L’infiltrazione mafiosa nell’agroalimentare
Nel cuore dell’Italia centrale, il settore agroalimentare del Lazio si trova a fronteggiare una minaccia silenziosa ma penetrante: quella delle agromafie. Secondo il nuovo rapporto elaborato da Coldiretti, Eurispes e la Fondazione Osservatorio Agromafie, il giro d’affari della criminalità organizzata nel comparto agricolo regionale ha raggiunto quota 1,3 miliardi di euro. Un business tentacolare, che si insinua nei gangli vitali dell’economia rurale e urbana, trasformando la filiera alimentare in un terreno di conquista per le organizzazioni mafiose.
L’analisi restituisce una mappa chiara delle province più colpite da questa infiltrazione: Roma, Latina e Rieti presentano un livello medio-alto di penetrazione criminale. Non si tratta più di presenze sporadiche, ma di un radicamento che si manifesta in forme complesse e diversificate: usura, estorsione, furti di mezzi agricoli, controllo dei trasporti e dei mercati ortofrutticoli, fino al riciclaggio attraverso la ristorazione e la grande distribuzione.
Dal campo al piatto: i nuovi orizzonti del crimine agroalimentare
Le mafie non si limitano più a controllare il territorio rurale o a imporre il pizzo agli agricoltori. Hanno capito, già da tempo, che il cibo è potere. E non solo per il valore simbolico che porta con sé, ma per il volume d’affari e la sua capacità di mimetizzarsi nei circuiti legali. Dalla falsificazione dei prodotti tipici alla sofisticazione degli alimenti, fino alla gestione della logistica e dei trasporti, ogni passaggio della filiera rappresenta un’occasione per esercitare potere e drenare risorse pubbliche e private.
Nel Lazio, l’usura rappresenta un fenomeno in drammatico aumento. I dati parlano chiaro: il tasso medio annuo ha raggiunto il 120%, una pressione asfissiante che colpisce in particolare gli agricoltori più fragili, spesso già schiacciati dai debiti, dai rincari energetici e dalla concorrenza sleale. A Roma il giro d’affari dell’usura agricola vale decine di milioni di euro. Una realtà difficile da intercettare e ancor più ardua da contrastare.
Clan, ristoranti e supermercati
Il rapporto evidenzia un elemento particolarmente preoccupante: l’ibridazione tra criminalità rurale e urbana. Roma, in questo senso, è un laboratorio avanzato. Clan mafiosi del sud – in particolare Camorra e ‘Ndrangheta – hanno individuato nella Capitale un crocevia perfetto per immettere proventi illeciti nel circuito legale, investendo nella ristorazione, nella panificazione e nel commercio ittico. Le indagini recenti hanno svelato l’operatività di una cellula della ‘Ndrangheta attiva proprio in questi settori.
La Camorra si conferma tra le più attive nel territorio laziale, con un’attenzione particolare alla ristorazione, dove controlla il 58% degli affari illeciti rilevati. Le attività autoctone e autonome, invece, diversificano: edilizia, immobiliare e commercio. Il dato più significativo riguarda la percentuale degli investimenti criminali complessivi concentrati nella ristorazione: oltre il 16%, un indicatore della forte attrattività di un settore che offre guadagni elevati, riciclo facile e alta mimetizzazione.
Leggi, simboli e azioni: il fronte della resistenza
Non è solo una questione economica o giudiziaria. La lotta alle agromafie è anche una battaglia culturale, sociale e politica. Proprio per questo la presentazione dell’8° Rapporto Agromafie al Centro Congressi di Palazzo Rospigliosi ha rappresentato un momento cruciale. All’evento hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, delle forze dell’ordine e della società civile. A fare da cornice simbolica all’incontro, la consegna di una talea dell’Albero di Falcone – il ficus di Palermo cresciuto davanti alla casa del giudice ucciso dalla mafia – destinata ai terreni confiscati al clan dei Casalesi e ora coltivati dalla Cooperativa Terra Felix.
Un gesto carico di significato, accompagnato da un avanzamento legislativo atteso da oltre un decennio: il nuovo disegno di legge, frutto anche del lavoro dell’Osservatorio Agromafie, prevede una riforma del codice penale con l’introduzione di un intero capo dedicato ai delitti contro il patrimonio agroalimentare. Un passo decisivo per fornire a magistrati e forze dell’ordine strumenti più adeguati a fronteggiare una criminalità che evolve, muta pelle e si infiltra dove meno te lo aspetti: nei piatti che mangiamo, nei mercati dove compriamo, nei campi dove cresce il nostro cibo.
Il Lazio è oggi uno dei teatri principali di questa sfida. Una regione dalla forte vocazione agricola, che deve confrontarsi con la complessità di una minaccia strutturata, sofisticata e spesso invisibile. Servono controlli, certo, ma anche consapevolezza, trasparenza nelle filiere e un impegno collettivo che vada oltre la retorica. La legalità, in agricoltura come altrove, non può essere una bandiera da sventolare occasionalmente. Deve diventare un requisito di sistema.
