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04 Agosto 2020

Pubblicato il

Il rock è roba da grandi. L’epilogo dei Pink Floyd: “The Wall”, 1979

di Federico Zamboni

La metafora del muro. Più attuale che mai, nei tempi maledetti del Covid-19

The Wall, l’epilogo dei Pink Floyd al completo, venne pubblicato il 30 novembre 1979. Un doppio album che avrebbe potuto essere ancora più lungo, se i limiti di durata dei 33 giri lo avessero consentito.

Una vera e propria rock-opera che va assolutamente ascoltata dall’inizio alla fine. Restituendo così il superhit di “Another Brick in the Wall (part II)” alla sua funzione effettiva di singola scena “d’azione” all’interno di un dramma meravigliosamente cupo e introspettivo. Maledicendo l’eventuale mancata conoscenza dell’inglese, che resta essenziale per comprendere il senso dell’intera vicenda. Benedicendo la potenza creativa che permette di intuire comunque la natura del dramma.

Il resto verrà in seguito. Il puzzle di concetti e di emozioni si completerà in più momenti successivi, e non sarà certo un’incombenza. Semmai una necessità. Come un amore misterioso e lancinante al quale non ti stanchi di tornare.

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Diffonde inquietudine. Adombra verità.

L’epilogo dei Pink Floyd. Ma al loro meglio

The Wall è innanzitutto farina autoriale (e biografica, ma questo è secondario se non addirittura irrilevante) del sacco di Roger Waters. Che poi deciderà di andarsene, sancendo l’epilogo dei Pink Floyd nella loro formazione storica. Distruggendo il crogiuolo che permetteva l’amalgama meraviglioso delle loro scintillanti diversità.

Lui rivendica la paternità di ideazione e di scrittura dell’album. E lo fa a buon diritto. Ma di contro, come dimostreranno le sue versioni da solo dopo che avrà lasciato la band, è abbagliato dal proprio apporto e sottovaluta quello altrui. Fino a non vederlo. Le pennellate degli altri tre non sono affatto rifiniture marginali. Bensì i colori decisivi per completare le sue figure e i suoi abbozzi.

Tre anni dopo, nel 1982, arriverà anche il film: diretto da Alan Parker, con Bob Geldof nei panni del protagonista e una continua alternanza di attori in carne e ossa e di disegni. Una trasposizione efficace, nei limiti in cui il mondo della pura e mutevole fantasia individuale può essere trasposto, oggettivato, cristallizzato in una specifica versione.

Ma almeno la prima volta (anzi le prime, perché una sola non può bastare, non può affatto bastare) è una traversata da compiere rigorosamente da soli. Occhi negli occhi della sofferenza del protagonista. Attendendo insieme a lui. Preparandoci insieme a lui al momento in cui, finalmente, saremo capaci di abbattere il Muro.  

 
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