a un ragazzo che si trovava a oltre mille chilometri di distanza e che non poteva più raccontare personalmente ciò che gli era accaduto.
Negli anni la famiglia lavorò anche per riuscire a riportarlo in Italia.
Quel ritorno non avvenne.
Morì proprio mentre il processo stava per iniziare
Il calendario giudiziario aveva fissato finalmente una data: 2 ottobre 2023.
Jean-Luc morì dieci giorni prima.
L’autopsia avrebbe poi contribuito a stabilire il rapporto tra le conseguenze dell’aggressione e il decesso. Quel passaggio avrebbe trasformato definitivamente il significato del procedimento: non si discuteva più soltanto del tentativo di uccidere un uomo, ma della sua morte.
Nel settembre di quest’anno la Corte d’Assise ha riconosciuto l’intenzione omicida e ha condannato Winterstein per omicidio.
Durante il processo l’imputato ha ammesso di avere bevuto molto e assunto cocaina quella notte e di aver colpito Jean-Luc, negando però di essere responsabile della sua morte.
La Corte è arrivata a una conclusione diversa.
La madre Lucia in aula per il figlio che non poteva esserci
Per tutti e tre i giorni del processo Lucia Pellecchia e Alessia Krautsieder erano in tribunale. Jean-Luc no. È il contrasto che resta impresso nella vicenda: una madre e una sorella sedute in aula nel 2026 per ascoltare la ricostruzione di un’aggressione avvenuta nel 2019, mentre la persona che aveva subito quella violenza era morta ormai da tre anni.
Al termine Lucia ha spiegato che quelle giornate erano state lunghe, difficili e dolorose, ma necessarie per arrivare alla giustizia per suo figlio.
Winterstein, dopo la lettura del verdetto, è stato portato in carcere. Alla pena di quindici anni si aggiungerà un lungo periodo di sorveglianza socio-giudiziaria.
Quel parco a Latina porterà il nome di Jean-Luc
Latina ha deciso intanto di conservare il ricordo di Jean-Luc Krautsieder anche nello spazio pubblico.
L’ex parco Evergreen di via Roccagorga, uno dei luoghi legati alla sua vita e alla sua giovinezza, sarà intitolato a lui.
La scelta assume oggi un significato ancora più netto.
Jean-Luc era partito dall’Italia per provare a costruire il proprio futuro. Una notte del 2019 gli ha portato via quel futuro. Ha trascorso gli ultimi quattro anni della sua vita senza poter tornare davvero alla normalità e senza riuscire a rientrare nella sua città.
Ha atteso il processo fino a dieci giorni prima della data fissata. La sua famiglia ha dovuto attendere altri tre anni. La condanna a quindici anni non restituisce Jean-Luc a Lucia e Alessia. Stabilisce però, dopo sette anni, che quella morte ha un responsabile.
