Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera, ha un’agenda molto chiara: trasformare la cultura da terreno simbolico a leva politica, economica e identitaria. La legge “Italia in Scena” è già diventata legge dello Stato, a Milano è stato formalizzato il nuovo spazio permanente dedicato a Gio Ponti all’ADI Design Museum e proprio oggi, giovedì 16 aprile 2026, si apre l’anteprima di Miart, la grande fiera internazionale dell’arte moderna e contemporanea. Sullo sfondo resta una scelta che il centrodestra rivendica come decisiva: l’aliquota al 5% per il mercato dell’arte.
Italia in Scena, la legge che prova a cambiare il rapporto con il patrimonio
Il punto politico, prima ancora che amministrativo, è questo: Mollicone sostiene da tempo che il patrimonio culturale non debba essere gestito solo dall’alto, ma valorizzato anche con il contributo di soggetti privati, associazioni e realtà territoriali. La riforma “Italia in Scena”, diventata legge n. 40 del 17 marzo 2026 e pubblicata in Gazzetta il 30 marzo, introduce infatti l’Anagrafe digitale degli istituti e dei luoghi della cultura, l’albo della sussidiarietà orizzontale e una strategia nazionale che il Ministero dovrà definire entro ventiquattro mesi. Per l’attuazione della strategia sono previsti 4,5 milioni di euro annui dal 2026. Il presidente della Commissione Cultura della Camera punta a rendere più leggibile il patrimonio pubblico e ad allargare la platea di chi può concorrere alla sua valorizzazione, con attenzione anche ai territori meno centrali.
Gio Ponti e miart, Milano diventa il laboratorio della linea culturale
La giornata milanese ha un valore molteplice. Da una parte c’è la convenzione per il nuovo spazio permanente dedicato a Gio Ponti all’ADI Design Museum, sostenuto da Regione Lombardia con l’obiettivo di creare entro il 2026 un luogo stabile di esposizione, studio e confronto intorno a una delle figure più forti del design italiano. Dall’altra c’è Miart, che festeggia la trentesima edizione dal 17 al 19 aprile all’Allianz MiCo, con 160 gallerie provenienti da 24 Paesi e anteprima proprio il 16 aprile. La sequenza è eloquente: design, arte contemporanea, mercato, istituzioni e promozione del made in Italy vengono ricondotti dentro una stessa narrazione pubblica.
Il 5% sull’arte, la misura che la destra considera più concreta
In questo schema il 5% sull’arte pesa molto, perché consente al centrodestra di rivendicare di aver prodotto un effetto immediato su un settore che da anni chiedeva maggiore competitività. Dal 1° luglio 2025 è in vigore l’aliquota IVA ridotta del 5% per cessioni e importazioni di opere d’arte, antiquariato e beni da collezione fuori dal regime del margine. Per Mollicone è una leva capace di rimettere in movimento il mercato italiano e di renderlo più forte nel confronto europeo. Al di là della battaglia politica, il dato vero è che gallerie, collezionisti e operatori guardano a questa riduzione come a un segnale netto: meno peso fiscale, più attrattività, più possibilità di riportare in Italia compravendite e investimenti che in passato prendevano altre strade.
Destra e sinistra, il nodo del divario culturale resta aperto
Qui si arriva al tema più sensibile. Mollicone ripete da anni che la sinistra ha esercitato una lunga egemonia culturale nelle nomine, nei linguaggi e negli orientamenti di molta parte del sistema artistico e spettacolare. Nello stesso tempo, però, dice di non voler sostituire un’egemonia con un’altra, ma arrivare a una “sintesi” fondata sulla cultura nazionale italiana. È una tesi politica, qualche differenza però si vede. La sinistra, in modo generale, ha spesso privilegiato l’autonomia dei mondi culturali e una lettura più internazionalista, progressiva, post-ideologica dei contenuti. La destra di governo insiste invece su identità nazionale, immaginario italiano, valorizzazione del patrimonio come fattore produttivo e riequilibrio di assetti che considera sbilanciati da anni. Il risultato è un confronto non solo sulle risorse, ma sul senso stesso della politica culturale: libertà dei linguaggi oppure indirizzo pubblico più marcato, cultura come spazio autonomo oppure come architrave del racconto nazionale.
I prossimi obiettivi di Mollicone e della destra al governo
I segnali più recenti indicano una traiettoria precisa: attuare davvero “Italia in Scena”, consolidare gli effetti del 5% sull’arte, rafforzare il rapporto fra cultura e filiere produttive, presidiare di più il settore audiovisivo e rivedere i criteri dei contributi selettivi. Proprio su questo ultimo punto pesa il caso del documentario su Giulio Regeni escluso dai finanziamenti pubblici: Mollicone ha detto che il docufilm meritava di essere sostenuto e ha annunciato l’intenzione di intervenire sui criteri di assegnazione nella legge delega sul cinema e l’audiovisivo.
È un punto che può diventare decisivo, perché tocca il settore dove il conflitto politico sulla cultura è più duro: chi decide cosa ha valore pubblico, con quali parametri e con quali garanzie di imparzialità. Nel frattempo la destra prova a presentarsi come forza capace non solo di occupare il dibattito, ma di ridisegnare regole, incentivi e simboli. Ed è proprio da qui che si capirà se la sua offensiva culturale produrrà un nuovo equilibrio oppure soltanto un cambio di lessico al vertice.
